Miroslav Klose si è ritirato dieci anni fa, al termine della sua (bella e lunga) esperienza alla Lazio, e da quattro anni è diventato un allenatore. Prima ha guidato l’Altach, poi nel 2024 è stato scelto dal Norimberga, squadra storica del calcio tedesco – non a caso è soprannominato Der Club, ovvero il club per antonomasia – che però non riesce a tornare in Bundesliga dal 2019. In questo momento la classifica dice che Klose e la sua squadra sono in lotta per la promozione, cinque vittorie e due pareggi in sette partite rappresentano un andamento importante. Ma l’impatto di Klose, in realtà, va oltre quello che succede in campo. Per dire: il suo ex compagno Philipp Lahm, che tra le altre cose commenta il calcio su alcuni dei più prestigiosi giornali europei, ha scritto dei suoi metodi, di un approccio non convenzionale ma anche – e soprattutto – efficace. Al punto da arrivare a dire che «Miro possiede il DNA del grande allenatore».
In particolare, almeno secondo Lahm, ciò che lo distingue dai suoi colleghi è la capacità di «non complicare le cose: non stravolge mai il suo sistema, il modulo di gioco, piuttosto individua chi risponde alle esigenze del club e della squadra, cambiando raramente la formazione iniziale». È grazie a questo approccio che il Norimberga ha un nucleo stabile che garantisce continuità. Anche se si tratta di calciatori giovani. Un esempio su tutti è quello che riguarda Mohamed Zoma, che pochi giorni fa ha esordito nella Nazionale italiana pur essendo un giocatore di Zweite Liga. Anche alcuni prodotti del vivaio hanno trovato spazio, per esempio il 21enne Tim Janisch, il 19enne Eric Porstner e l’altro 21enne Piet Scobel. L’identità del Norimberga è stata ulteriormente salvaguardata con la nomina a capitano del portiere Jan Reichert, nato a pochi chilometri dal centro della città e anche lui cresciuto nel vivaio del club.
Come anticipato, però, Klose sta al di là dei risultati e le scelte di formazione: si autodefinisce come un tecnico «ossessionato dai dettagli», tutte le mattine saluta tutti i suoi giocatori stringendogli la mano, valuta il loro abbigliamento, la loro puntualità, la loro disciplina durante e dopo gli allenamenti. Sempre secondo Lahm, è chiaro che «la sua straordinaria carriera da calciatore fa in modo che Miro comprenda perfettamente quanto siano importanti la gerarchia, la disponibilità, ma anche la consapevolezza tattica, perché una squadra di calcio possa raggiungere i suoi obiettivi». Questo approccio molto quadrato, però, non pregiudica la sua capacità di entrare in empatia coi suoi calciatori, di fare battute per stemperare la tensione. Anche aspetti apparentemente marginali, come per esempio la disposizione dei giocatori in sala da pranzo, viene gestita in modo scientifico – in particolare, Klose vuole che si formino tavoli sempre diversi. Insomma: siamo di fronte a un ex campione che ha proprio tutto, almeno a livello giornalistico e narrativo, per diventare un grande allenatore. Gli mancano ancora dei risultati di rilievo, ma forse è solo questione di tempo.