Il Midtjylland viene gestito come se non fosse un club danese, ma come un club internazionale, ed è per questo che continua ad avere successo (in campo e sul mercato)

Lezioni di inglese obbligatorie, scouting globale, accademie in tutti i continenti. «È l'unica strada possibile per una squadra come noi», come ha spiegato il direttore tecnico.
di Redazione Undici 06 Ottobre 2026 alle 13:33

Per chi ama i racconti incentrati su club calcistici che credono – e quindi investono – in idee e procedure innovative, beh, il Midtjylland è un punto di riferimento assoluto. Sono più di dieci anni che la società danese si inventa cose sempre nuove, sia in campo che fuori, per essere competitiva. Ed è un approccio che funziona, a dirlo sono gli albi d’oro: dopo il primo titolo nazionale, arrivato nel 2015, sono arrivate altre tre vittorie in Superligaen, tre coppe di Danimaeca e tre partecipazioni alla fase a gironi della Champions League. Nel frattempo, e forse questo è il dato più importante, dal Midtjylland sono partiti/passati diversi talenti poi capaci di imporsi nei grandi campionati europei: Alexander Sørloth, Artem Dovbyk, Jens Cajuste, Gustav Isaksen, Darío Osorio, tra gli altri, sono i calciatori più famosi ad aver vissuto un’esperienza molto, molto formativa in Danimarca. E per formativa non intendiamo solo a livello calcistico.

Il punto di forza del Midtjylland è il fatto di sentirsi/lavorare come se non fossero un club danese. Ad averlo spiegato in modo inequivocabile, parlando col Guardian, è stato il direttore tecnico Kristian Kjaer: «Noi pensiamo di essere un club internazionale, perché non abbiamo altra scelta: se vogliamo formare giocatori che vengono da tutto il mondo, dobbiamo necessariamente agire in questo modo». Ma come si passa dalla teoria alla pratica? Semplice: intanto dentro la squadra e la società si parla inglese, e per chi non lo conosce sono state predisposte delle lezioni. «Sono importanti come l’allenamento in campo», racconta Kjaer. «Sono tre a settimana, e sono obbligatorie. Se i giocatori non capiscono l’inglese entro sei mesi, non possono comunicare con l’allenatore».

E ancora: scouting e osservazione data-driven, una rete di accademie sparse in tutto il mondo, per esempio la FC Ebedei in Nigeria. Tornando in Danimarca, invece, il Midtjylland lavora con grande attenzione su tutti gli aspetti della vita dei calciatori, a cominciare per esempio dall’alimentazione. Proprio il recente caso relativo a Osorio, passato al Crystal Palace nell’ultimo giorno di mercato, racconta molto dell’approccio del Midtjylland: «Il calcio cileno», racconta Kjaer, «non è il sistema più professionale in assoluto, quando si tratta di guidare i calciatori nelle loro abitudini quotidiane. Darío era solito mangiare molto pane bianco a cena e non capiva perché non avesse le energie necessarie al mattino. Una delle prime cose che abbiamo fatto è stata analizzare il suo piano nutrizionale». Ha funzionato, funziona da anni, e infatti l’ultimo mercato estivo ha fruttato poco meno di 58 milioni di euro: la cifra più alta mai incassata dal Midtjylland in tutta la sua storia. Non è un caso, non può esserlo. E infatti non lo è.

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