Ecco come ha fatto la Spagna, vent’anni dopo la prima volta, a diventare la dominatrice del calcio mondiale

Da Cruijff ad Aragonés, da Guardiola a Del Bosque fino ad arrivare a De la Fuente e Lamine Yamal: la Roja e i suoi calciatori hanno segnato l’epoca contemporanea. Non solo attraverso le vittorie, ma anche imponendo uno stile e un modello unici.
di Alfonso Fasano 07 Ottobre 2026 alle 01:07

Vent’anni. Poi altri venti. È il tempo che ha impiegato la Spagna per diventare padrona del calcio mondiale, e si può dividere in due segmenti di lunghezza similare. Nel primo sono avvenute la semina e la coltivazione, poi nel secondo è arrivato il raccolto. Un raccolto rigoglioso, dolcissimo, fatto di trofei e di dominio culturale, di coppe alzate al cielo mentre i dirigenti calcistici del resto del mondo cercavano di copiare, di imitare, o quantomeno di riprodurre parte del modello spagnolo. Pure perché, lo dicono gli albi d’oro, è praticamente impossibile capire come si fa a fermarlo, o anche solo a limitarlo. 

A differenza degli astronomi, poverini, che possono solamente ipotizzare – e devono farlo in maniera inevitabilmente approssimativa – i tempi cui l’universo ha iniziato a esistere, i giornalisti sportivi e gli appassionati di tutto il mondo sono in grado di individuare delle date certe, inoppugnabili, quando devono raccontare l’ideazione e la realizzazione fattiva del modello spagnolo. La prima cade il 5 maggio 1988, quando Johan Cruijff diventa allenatore del Barcellona e inizia a lavorare su un nuovo processo di costruzione del talento: l’esperienza da giocatore del Barça, a cavallo tra il 1973 e il 1978, ha convinto Cruijff che lo svantaggio antropometrico accusato dai calciatori spagnoli – la statura media dei maschi adulti del Paese, 167 centimetri, è la terza più bassa di tutti i Paesi europei – può essere colmato lavorando sulla tecnica di base. E così il tecnico olandese impone che la prima squadra e tutte le formazioni giovanili del Barcellona debbano sostenere lunghissime sedute di allenamento basate sul trattamento della palla, debbano preparare le partite in modo da controllarle il più possibile attraverso il possesso.

Col tempo, grazie alle vittorie ottenute dal club blaugrana e al lancio contestuale di diversi giocatori cresciuti nella Masia, storico nickname del vivaio catalano, questa metodologia diventa il riferimento di tutte le Academy spagnole. Anche la Federcalcio intuisce che quella tracciata da Cruijff è una strada promettente, e allora negli anni Novanta istituisce percorsi di formazione – sia per giocatori che per allenatori – fondati su questi principi. È così che, nel breve volgere di qualche anno, germoglia una generazione di talenti che sembrano cresciuti in cattività, a prescindere dal loro ruolo in campo, e in fondo è più o meno così: al capostipite Xavi (nato nel 1980) seguono Xabi Alonso (1981), David Villa (1981), Fernando Torres (1984) Andrés Iniesta (1984), Sergio Ramos (1986), David Silva (1986), Cesc Fàbregas (1987), Pedrito (1987), Sergi Busquets (1988).

Sono tutti calciatori eleganti, intelligenti e rapidissimi nello stretto, che danno la sensazione di avere la colla sugli scarpini, vista la loro capacità di tenere il pallone sempre attaccato ai piedi. Ma al tempo stesso sono anche programmati, nella mente e negli atteggiamenti, per scambiarsi continuamente la sfera e la posizione in campo. A questo punto occorrono soltanto uno o due uomini in grado di incastrare tutto questo ben di dio calcistico, di creare il sistema giusto per far fruttare quello che è un enorme capitale tecnico, umano, persino culturale. 

La seconda data-chiave non è famosa in tutto il mondo, ma in Spagna viene celebrata come si fa per la festa patronale di un paesino del Sud Italia: è il 13 ottobre del 2007 e la Nazionale maggiore, guidata da Luis Aragonés, gioca in casa della Danimarca per le qualificazioni agli Europei del 2008; intorno al minuto 40’, quando il risultato dice 0-1 in favore della Roja, i giocatori spagnoli iniziano a far girare il pallone in maniera elegantissima e stordente, se lo passano tra loro con una qualità e una velocità altissima, lo tengono ininterrottamente per un minuto e 15 secondi. In quel tempo che sembra interminabile, arrivano ad accumulare 65 tocchi, 28 scambi riusciti e un tiro verso la porta, scoccato da Sergio Ramos, che batte il portiere danese.

