Un sinistro precisissimo, a scardinare da fuori area la difesa del Napoli che fino al 74esimo, in un modo o nell’altro, aveva retto gli assalti dei vicecampioni d’Europa. Poi sullo stadio Maradona è piombato Martin Odegaard. Con il suo impeto, il suo talento, la sua capacità di leggere i momenti della partita. Porta il numero 8 da tipica mezzala, ma è come se sulla maglia ne avesse cuciti diversi altri: potrebbe tranquillamente vestire un 6 da regista, un 7 da fantasista, un 11 da esterno d’attacco. E all’occorrenza, fa valere dei colpi da vero 10.
Si riavvolga il nastro della partita qualche minuto addietro, quando il norvegese decide di seminare il panico sulla trequarti. Dribbla, serpeggia, non lo prende nessuno e tutti gli avversari sono affannati dalla sua presenza. Sembra che abbia perso l’attimo per il tiro, che non trovi spazio per il cross. E proprio quando convince anche chi guarda di essere finito intrappola, ecco che Martin scodella col sinistro un pallone delizioso, a liberare un compagno in area piccola: l’azione di lì a poco sfuma, ma la giocata resta – soprattutto con quel piede, con quella delicatezza di tocco, in quello stadio. Forse è più bella del gol che regala i tre punti all’Arsenal, che pure è bellissimo:
E adesso i Gunners si godono il loro capitano. Sorridente, dirompente, sicuro di sé. Rigenerato anche sul piano psicologico da uno storico Mondiale vissuto da protagonista con la sua Norvegia: a 28 anni da compiere, Odegaard ha finalmente trovato il suo posto nel calcio d’élite. E non è un posto di poco conto, nonostante le critiche piovute sul giocatore una stagione dopo l’altra. Perché a guardare i crudi numeri in effetti il ragazzo pare essersi perso: 15 gol stagionali nel 2023, 11 nel 2024, poi sei e soltanto uno nella scorsa annata. Una decrescita esponenziale, che mette a nudo la scarsa freddezza di Martin sotto porta – questo è stato a lungo un tema – e la propensione a sfoggiare un talento limpido quanto inconcludente. Aspetto già rimarcato durante la sua difficile esperienza al Real Madrid, fino al 2021.
Eppure l’Arsenal è cresciuto, in queste stesse stagioni. E Odegaard è diventato il capitano di una squadra che è arrivata a vincere la Premier League, e a undici metri dal metterci vicino la Champions: cervello e motore insieme, apprezzatissimo dallo stesso Arteta – che prima di allenare era stato centrocampista come lui, con quella stessa maglia, con quello stesso numero. «Negli ultimi mesi va detto che Martin ha saltato tante partite per infortunio», ha detto il manager dei Gunners dopo la vittoria in casa del Napoli. «Adesso si trova meglio in alcuni meccanismi di squadra. Può giocare a diversi livelli del campo, alzando il baricentro soprattutto nella fase offensiva. E quando si trova in questa posizione diventa davvero un giocatore pericoloso. Qualcuno in grado di mandare in confusione gli avversari».
Un ruolo libero e inedito, che sembra cucito su misura per Odegaard. In questo avvio di stagione ha già segnato quattro gol in cinque partite in tutte le competizioni: l’inversione di tendenza sul piano realizzativo è soltanto l’immagine di copertina di un campionario totale. Che magari ci ha messo un po’ a trovare il suo spazio e i suoi tempi a questi livelli. Ma ora è lì, si diverte e detta il ritmo. Rispetto alla scorsa stagione tira di più, tocca più palloni in area, crea più palle gol, completa quasi il doppio dei passaggi nell’ultimo terzo del campo – cioè quelli più pericolosi. Insomma, ha fatto un salto di qualità a trecentosessanta gradi. Le critiche dei detrattori sono sparite, restano soltanto le parole forti di chi non l’aveva mai messo in dubbio: «Martin è un giocatore davvero bravo», aveva detto Erling Haaland con fare profetico, già diversi anni fa. «Sta tirando fuori il suo vero potenziale, sta facendo vedere al mondo quanto è capace». E quello era soltanto l’inizio.