«Posso vincere il Mondiale ad Austin? Non lo sapevo». La risposta a Jenson Button, un campione del mondo che certe domande sa bene quanto possano pesare, è forse la fotografia più fedele della domenica di Kimi Antonelli a Singapore. Mentre gli spiegano che il titolo potrebbe diventare realtà già nel prossimo appuntamento, il ventenne della Mercedes sembra quasi sorpreso. Non perché non abbia capito quanto sia vicino al traguardo, ma perché continua a ragionare da pilota che deve ancora finire una gara, difendere una posizione, conquistare punti. Il resto può aspettare. Anche quando il resto è un Mondiale di Formula Uno che comincia ad avere il suo nome scritto sopra.
A Marina Bay, Antonelli ha conquistato il terzo posto, il 17esimo podio della carriera, raggiungendo un’altra leggenda italiana come Alberto Ascari. Ma soprattutto ha portato a casa una gara in cui non tutto è filato liscio, dimostrando di saper convivere con gli errori senza perdere lucidità e di riconoscere il momento in cui vale la pena rischiare. È una qualità che spesso si associa ai piloti esperti, quelli che hanno imparato a distinguere una buona occasione da una trappola. Kimi, invece, sta imparando in fretta, mentre corre per il titolo più importante.
La prima prova arriva allo spegnimento dei semafori. Davanti a lui c’è Lewis Hamilton, e la prima curva offre la tentazione di provare subito a guadagnare una posizione. Antonelli, però, non forza la manovra. Resta lucido, evita di infilarsi in uno spazio che potrebbe chiudersi e sceglie di non compromettere una gara appena cominciata. Non è una rinuncia alla competizione, ma una valutazione del rischio. George Russell, il compagno che ancora rappresenta il principale rivale nella corsa al titolo, è costretto a partire dal fondo della griglia dopo la sostituzione della power unit. La situazione è favorevole a Kimi: non ha bisogno di trasformare il primo giro in una scommessa.
La pazienza, per un pilota che ha costruito la propria reputazione attaccando e cercando il limite, è una conquista importante. Antonelli non smette di essere aggressivo, ma comincia a scegliere quando esserlo. È questa la differenza tra una promessa velocissima e un candidato al Mondiale. La sua gara, da quel momento, diventa una lunga prova di equilibrio. Antonelli deve difendersi, controllare le gomme e rimanere abbastanza vicino agli avversari da non perdere il contatto con il podio. Lo fa senza snaturarsi: spinge, cerca il limite, prova a sfruttare ogni opportunità e rischiando di incappare nella penalità di cinque secondi per aver oltrepassato ripetutamente i limiti della pista.
È il momento in cui la gara sembra prendere una piega sfavorevole. Il podio si allontana, il quinto posto appare un risultato più realistico e la sensazione è che Antonelli debba accontentarsi di limitare i danni. Sarebbe già un buon affare, considerando il vantaggio accumulato su Russell e l’importanza di non buttare via punti proprio quando il titolo si avvicina. Ma Kimi non è tipo da smettere di guardare avanti. Continua a stare dentro la corsa, aspetta che qualcosa cambi e si fa trovare pronto quando davanti a lui si apre una possibilità. L’occasione arriva nella bagarre tra Hamilton e Norris. I due rallentano il ritmo, anche perché le gomme cominciano a presentare il conto di una gara impegnativa. E a quel punto Antonelli capisce che è il momento di tornare a giocarsela. Non ha bisogno di inventarsi un sorpasso impossibile né di affidarsi a una manovra disperata: gli basta leggere meglio degli altri la situazione, mantenere la pressione e approfittare dello spazio che si crea. È una questione di tempismo, oltre che di velocità. Il terzo posto torna alla sua portata e Kimi lo conquista con l’autorità di chi non ha intenzione di lasciarsi sfuggire un risultato ormai fondamentale.
Il podio di Singapore racconta proprio questo: Antonelli può commettere un errore, pagarlo e continuare a essere competitivo. Non è ancora un pilota infallibile, e non deve esserlo per forza. La sua forza sta nella capacità di restare dentro la gara anche quando le cose si complicano, senza farsi condizionare troppo da quello che è appena successo. La penalità avrebbe potuto innervosirlo, spingerlo a forzare ulteriormente o convincerlo che il risultato fosse ormai compromesso. Invece, ha continuato a cercare il limite, questa volta con la lucidità necessaria per sfruttare gli errori e le difficoltà degli altri. I numeri, del resto, sono eloquenti. Il vantaggio su Russell è salito a 102 punti e Austin può trasformarsi nel teatro della festa. Per chiudere i conti già nel prossimo Gran Premio, Antonelli dovrà vincere e sperare che il compagno di squadra non vada oltre il nono posto. È uno scenario che gli impone di pensare ancora alla prestazione, non ai calcoli: per conquistare il titolo dovrà continuare a fare quello che gli riesce meglio, guidare forte e non concedere nulla.
C’è poi un’ipotesi decisamente più particolare, quella che riguarda un’eventuale cancellazione delle ultime due gare, ad Abu Dhabi e Doha. Se il calendario dovesse interrompersi prima del previsto, Antonelli potrebbe ritrovarsi campione anche senza dover affrontare un altro weekend di gara, a seconda delle decisioni ufficiali e della situazione regolamentare. Per ora, naturalmente, è uno scenario teorico: la strada più concreta passa da Austin, dove il Mondiale potrebbe avere il suo verdetto. Eppure, più dei calcoli e delle combinazioni, resta quella risposta a Button. «Non lo sapevo». In una Formula Uno in cui ogni gesto viene analizzato, ogni dichiarazione diventa un titolo e ogni punto può cambiare la storia di una stagione, Antonelli sembra ancora concentrato soltanto sul prossimo giro. Non è inconsapevolezza, ma forse il modo migliore per affrontare una pressione enorme: non lasciarsi schiacciare dalla prospettiva di ciò che potrebbe accadere.
A Singapore ha perso una posizione per una penalità, ha rischiato di vedere sfumare il podio e poi se l’è ripreso sfruttando il momento giusto. Ha saputo aspettare alla prima curva e attaccare quando serviva, senza confondere la prudenza con la paura. Sono le qualità che servono a un campione, soprattutto quando il traguardo è ormai così vicino da diventare difficile ignorarlo. Kimi, invece, sembra ancora capace di farlo. E forse è proprio questo il segnale più impressionante della sua domenica: mentre tutti gli spiegano che potrebbe diventare campione del mondo ad Austin, lui si comporta come se dovesse ancora guadagnarsi tutto.