Il Betis è la squadra di cui dovreste innamorarvi, per come sta giocando e per il rapporto che ha col suo pubblico e con i suoi giocatori

Esistono ancora le isole felici nel calcio di oggi? Dando uno sguardo ai biancoverdi di Siviglia, sembra proprio di sì.
di Redazione Undici 19 Settembre 2026 alle 07:57

È stata una lunga rincorsa, per i tifosi del Betis. Quando il Siviglia faceva il pieno di Europa League, l’altra squadra del capoluogo andaluso retrocedeva in seconda divisione per l’ultima volta nella sua storia. Era il 2014/15: il tracollo e al contempo l’inizio della risalita. Perché proprio allora, nel momento del bisogno, gli abbonati dei malconci biancoverdi reagirono al verdetto del campo con numeri da record: oltre 40mila, più di gran parte delle squadre di Liga. Basterebbe questo a certificare l’indissolubile legame tra il club e la sua gente. Da lì in poi però il Betis ha soltanto ripreso a risalire. E oggi, da diverse stagioni a questa parte, guarda i rivali sevillisti dall’alto al basso. Ma soprattutto guarda a sé stesso, a un calcio fresco, sano, capace di coinvolgere e contagiare di entusiasmo chiunque ultimamente arrivi a vestirsi con questa maglia.

Chiedere ad Antony, a Isco, a Lo Celso. Da sei stagioni consecutive – con tanto di Copa del Rey in bacheca nel 2022 – il Betis ha sempre chiuso il campionato almeno al settimo posto. Nell’ultima è tornato a qualificarsi in Champions League dopo due decenni. Oggi, tolta un’inattesa imbarcata sul campo del Levante, è partito fortissimo e dopo sei partite è secondo in Liga a braccetto con il Real Madrid, dietro soltanto alla schiacciasassi Barcellona. Un’ascesa incessante, progressiva, senza bruciare le tappe né lasciare indietro nessuno. A partire da quegli stessi tifosi che sono l’anima del club. E pure i suoi stessi proprietari, in buona parte: come aveva raccontato El País in questo dettagliato approfondimento, il Betis, ormai la quinta società più seguita di Spagna, conta oltre la metà delle proprie azioni distribuite fra migliaia di appassionati. Tutti con potere decisionale sul futuro della squadra, a prescindere dalla dimensione dell’investimento.

Questo modello di azionariato popolare, abbastanza eccezionale ai massimi livelli del calcio di oggi, permette ai biancoverdi di attingere a risorse diversificate sbarrando la strada alle speculazioni o alle acquisizioni ostili. A questo proposito, il buon esempio negli ultimi tempi l’aveva dato uno dei tifosi più viscerali del Betis. E anche uno dei suoi più amati simboli sul campo: Joaquín Sánchez, eterno capitano e recordman di presenze, tornato all’ovile nell’ultimo spicchio di carriera dopo tanto girovagare. A Siviglia l’ex Fiorentina è invecchiato come il vino, il suo ultimo valzer è durato otto anni, giocando fino a 42 – un dato clamoroso, considerato che si tratta di un esterno offensivo da forti sgroppate – e prendendosi il lusso di rivincere la Copa del Rey in maglia biancoverde 17 anni dopo l’ultima volta. Ma il trofeo più grande è stato rivelare il 2% delle quote del suo stesso club, proprio per evitare che cadesse in brutte mani e convincere ulteriori investitori sulla bontà del progetto in atto. Ci ha messo la faccia, insomma – e diversi milioni di euro. Oggi è un affermato dirigente e fa da raccordo tra vertici societari, area tecnica e la folta comunità dei béticos: una delle più attive del calcio spagnolo, ben oltre Siviglia e l’Andalusia. Il pilastro di pubblico necessario per continuare a vigilare sull’autentica identità del club.

Aspettando l’acuto sul versante internazionale – finora Antony e compagni si sono fermati in finale di Europa League, nel 2025 –, il Betis oggi non smette di sognare in grande e la massiccia ristrutturazione dello stadio Benito Villamarín va esattamente in questa direzione. Ogni settimana l’atmosfera è elettrica, i giocatori ripagano la fiducia del club – e la sua strategia, con lo zoccolo duro della rosa forgiato in America latina – con prestazioni di alto livello e il marchio biancoverde inizia ad affacciarsi verso nuovi palcoscenici mediatici e commerciali. Inevitabile, quando fioccano i risultati. Ma la storia del Betis è diversa, perché quando non arrivavano la marea biancoverde era comunque sugli spalti a cantare a squarciagola. Facile da tifare, una squadra così.

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