C’è un’immagine che racconta Gennaro Gattuso forse meglio di qualsiasi schema tattico: Ii giocatori della Lazio festeggiano sotto il settore ospiti pieno, a differenza della Curva Nord dell’Olimpico, e il loro tecnico chiede ai tifosi di onorare la squadra, saluta il quarto uomo e si avvia verso gli spogliatoi. Lascia la scena ai suoi ragazzi, senza bisogno di mettersi al centro della fotografia. Forse il segreto della sua Lazio sta proprio qui: nella capacità di accompagnare una squadra senza soffocarla, di darle una direzione senza pretendere di controllarne ogni movimento. Gattuso ha portato a Roma la sua idea di calcio e di spogliatoio, ma soprattutto sembra aver trovato il modo di mettere i giocatori nelle condizioni di esprimersi: «Bisogna parlare, ascoltarli e metterli nelle condizioni per farli rendere al massimo. Sono più evoluti di quando giocavamo noi, però è importante fargli capire l’importanza di alcune cose», ha spiegato l’allenatore biancoceleste a DAZN. Un concetto che, nella sua semplicità, contiene una parte importante del lavoro di un allenatore: conoscere chi ha davanti, capire come motivarlo e costruire un ambiente in cui possa prendersi le proprie responsabilità.
La vittoria di Torino contro la Juventus è stata la dimostrazione più evidente di quanto questa idea stia funzionando. La Lazio non si è limitata a sfruttare le difficoltà dei bianconeri, ma ha imposto il proprio calcio, togliendo agli avversari il tempo per organizzarsi e lo spazio per trovare soluzioni. Non è stata soltanto una questione di intensità, pure altissima, ma di un piano tattico riconoscibile e di una squadra che ha avuto il coraggio di eseguirlo senza arretrare di fronte al peso dell’avversario e dello stadio. Fin dalle dai primi palloni giocati in costruzione, Gattuso ha portato cinque uomini sulla linea offensiva, costringendo la Juventus ad abbassarsi e a difendere sempre più vicina alla propria area.
Questa scelta ha prodotto un doppio effetto: da una parte ha allungato la squadra bianconera, rendendo più complicato il lavoro dei suoi centrocampisti; dall’altra ha messo gli attaccanti della Lazio nelle condizioni di occupare stabilmente gli spazi in cui potevano fare male. La posizione di Alajbegovic ha contribuito a creare un equivoco: chiamato a partecipare alla fase difensiva, non sempre è riuscito a ripiegare con continuità, lasciando ai biancocelesti margini per consolidare il possesso e attaccare con più uomini, tanto che è stato sostituito all’intervallo da Woltemade.
Il punto, però, non era soltanto arrivare nella metà campo avversaria. Era farlo con dei meccanismi capaci di trasformare ogni recupero in un’occasione per accelerare, e ogni possesso in una minaccia. La Lazio ha giocato in avanti, ha occupato gli spazi con convinzione e ha costretto la Juventus a inseguire. Quando perdeva palla, poi, non si concedeva pause: riaggrediva immediatamente, accorciava le distanze, soffocava la prima uscita bianconera. In transizione, sia offensiva sia difensiva, la differenza è stata impressionante. La Juventus è rimasta senza ritmo, idee, corsa e soluzioni, intrappolata in una partita in cui ogni tentativo di ripartire sembrava già destinato a scontrarsi con un avversario pronto a chiudere le linee di passaggio.
C’è poi una corsia che sta diventando una certezza: quella di sinistra, dove Nuno e Isaksen hanno trovato un’intesa che va oltre la semplice somma delle loro qualità individuali. Otto gol in campionato sono arrivati da quella parte, una produzione che racconta quanto la Lazio riesca a essere pericolosa quando trova il modo di isolare i suoi esterni e portarli nelle condizioni di puntare l’uomo. Isaksen ha aggiunto al lavoro senza palla la capacità di attaccare la profondità, mentre Nuno ha dato continuità alle iniziative da quella parte del campo, creando collegamenti e superiorità. Non sono movimenti casuali: sono il risultato di una squadra che sa dove vuole arrivare e che ha imparato a riconoscere il momento giusto per accelerare.
Eppure Gattuso, dopo una vittoria così netta, non ha voluto fermarsi alla lettura tattica. Ha indicato una parola che spesso nel calcio viene usata come una formula buona per tutte le occasioni, ma che a Torino ha avuto un significato preciso: coraggio. La sua Lazio ha dimostrato di non avere il braccino, quella paura di sbagliare che in altre partite l’aveva frenata nei momenti in cui avrebbe potuto indirizzare gli episodi. Contro la Juventus, invece, i giocatori biancocelesti hanno continuato a giocare anche quando sarebbe stato più comodo proteggere il risultato o scegliere la soluzione più prudente. Ha accettato il rischio perché era convinta che il modo migliore per difendersi fosse continuare ad attaccare. Questo non significa che tutto sia stato perfetto o che la stagione debba trasformarsi in una marcia trionfale. Gattuso lo sa bene e, probabilmente, è proprio per questo che insiste sugli episodi e sui bivi che possono cambiare il destino di una partita. Contro il Monza e il Venezia, per esempio, alcuni momenti avrebbero potuto prendere una piega diversa. In quelle circostanze la Lazio ha avuto anche bisogno di Mandas, capace di intervenire quando la partita chiedeva al portiere di fare la differenza. È un dettaglio importante: una squadra può avere idee, intensità e qualità, ma per trasformare una buona prestazione in una vittoria servono anche gli interventi che tengono in piedi il risultato. La fiducia, in fondo, nasce pure da lì: sapere che nei momenti complicati qualcuno può risolvere un problema.
Il merito di Gattuso è anche quello di non confondere la libertà con l’assenza di regole. Lasciare spazio ai giocatori significa chiedere loro di comprendere il gioco, assumersi responsabilità e scegliere. Ma per farlo occorre che tutti conoscano i propri compiti e riconoscano quelli dei compagni. Il lavoro dell’allenatore è costruire questa consapevolezza, spiegare perché una determinata situazione richiede una certa risposta e poi permettere alla squadra di trovare le proprie soluzioni. La Lazio vista a Torino ha dato l’impressione di muoversi con questa naturalezza: non una sequenza di ordini eseguiti meccanicamente, ma un gruppo che sa cosa fare e ha il coraggio di farlo. Perché è guidato bene, con i modi e i concetti giusti.
I numeri, intanto, hanno trasformato la sorpresa in un dato storico. Con 19 punti dopo le prime sette giornate, la Lazio ha firmato la miglior partenza della sua storia in campionato e si è presa il primato in classifica insieme con l’Inter, confermando quanto di buono aveva mostrato nelle settimane precedenti. Un risultato che ha un peso particolare, soprattutto se si considera qual era il clima attorno alla società, con la contestazione a Lotito e una parte dei tifosi che ha scelto di manifestare il proprio dissenso disertando l’Olimpico. La squadra, almeno per ora, ha trovato il modo per rispondere sul campo a tutta questa negatività. E il merito è soprattutto di Gattuso, un allenatore che aveva bisogno di riscattarsi dopo anni di scelte nefaste, di risultati interlocutori. Ecco: una vittoria così netta a Torino, in casa della Juventus, e l’inizio perfetto della sua Lazio rappresentano una rivincita perfetta nei confronti del destino.