Diversi giocatori americani della NHL stanno lasciando o vogliono lasciare le squadre canadesi, e le motivazioni sono sia economiche che politiche

C'entrano anche la finale olimpica di Milano Cortina e, ovviamente, l'amministrazione Trump.
di Redazione Undici 30 Settembre 2026 alle 11:59

I rapporti geopolitici tra Canada e Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump sono i più tesi di sempre. E anche lo sport ne sta risentendo. La questione dei dazi, dei controlli delle frontiere per il monitoraggio di migranti e traffici illegali e il nuovo accordo commerciale tra il Paese della foglia d’acero e l’Unione Europea ha cambiato le relazioni tra i due grandi stati del Nord America che a livello sportivo condividono diverse franchigie NBA, MLB e soprattutto NHL. È proprio nella lega professionistica di hockey che si sono registrate le maggiori conseguenze del disallineamento.

Come riportato dal Guardian, starebbe avvenendo una vera e propria fuga di giocatori americani dalle squadre canadesi. Quinn Hughes, centro dei Vancouver Canucks, ha deciso infatti di trasferirsi in Minnesota, dopo aver fatto capire chiaramente di non voler rinnovare il contratto. In aprile Jim Rutherford, presidente delle Hockey Operations dei Canucks, era stato molto diretto nel spiegare cosa ci fosse dietro quella scelta: «Alcune persone pensano che Quinn abbia lasciato Vancouver perché la squadra non era abbastanza forte. E invece sarebbe partito comunque», aveva detto, citando Matthew Tkachuk, che nel 2022 aveva lasciato Calgary. «Voleva tornare negli Stati Uniti e lo ha fatto». E, aveva aggiunto, Hughes non sarebbe stato l’ultimo.

Il dirigente dei Canucks aveva ragione. Alla fine della stagione 2025/26, infatti, anche Brady Tkachuk, capitano degli Ottawa Senators, ha chiesto di essere ceduto. Alla fine ha ottenuto quello che voleva ed è approdato ai Florida Panthers, dove ha raggiunto il fratello Matthew. «Il sangue è più spesso dell’acqua. E diciamo che suo padre e suo fratello gli hanno parlato molto», ha raccontato all’inizio di settembre Michael Andlauer, proprietario degli Senators. «Alla fine ha deciso di andare a giocare con suo fratello. In una certa misura era una decisione che non potevamo controllare».

Adesso anche Dylan Larkin vuole andarsene da Detroit. E, sebbene stia lasciando una città americana, le possibili destinazioni emerse finora non comprendono squadre canadesi. Nemmeno a Montreal, dove da tempo lo segue, dove dispongono di spazio salariale e dove hanno costruito una squadra giovane e interessante attraverso una serie di recenti rinnovi. Secondo TSN, però, Larkin non prenderebbe in considerazione nessuna squadra canadese. Poi c’è Connor Hellebuyck, la storia più complicata di tutte. Il portiere dei Winnipeg Jets ha rivelato di aver chiesto di essere ceduto già diversi mesi fa. Una sorpresa, soprattutto considerando quello che aveva detto nel 2023, quando aveva firmato un contratto di sette anni da 59,5 milioni di dollari: «Sono pronto a essere un Jet per tutta la vita e a portare la Stanley Cup in questa città».

Poi le cose sono cambiate. Winnipeg ha iniziato a perdere terreno e la prospettiva di vincere la Stanley Cup si è allontanata. La finale delle Olimpiadi di Milano Cortina ha fatto il resto. Con le sue 41 parate Hellebuyck è stato un fattore determinante nella vittoria americana tanto che la sua prestazione gli è valsa la Presidential Medal of Freedom assegnata da Donald Trump. La cerimonia e la successiva visita alla Casa Bianca hanno però provocato la reazione negativa di una parte dei tifosi e, secondo quanto raccontato dallo stesso Hellebuyck, anche minacce e insulti online rivolti alla sua famiglia.

Il portiere sarebbe disposto ad accettare il trasferimento in una squadra americana competitiva, ma le trattative con Buffalo si sono arenate sulla richiesta dei Jets. Si è pure vociferati che Hellebuyck possa invece accettare un passaggio a Edmonton o Montreal. Naturale, quindi, pensare che la sua scelta abbia meno a che fare con una presunta volontà di lasciare il Canada e più con il desiderio di giocare per una squadra in grado di competere per il titolo. La tendenza, però, resta. Per ora Hellebuyck è stato sospeso per non essersi presentato al training camp e resta in attesa di capire quale sarà il suo futuro, presumibilmente e più probabilmente da qualche parte in Michigan, lo Stato in cui è nato.

Va detto che nessuno di questi giocatori ha pubblicamente attaccato il Canada. Effettivamente ci sono ragioni concrete per andarsene, dai legami familiari alle differenze fiscali. E non si tratta nemmeno di un esodo generalizzato. Auston Matthews, capitano dei Toronto Maple Leafs, per il momento è rimasto dove si trova, probabilmente anche alla luce del cambio di dirigenza e degli acquisti fatti dalla squadra durante l’estate. Dopotutto parliamo di giocatori professionisti e hanno il diritto di decidere dove giocare, nei limiti del contratto, ma la  previsione di Rutherford ha continuato a riecheggiare per tutta l’estate. Anche perché ha toccato qualcosa di profondo nella cultura dell’hockey canadese. Per molto tempo il problema sembrava essere la differenza di valore tra il dollaro canadese e quello statunitense, ma forse quella disparità non conta poi così tanto. Dall’introduzione del salary cap nel 2005, le squadre canadesi hanno imparato a muoversi tra i numeri e a costruire contratti in grado di competere con quelli delle franchigie americane. Quello che non possono fabbricare è il desiderio e la passione di giocare in Canada. Che forse stanno scomparendo tra i giocatori americani, anche per ragioni politiche.

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