Así gana el Madrid, a volte senza alcun senso logico, e adesso se n’è accorta anche la Roma di Gasperini

Dopo il 3-4 ottenuto all'Olimpico, grazie una rimonta assurda, è impossibile pensare che la storia e la mistica della squadra non pesino sui suoi risultati in campo. E lo sa anche José Mourinho.
di Redazione Undici 15 Ottobre 2026 alle 00:57

Il dito alzato, mentre imbocca il tunnel dell’Olimpico, è la sintesi di una partita che sembrava persa e che il Real Madrid ha deciso di vincere quando ormai nessuno avrebbe scommesso sulla sua rimonta. José Mourinho cammina con la calma di chi ha appena assistito a qualcosa che conosce bene. Quel gesto sembra dire: lo sapevo. Oppure, più precisamente, sapevo che con questa maglia, con questi giocatori e con questa storia non si può mai considerare finita una partita. All’83esimo la Roma conduceva 3-1, al 90esimo il Real Madrid aveva ribaltato tutto: 4-3, con tre gol arrivati da altrettanti calci d’angolo. Nonostante il Madrid fosse stato una squadra che, per lunghi tratti, era sembrata incapace persino di riconoscersi.

In Spagna c’è un’espressione che torna puntualmente quando il Real riesce a uscire vivo da una partita che avrebbe dovuto perdere: «Así gana el Madrid». Così vince il Real Madrid. È una formula che racconta tantissimo in pochi caratteri, perché chiama in causa il peso della maglia, il prestigio della storia e dell’esperienza in partite di primo livello, quindi soprattutto di Champions League. Per come si è sviluppata la serata, è difficile trovare una spiegazione più convincente di quella – abusata, quindi anche banale – della mistica. Però, a ben guardare, non ci sono alternative: il Real non ha vinto perché ha giocato meglio della Roma per 90 minuti, ma perché, negli ultimi otto, ha ricordato a tutti di essere il Real Madrid.

La distinzione è importante, soprattutto per Mourinho. Il portoghese non ha cercato di nascondersi dietro la rimonta, né ha usato il risultato per cancellare quello che era successo prima. In conferenza stampa si è assunto la responsabilità di una prima parte di gara nella quale la Roma aveva dominato la sua squadra, trovando spazi e superiorità con una naturalezza che aveva denudato i problemi del suo Real. I giocatori di Gian Piero Gasperini avevano saputo sorprendere gli avversari, attaccare con convinzione e sfruttare le fragilità di un Madrid ancora alla ricerca di un equilibrio. Il 3-1 firmato da De Roon e Malen (doppietta) a un certo punto pareva persino un risultato stretto, per quello che si era visto sul prato verde dell’Olimpico.

Anche perché il Real Madrid ha dato la sensazione di essere un insieme di individualità importanti, incapaci di trovare una forma comune. Le distanze si tra i reparti allungavano continuamente, il possesso non diventava mai controllo, la qualità dei singoli non produceva un disegno riconoscibile. E quando una squadra costruita per dominare le partite finisce per inseguire gli avversari senza riuscire a imporre il proprio ritmo, il blasone non basta più. O almeno: non dovrebbe bastare.

Poi è arrivato il minuto 82, e la partita è cambiata. Non attraverso un’azione elaborata, un’intuizione tattica capace di smontare la Roma o una lunga sequenza di passaggi. È cambiata attraverso tre calci d’angolo, tre palloni messi in area e una serie di episodi nei quali il Real ha trovato tutto quello che gli era mancato fino a quel momento: precisione, aggressività, convinzione. Carlos Espí ha accorciato le distanze, Endrick ha firmato il pareggio con un colpo di testa, Antonio Rüdiger, da ex, ha completato la rimonta. Tre gol in sette minuti e 43 secondi, la rimonta  più veloce in una trasferta di Champions: abbastanza per trasformare una notte da dimenticare in una di quelle che finiscono immediatamente nel repertorio delle imprese madridiste.

La differenza l’hanno fatta anche le sostituzioni. Mourinho aveva cominciato la partita con scelte che non avevano funzionato, ma ha avuto il merito di intervenire e di affidarsi a giocatori capaci di cambiare il finale. Endrick, Espí e Arda Güler sono diventati i protagonisti di una rimonta che sembrava fuori portata: il brasiliano ha segnato e partecipato alla costruzione del pareggio, Espí ha trovato il primo gol della rimonta e Güler ha messo la propria qualità al servizio dei calci piazzati, risultando decisivo anche nell’azione del 4-3. Due gol e due assist per i tre calciatori subentrati dalla panchina: si può dire che Mou abbia rovesciato il match.

Eppure, eppure, l’allenatore del Real Madrid ha riconosciuto i propri errori senza rinunciare a rivendicare il valore delle sue scelte. È una distinzione sottile, ma essenziale: il Real non ha giocato una grande partita, eppure ha dimostrato di avere risorse sufficienti per vincerne una che sembrava ormai perduta. Il risultato non risolve i problemi emersi nei primi 80 minuti, non costruisce automaticamente un’identità e non garantisce che una rimonta del genere possa ripetersi ogni volta. Ma consegna sei punti nelle prime due partite di Champions, per altro contro Inter e Roma. Lo stesso Mourinho, dopo il successo sui nerazzurri, aveva riconosciuto quanto fosse stata caotica, quindi anche casuale, quella vittoria. Adesso il copione si è ripetuto, con un’aggravante: contro la Roma, il Real ha trascorso una parte ancora più ampia della serata senza meritare il risultato finale. Sei punti, dunque, senza aver convinto davvero in nessuna delle due occasioni. È il paradosso con cui deve fare i conti chi allena una squadra di questo livello: il risultato protegge, ma non assolve.

E allora quel dito alzato nel tunnel acquista un significato ulteriore. Non è soltanto la soddisfazione di chi ha battuto la propria ex squadra, né la celebrazione di una rimonta personale. È il riconoscimento di un meccanismo che Mourinho conosce e che il Real Madrid continua ad alimentare: la capacità di restare dentro le partite anche quando non sembrano più appartenergli. Per 80 minuti la Roma ha mostrato di poter essere superiore, di avere un piano e di saperlo eseguire. Negli ultimi dieci e rotti, il Real ha trovato una scorciatoia che passa per il talento, la panchina e il peso della propria storia. Non è ancora una squadra compiuta. Forse, per ora, è soprattutto una squadra che sa vincere. E in Champions League, dove il Real ha costruito una parte decisiva della propria leggenda proprio sulle partite che sembravano impossibili da recuperare, può essere sufficiente per andare lontano. «Así gana el Madrid», anche quando non dovrebbe.

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