Raúl Tamudo, centravanti dell’Espanyol schierato da titolare a Copenaghen, in seguito dirà che «quella partita e quella rete hanno segnato un prima e un dopo nella storia del calcio spagnolo». Ed è vero, eccome se è vero: tra il 2006 e il 2007, infatti, Aragonés ha iniziato a lavorare a un modello tattico che esasperasse il possesso sia in chiave difensiva che offensiva, e così ha trasformato la sua Nazionale in una band che suona all’unisono – come detto, si tratta di calciatori dalla tecnica raffinatissima e abituati fin da bambini a praticare un certo tipo di gioco – e che sfrutta il suono dei suoi stessi passaggi come metronomo. È chiaro, il gol di Sergio Ramos è un episodio isolato all’interno di una partita in cui è successo tanto altro. Ma ancora oggi viene ricordato e considerato come una sorta di epifania simbolica, perché di fatto è anche una delle prime manifestazioni reali, percettibili, di un nuovo modo di giocare e intendere il calcio: il Tiqui-Taca. 

In un segmento lungo otto settimane, ovvero tra l’8 maggio e il 29 giugno 2008, si susseguono due eventi che si riveleranno epocali, ovviamente a livello calcistico: il Barcellona decide di affidare la panchina della prima squadra al tecnico che ha riportato il Barça B in terza divisione, Pep Guardiola, poi la Nazionale spagnola batte la Germania nella finale degli Europei (1-0, gol di Fernando Torres) e vince il suo primo trofeo senior dopo 44 anni. In quei giorni non sembra, ma col senno di oggi si tratta di due fatti profondamente legati tra loro: all’indomani del successo contro la Germania, il Guardian scrive che il ct della Roja, Luis Aragonés, «ha sempre insistito sul fatto che per i suoi giocatori sarebbe assurdo giocare in un modo diverso dal Tiqui-Taca. Ed è giusto, ovviamente. Ma la verità è che Aragonés non ha accettato la deriva suggerita dai talebani di questa ideologia. Anzi, l’ha utilizzata per dominare le partite, ma anche per proteggere una difesa lontana dall’eccellenza degli altri reparti».

Proprio in questo punto esatto della storia, grazie alla vittoria e alla conseguente legittimazione di un modello tattico radicale, improponibile in qualsiasi altro contesto, si innesca la supernova di Guardiola. Fin dal giorno zero sulla panchina del Barça, infatti, il tecnico catalano mette il Tiqui-Taca – d’altronde nella Spagna campione d’Europa c’erano Puyol, Xavi, Iniesta e Cesc Fàbregas, che gioca nell’Arsenal ma si è formato nella Masia – al centro di un sistema di gioco che sembra venire da un futuro lontanissimo, che cambia completamente il modo di intendere gli spazi in campo, che estremizza concetti come possesso palla, pressing offensivo, fluidità posizionale. E che in pochi mesi prende a collezionare trofei come se piovessero dal cielo: la Liga, la Copa del Rey e la Champions League del 2009, e poi altre due edizioni della Liga e un’altra Champions League e i vari corollari di Supercoppe e Mondiali per Club, il tutto mentre le altre squadre del mondo, da un anno all’altro, danno l’impressione di appartenere a un’epoca remota, al Pleistocene del calcio. 

Questa percezione resta intatta persino quando il Barcellona di Guardiola riesce nell’impresa di non vincere, anche perché nel frattempo la Spagna – passata nelle mani di Vicente del Bosque, che naturalmente mantiene l’impostazione del suo predecessore – assorbe pure Piqué, Busquets e Pedrito, consolida il suo status di Nazionale di livello assoluto, vola in Sudafrica da favorita e conquista la sua prima Coppa del Mondo. È vero, forse il titolo più prestigioso arriva senza che la Roja raggiunga i picchi di bellezza assoluta toccati nel biennio precedente. Ma si tratta di un trionfo ottenuto con grande autorevolezza, anche perché le vittorie che lo determinano – contro avversari tostissimi come il Portogallo di Cristiano Ronaldo, la Germania, i Paesi Bassi in finale – sono il frutto di una superiorità che è diventata mentale prima ancora che tecnico-tattica, come se la Spagna avesse trovato la forza di entrare nell’élite, e di rimanerci, nel momento in cui è riuscita a possedere un’identità di gioco profondissima e innovativa, un’identità in cui riconoscersi, in cui prosperare, in cui – perché no? – specchiarsi e farsi ammirare. 

