Sono anni che vinciamo, ma quando perdiamo ci rode ancora tantissimo: intervista a Daniele Lavia

Lo schiacciatore della Nazionale italiana racconta la sua visione del volley, il Mondiale saltato per infortunio e vinto dagli Azzurri, la forza del gruppo storico e di un movimento che continua a produrre grandi giocatori.
di Alessandro Cappelli 10 Settembre 2026 alle 14:24
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L’Italia è diventata l’ombelico del mondo della pallavolo. La Nazionale femminile domina da anni il ranking internazionale e, di fatto, ha vinto tutto ciò che si poteva vincere – compreso l’oro olimpico. La Nazionale maschile è costantemente ai vertici in ogni competizione. La Superlega è probabilmente il campionato più competitivo del pianeta. I migliori giocatori stranieri scelgono di giocare in Italia, mentre allenatori e dirigenti italiani esportano ovunque un modello che da tempo produce risultati. Ora che gli Europei maschili stanno attraversando l’Italia, da Napoli a Milano passando per Modena e Torino, arrivano in un Paese che si sta riscoprendo centro di gravità del volley.

«Credo che oggi l’Italia sia davvero un punto di riferimento, per i giocatori ma non solo», dice a Undici Daniele Lavia. «Tantissimi giocatori vengono qui perché sanno che in Italia si cresce a vista d’occhio. Non è soltanto una questione di livello tecnico. Ci sono allenatori preparati, strutture importanti, un sistema che funziona. E poi da anni le nostre Nazionali giovanili vincono Europei e Mondiali. Non è qualcosa che nasce per caso». A 26 anni, lo schiacciatore della Trentino Volley e della Nazionale è uno dei simboli di questa generazione azzurra. Una generazione che negli ultimi anni ha imparato a convivere con le aspettative e con il successo, trasformando una squadra di giovani talenti in uno dei gruppi più solidi del panorama internazionale.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Da una parte la Superlega continua ad attirare i migliori interpreti del volley mondiale. Dall’altra la Nazionale riesce a rinnovarsi senza perdere competitività. Una continuità che, secondo Lavia, rappresenta il vero indicatore dello stato di salute del movimento: «Quando guardi i risultati capisci che c’è continuità. Non è una generazione che vince e poi sparisce. Dietro ci sono altri ragazzi che stanno arrivando. Questo per me è il segnale più importante».

La storia di questa Nazionale, in fondo, è anche la storia di un gruppo cresciuto insieme. Molti dei protagonisti del ciclo aperto da Ferdinando De Giorgi si conoscono dalle selezioni giovanili. Hanno condiviso tornei, trasferte, sconfitte e vittorie molto prima di ritrovarsi ai massimi livelli. «Nel 2021 eravamo dei bambini», racconta Lavia. «Adesso abbiamo più esperienza. Abbiamo capito cosa significa arrivare in fondo a una competizione, giocare partite decisive, convivere con la pressione. Abbiamo annusato la vittoria e vogliamo continuare a sentirne il profumo». La crescita tecnica è stata evidente. Ma quella mentale forse ancora di più. «Abbiamo vinto tanto e vogliamo continuare a vincere. Quando assaggi certe emozioni non vuoi più smettere di provarle. Quando perdiamo ci rode. Quando vinciamo festeggiamo come se fosse la prima volta. Non c’è assuefazione. Anzi, forse aumenta la fame», dice Lavia.

È un concetto che torna spesso nelle sue parole. Vincere non è un punto d’arrivo, ma forse neanche una rampa di lancio. È più una responsabilità, è duro l’onere della corona (cfr. “Enrico IV”, Parte 2, William Shakespeare). «Fefè ci ha preso che eravamo dei bambini», dice Lavia riferendosi a De Giorgi. «Ci ha accompagnato in un percorso di crescita che non riguarda soltanto la pallavolo. Oggi siamo giocatori diversi e anche persone diverse».

Nell’agosto del 2025, durante una seduta pesi con la Nazionale, un incidente apparentemente banale ha cambiato il corso della stagione di Lavia. Se ne accorgerà dopo, ma le conseguenze dell’infortunio sono devastanti: frattura scomposta ed esposta del quarto e del quinto dito, lesioni tendinee, due interventi chirurgici e cinque mesi lontano dal campo. «Nei primi istanti non ho sentito troppo male. Prima di vedere la mano speravo che non fosse niente di grave. Poi ho visto il taglio. C’era molto sangue. Mi sono girato verso il medico e il fisioterapista e lì ho capito che era qualcosa di serio». La consapevolezza un attimo dopo. «La prima cosa che ho detto è stata: il Mondiale è saltato».

Cominciano settimane difficili. La riabilitazione. Le visite. L’incertezza. «Bisogna accettarlo, perché se non lo fai è un casino. Ci pensi continuamente e rallenti il processo di guarigione. Devi far subentrare il prima possibile la positività. È alla base di tutto», spiega Lavia, ricostruendo quei momenti. «Con un infortunio così complesso sapevo che poteva diventare difficile rimettermi in gioco. Finché non mi hanno dato la certezza che sarei tornato ero molto preoccupato». Poi arriva la frase che cambia tutto. «Le parole che più mi hanno aiutato sono state quelle del dottore. Mi disse: “Abbiamo fatto un lavoro incredibile, tornerai a giocare”. Da lì ho iniziato a guardare avanti».

Il Mondiale seguente, però, resta un appuntamento impossibile da ignorare. Mentre l’Italia vola verso il titolo, Lavia è costretto a seguire tutto da lontano. «I giorni del Mondiale sono stati i più difficili. Non poter condividere quell’esperienza con i miei compagni è stato un macigno. Però mi ha fatto capire tante cose». Soprattutto, dice, il valore del gruppo costruito negli anni: «I miei compagni mi mandavano messaggi continuamente. Io gli inviavo le foto della mano, della ferita, dei progressi. Mi sono stati vicini in ogni fase della riabilitazione». Alla fine l’Italia vince il Mondiale. Sul podio compare anche la sua maglia. Simone Giannelli lo cita durante i festeggiamenti. E lui, davanti alla televisione, fatica a trattenere l’emozione. «Quando Simone ha parlato di me davanti alle telecamere, e quando hanno portato la mia maglia sul podio, è stato difficile non piangere».

È qui che emerge la natura più profonda della pallavolo come sport di squadra: si vive di tecnica, fisicità e talento, ma resta irrimediabilmente un gioco collettivo. «Lo sport di squadra ti dà una spalla nei momenti difficili. Se io non performo, so che c’è qualcun altro che può aiutarmi. E vorrei che gli altri sentissero la stessa cosa nei miei confronti».

Queste considerazioni olistiche si possono allargare anche agli aspetti più tecnici del gioco: «La pallavolo è uno sport molto complicato», dice Lavia. «Devi avere tecnica, potenza, capacità fisiche. Ma soprattutto devi avere feeling con i compagni. La difficoltà vera è mettere insieme sei persone contemporaneamente. Ognuna con il proprio carattere, il proprio modo di vivere le partite e gli allenamenti». E forse è proprio questa la chiave del successo italiano. Più del talento o della qualità del campionato, quello che fa la differenza è la capacità di trasformare una somma di individualità in una cultura condivisa.

Da Undici n° 69
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