Kayode, Calafiori, Scalvini, Doumbia, Romano, Vergara, i fratelli Esposito: le gare di Nations League hanno detto che l’Italia ha diversi talenti su cui costruire il futuro

Dopo l'esordio da incubo contro il Belgio, Mancini ha dimostrato di poter maneggiare bene un gruppo con delle buone potenzialità. E non è poco, e non era scontato.
di Alfonso Fasano 06 Ottobre 2026 alle 01:06

È vero, è inutile negarlo: la seconda vittoria della nuova Italia di Mancini contro la Turchia, 3-1 allo stadio Dall’Ara di Bologna, è stata meno luccicante rispetto a quella ottenuta nel match di andata (4-1) giocato una settimana fa. Però di mezzo c’è stata un’altra buona prova contro la Francia, però nel frattempo il ct ha cambiato addirittura nove undicesimi della squadra titolare che ha pareggiato 1-1 a Parigi Saint-Denis. E però, in ultimo ma non in ultimo, un gruppo molto rinnovato – e che aveva iniziato malissimo il percorso in Nations League, perdendo in modo inquietante all’Olimpico contro il Belgio – era arrivato alla quarta partita in dieci giorni tondi, un vero e proprio tour de force. Per dirla in breve: non bisogna fare troppo gli schizzinosi, tre punti restano tre punti e il secondo posto nella classifica del girone di Nations League è un segnale molto positivo in vista del futuro.

Ancora più positivi sono i messaggi arrivati dall’interno del gruppo azzurro. Sono quelli che portano in calce i nomi e i volti dei nuovi giocatori inseriti dal ct Mancini. Alcuni sono stati lanciati come titolari-titolari, altri invece sono stati utilizzati come primissime alternative. Ma tutti hanno dimostrato di avere quella che un tempo si chiamava la stoffa, ovvero il talento per giocare in Nazionale e i margini di crescita per poterci rimanere. Stiamo parlando di Michael Kayode, di Alessandro Romano, di Issa Doumbia, di Antonio Vergara, di Sebastiano Esposito. Ma anche di Giorgio Scalvini, Riccardo Calafiori e Francesco Pio Esposito, che avevamo già visto con la maglia azzurra ma che adesso, dopo questo avvio di Nations League, devono essere considerati dei pilastri su cui si può – anzi: si deve – edificare la ricostruzione azzurra. Alla stregua dei veterani, alla stregua di Donnarumma, Bastoni, Barella, Tonali, Frattesi.

Non c’è niente di male a pensarlo e a dirlo, visto che è la realtà: otto anni dopo l’inizio del suo primo mandato da commissario tecnico della Nazionale italiana, Roberto Mancini ha iniziato un percorso simile – almeno nelle intenzioni, nelle idee di fondo – a quello che portò gli Azzurri a vincere Euro 2021. Allora i veterani erano Bonucci, Chiellini, Verratti, Insigne, Immobile. E accanto a loro vennero fatti esordire – in senso letterale, non per modo di dire – Berardi, Barella, Zaniolo, Di Lorenzo, Tonali, Locatelli, Bastoni, Raspadori – vale a dire, per chi non lo ricordasse, alcuni dei grandi protagonisti della vittoria nel trofeo continentale.

Ora siamo in un mondo completamente diverso, all’inizio di un ciclo e di un progetto completamente nuovi. Ma era necessario un nuovo impulso, anzi era necessario dare una scarica elettrica alla Nazionale, per rianimarla davvero. E questa scarica è arrivata grazie a ragazzi che forse – anzi: sicuramente – sono ancora tutti da plasmare, da raffinare, in questo senso l’irruenza primordiale di Kayode, gli alti e bassi di Romano, alcune ingenuità nelle letture di Doumbia e l’incapacità di gestire le energie di Vergara sono degli aspetti su cui lavorare. Allo stesso tempo, però, questi calciatori hanno dimostrato di possedere la tenuta fisica e la predisposizione mentale a un calcio aggressivo e ambizioso e perciò dispendioso. Inoltre non gli manca neanche la pura qualità, l’abbiamo visto nella prova di Kayode in Turchia, in quella di Vergara al Dall’Ara di Bologna. L’abbiamo visto, sempre al Dall’Ara, nella prestazione in crescendo di Romano dopo il brutto esordio contro il Belgio, nei gol di Calafiori e di Esposito arrivati dopo il pareggio (potenzialmente) tagliagambe della Turchia.

Ecco, questo è un altro aspetto da non sottovalutare: una squadra appene assemblata – o comunque profondamente rinnovata – che si fa rimontare in casa dopo essere andata in vantaggio avrebbe anche potuto disunirsi, sfilacciarsi. E invece non è successo. Così come non è da sottovalutare il fatto che, grazie alle due vittorie contro la Turchia (e al pareggio contro la Francia), l’Italia ha conquistato un posto in prima fascia nel sorteggio che determinerà i gironi di qualificazioni ai prossimi Europei. È un piccolo passo, certo, ma è evidente che lo spirito e il vento di questa Nazionale abbiano qualcosa di diverso rispetto all’atmosfera dimessa che si respirava nella seconda parte dell’era-Spalletti, alla paura di respirare che ha trasmesso l’Italia di Gattuso. E i meriti di questa primissima trasformazione vanno divisi, più o meno equamente, tra i calciatori che hanno già cambiato il volto della Nazionale e il tecnico che li ha individuati, convocati, schierati.

Dopo di loro, cioè pochi metri indietro rispetto ai vari Kayode, Calafiori, Scalvini, Doumbia, Romano, Vergara, Sebastiano e Pio Esposito, ci sono anche Samuele Inacio, Ruggeri, Ghilardi, Udogie. E ancora i ragazzi dell’Under 21 di Baldini che hanno fatto a pezzi la Polonia: Ahanor, Bartesaghi, Chiarodia, Reggiani, Pisilli, Ndour, Faticanti, Liberali, Fini, Koleosho, Cisse. Non tutti arriveranno a giocare da titolari con l’Italia di Mancini, questo è matematico, ma il ct ha tutto ciò che serve per progettare e costruire il futuro della sua Nazionale. E nelle gare di Nations League ha dimostrato di aver preso la strada giusta per riuscirci, o quantomeno per provarci.

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