Ecco: due anni dopo il trionfo di Johannesburg, il mondo intero non può fare altro che mettersi lì ad ammirare il modo in cui la Spagna travolge, non c’è altro modo per dirlo, gli Europei che si disputano in Polonia e Ucraina. In alcune partite del torneo – tra cui, soprattutto, la finale vinta 4-0 contro l’Italia – la squadra di Del Bosque dà l’impressione di essere superiore di due o anche tre livelli rispetto alle sue avversarie. E il bello – o il brutto, a seconda dei punti di vista – è che le vittorie ottenute contro Irlanda, Croazia, Francia e Portogallo, lungo il percorso verso l’ultimo atto, si fondano su scelte tecniche e tattiche mai viste prima, su un modulo di gioco che non è possibile decrittare secondo le formule tradizionali, su una formazione-tipo in cui ci sono sei centrocampisti centrali e che non prevede la presenza di punte e/o esterni offensivi di ruolo, su un Tiqui-Taca che ha raggiunto livelli galattici di sofisticatezza, rapidità, eleganza. L’immagine di Iker Casillas che chiede ai suoi compagni di rallentare, subito dopo il gol del 4-0 segnato da Juan Mata nella finale contro l’Italia, descrive in maniera perfetta quello che è diventato un vero e proprio monopolio calcistico: la Spagna 2008 —> 2012 è la prima Nazionale della storia a fare Triplete, cioè a vincere tre trofei di fila tra Coppa del Mondo e manifestazioni continentali; nel frattempo, il Barcellona e il Real Madrid sono i due club più ricchi e più amati del mondo, possiedono i giocatori più forti, gli allenatori più influenti e più glamour, danno vita alla rivalità più focosa del calcio post-contemporaneo.

Qualcuno, a questo punto, sta per dire che i risultati negativi messi insieme tra il 2014 e il 2022 – in tre Mondiali la Spagna non va mai oltre gli ottavi di finale, agli Europei esce due volte contro l’Italia, agli ottavi nel 2016 e in semifinale nel 2021 – dimostrano che il modello spagnolo funziona a intermittenza. Che le grandi cantere di tutto il Paese, dopo la Generación Dorada, ne hanno prodotta una perduta: quella dei Morata, dei Thiago Alcántara, degli Isco, degli Asensio, dei Koke e dei Saúl, tutti calciatori che non sono riusciti a mantenere le promesse degli esordi, che non hanno neanche lambito gli standard garantiti dei protagonisti del ciclo precedente.

Naturalmente queste letture sono condivisibili, anzi a un certo punto è venuto su il sospetto che l’intero sistema – formativo, tattico e persino economico-culturale – del calcio spagnolo non riuscisse a evolversi, a staccarsi da ciò che l’aveva reso grande – a cominciare, naturalmente, dal Tiqui-Taca. E invece, e invece, il tempo ha detto che era solo una questione di attesa, di risacca – termine che viene proprio dallo spagnolo resaca – e di inevitabile ciclicità dello sport. Che l’esperienza, le competenze e la perseveranza pagano. Che lavorare in modo coerente, cioè con una visione chiara e una progettualità definita, è sempre la miglior soluzione per costruire grandi progetti, grandi squadre, grandi vittorie. 

È così che arriviamo ai giorni nostri, a un’altra bellissima doppietta Europei-Mondiali nel biennio 2024 —> 2026. Anche stavolta, come vent’anni fa, il dominio della Spagna si origina a partire da una clamorosa batteria di centrocampisti – Rodri, Fabián Ruiz, Gavi, Pedri, Zubimendi, Mikel Merino, Fermín López – che sanno governare il gioco attraverso il possesso, con una qualità e un’intelligenza spaventose; poi naturalmente ci sono anche dei talenti accecanti in altri reparti, da Lamine Yamal a Nico Williams fino a Pau Cubarsí, ma qui siamo già a valle. A monte, infatti, ci sono delle istituzioni e dei dirigenti e degli allenatori che hanno saputo mantenere vive le teorie di  Cruijff e le hanno traslate nell’era contemporanea, creando così le condizioni perché venisse su una nuova nidiata di campioni.

Non può essere un caso, e infatti non lo è, che questo secondo ciclo vincente della Nazionale spagnola porti la firma di un commissario tecnico costruito internamente, cioè dentro la Federazione, che ha risalito tutta la piramide delle rappresentative Under e si è fatto trovare al posto giusto, nel momento giusto, per prendere in mano una squadra che, di fatto, era già sua. Con Ivan de la Fuente è cominciato il secondo raccolto a livello senior, a vent’anni dal primo e a quarant’anni dalla semina. E anche questa ciclicità praticamente perfetta, vent’anni più altri venti, non può essere considerata casuale. A dirlo non sono gli albi d’oro dei tornei senior, ma quelli delle competizioni giovanili: dal 1988 a oggi, infatti, le Nazionali della Spagna hanno vinto due medaglie d’oro olimpiche, quattro Europei Under 21, un Mondiale Under 20, nove Europei Under 19, tre Europei Under 17, quattro Europei Under 16. E se a volte i risultati e i trofei possono essere o apparire episodici, finendo col dire poco, in questo caso significano tutto. 

Da Undici n° 70
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