Gli osservatori del Brentford, quando devono valutare un giocatore, arrivano a parlare anche con i gestori dei ristoranti che frequenta (per capire come mangia e come tratta il personale di sala)

Questione di etichetta, e di soft skills fondamentali per costruire una buona chimica di squadra.
di Redazione Undici 11 Settembre 2026 alle 19:09

Chiamatelo pure test di galateo. Perché per giocare nel Brentford, non serve soltanto avere i requisiti tecnici e statistici. Ma anche essere delle persone sane e per bene, oltre la sfera delle partite e degli allenamenti. Come riuscirlo a capire, prima di firmare un nuovo calciatore? Con delle vere e proprie prove quotidiane all’insaputa dell’interessato. Dal feedback dei ristoratori e nutrizionisti a quello dei negozianti che s’interfacciano con lui. Nel frattempo gli scout del club biancorosso osservano a distanza, prendono appunti e se il candidato supera la verifica del buon samaritano la trattiva per portarlo al Brentford prende una piega decisiva.

Non è un’esagerazione. Come racconta il Times in quest’articolo, dietro l’escamotage del Brentford c’è del metodo e una più ampia strategia di allestimento della rosa. Ormai l’ascesa della squadra in Premier League non deve più sorprendere. Ma tutti sono rimasti folgorati dall’approccio del Brentford in fase di calciomercato: l’uso massiccio di algoritmi e big data – da pionieri nel calcio europeo, in questo senso – per costruire una compagine competitiva al minor prezzo possibile. L’artefice di questa felice intuizione, quasi in stile “Moneyball”, è il direttore tecnico Lee Dykes. Uno che sa il fatto suo, assicurano nell’ambiente. E sa soprattutto che oltre ai freddi numeri, va ricercata nei giocatori una componente umana non quantificabile attraverso gli strumenti digitali. Qualcosa che cambia il modo di vedere, nel bene e nel male, dei potenziali nuovi acquisti.

Dunque Dykes e i suoi collaboratori hanno coltivato un vero e proprio network di contatti utili per monitorare i calciatori sul taccuino del Brentford: cercano di sapere dove vanno a mangiare, in quali negozi fanno shopping e che tipo di hobby coltivano. Non solo: parlando col personale di queste attività, riescono a ottenere informazioni molto più autentiche – il giocatore e cordiale? lascia la mancia? beve alcolici? – rispetto al feedback telefonato di precedenti allenatori o preparatori atletici – senza contare l’abilità persuasiva dei diretti interessati a colloquio. A prima vista può sembrare una curiosità un po’ morbosa, se non intrusiva e irritante; in realtà però gli osservatori del Brentford hanno uno scopo molto attinente al loro lavoro. La convinzione comune, infatti, è che se un calciatore professionista crea problemi a chi gli sta attorno semplicemente andando a mangiare fuori, figurarsi quale detonatore di nervosismo potrebbe rivelarsi in spogliatoio. A quel punto il tasso tecnico non basta più. E si passa al profilo successivo.

Per il Brentford, chiamato a competere con le big inglesi dotate di in budget molto più facoltoso, questa analisi di mercato in due stadi – ricerca algoritmica più scoperta della personalità individuale – è essenziale per fare centro al prezzo giusto. E continuare a essere competitivi, nel segno dell’alchimia di gruppo. Igor Thiago, due estati fa, era arrivato dal Brugge proprio in conformità a questi parametri. Lo stesso vale oggi per Mamadou Sangaré, ultimo squillo di mercato portato a casa dal Brentford: al Lens sono andati 48 milioni di euro, agli inglesi un centrocampista completo e già affermato. Con tanto di comprovate buone maniere, altrimenti non avrebbe mai superato l’esame di Dykes.

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