Dopo aver formato per anni dei giocatori fin troppo simili tra loro, adesso le grandi Academy stanno usando i metodi dello street football per allevare la tecnica e l’imprevedibilità

Una necessità che evidentemente va ben al di là delle croniche difficoltà dei giovani italiani.
di Redazione Undici 30 Settembre 2026 alle 01:47

Si dice che il calcio azzurro abbia iniziato a perdere il suo talento – i suoi Baggio, i suoi Del Piero, i suoi Totti – laddove i palloni hanno smesso di rimbalzare nella polvere. Dalle piazze ai vicoli, passando per campetti urbani meglio o peggio arrabattati. Bastava questo, per imporre ai bambini degli ostacoli in più soprattutto sul versante creativo del gioco. Ostacoli da superare: ragionando, inventando, lasciandosi andare. Qualcosa che nei moderni settori giovanili non succede più. E se in Italia i numeri dieci di una volta sono ormai in via d’estinzione, anche all’estero si sono resi conto che la situazione non è poi così florida. Magari c’è più qualità – anzi: ce n’è di sicuro – eppure resta comunque una qualità standardizzata. Dunque, alla lunga, poco distintiva per primeggiare rispetto ad avversari con analoghe caratteristiche.

Per questo le migliori Academy d’Europa hanno iniziato a correre ai ripari, e non da ieri. Come racconta il Times in questo lungo approfondimento, durante il percorso di formazione ad alti livelli sta ricoprendo sempre più spazio il ritorno allo street football – o meglio: a condizioni ambientali fac simile rispetto a quanto può offrire la spontaneità della strada. Sono i fuoriclasse stessi a spiegare il problema. Lamine Yamal, teenager campione del mondo, rappresenta forse l’ultimo coorte generazionale formatosi tra un marciapiede e l’altro, sui campetti di Rocafonda, in provincia di Barcellona. I bambini di oggi, sottolinea l’asso blaugrana, vengono catapultati nella struttura di una scuola calcio sin da piccolissimi – dai 4 anni in su – e si ritrovano di fronte a istruzioni rigide. Subito ruolo per ruolo: il difensore centrale ha determinati compiti, la mezzala ne ha altri, l’esterno d’attacco altri ancora. Come dei calciatori in miniatura.

Sono elementi sportivi-pedagogici che da un lato forniscono importanti punti di riferimento, ma dall’altro fanno inaridire sul nascere ogni sorta di spontaneità. Ecco che allora, mentre i giovani giocatori “post Yamal” stanno iniziando a uscire dai vivai, gli allenatori stessi si sono resi conto degli effetti collaterali di questi metodi di formazione. Le nuove leve sono molto disciplinate, tatticamente irreprensibili. Ma non sbagliano mai la giocata perché non la rischiano. E questo, per sparigliare le carte fra le migliori squadre al mondo, a lungo andare diventa un problema. Così, da Barcellona a Londra, gli addetti ai lavori stanno progressivamente ripristinando quegli angoli di calcio ultimamente trascurati alla radice: uno contro uno, ricerca della creatività, terreno di gioco accidentato, avversari di età anche molto diversa – al campetto si guardava forse la carta d’identità?

L’obiettivo di fondo è combinare questi due aspetti fondamentali: inventiva e rigore, coraggio e prudenza, propensione al dribbling e al passaggio semplice. Lo street football costringe il giocatore a percepire e a risolvere problemi imprevedibili. L’impostazione da scuola calcio fornisce un vademecum ordinato, a prova di rischi inutili. Soltanto così, combinando un’attenzione alla tenuta fisica senza precedenti, le Academy confidano di poter arrivare a formare i veri campioni del futuro. Xavi e Iniesta, giusto per fare un esempio blaugrana, avrebbero messo la firma per poter disporre delle infrastrutture odierne della Masia quando erano ragazzini. E un enfant prodige di oggi rimpiange la loro libertà. In qualche modo, Lamine è riuscito a intercettare entrambi gli aspetti: forse anche per questo è tra i più forti di tutti.

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