Stasera, in Champions League, il Napoli ospita il Bodo/Glimt. Nonostante si giochi in Italia, nonostante gli azzurri abbiano vinto uno Scudetto nemmeno un anno e mezzo fa, nonostante l’intera popolazione di Bodo possa entrare nello stadio Diego Armando Maradona lasciando comunque qualche seggiolino vuoto (53.638 abitanti contro 54.726 posti), la squadra che arriva meglio all’appuntamento è quella norvegese. O almeno questa è la sensazione restituita dalle ultime gare del Napoli di Allegri e dalle recenti imprese europee del Bodo: nel 2026 i norvegesi hanno battuto Manchester City, Atlético Madrid, Inter (due volte), Sporting Lisbona e Borussia Dortmund. È uno di quei rovesciamenti di potere che il calcio europeo mette in scena sempre più spesso, e che dimostra come anche i club ai confini delle mappe possano diventare una presenza stabile, e scomoda, nella geografia del pallone. I motivi di questa storia li abbiamo chiesti direttamente a Frode Thomassen, CEO del Bodø/Glimt.
«Non credo ancora che i club europei ci temano. Ma sicuramente adesso ci rispettano», ha detto Thomassen parlando con Undici alla vigilia di Napoli-Bodo. E non è un’affermazione banale per un club che nel 2017 giocava ancora in seconda divisione norvegese. Il Bodo/Glimt viene da una cittadina di pescatori sopra il Circolo Polare Artico, a circa dieci ore d’auto dalla prima città, a nord come a sud. Un posto talmente remoto che, fino a pochi anni fa, le avversarie europee lo vivevano come una trasferta da sbrigare il prima possibile. Come nel 2021, quando arrivò la Roma di Mourinho in Conference League: i giallorossi, racconta Thomassen, «non sono andati nemmeno sul campo o allo stadio, non si sono allenati il giorno prima, si sono presentati direttamente il giorno della partita». Finì 6-1 per i norvegesi, ed è così che il Bodo è entrato nei radar del calcio europeo.
La chiave di questo successo, secondo Thomassen, parte dal piano strategico del club: «Our Way», il nostro modo. Il principio è fare della propria unicità un vantaggio: «Ogni club deve capire il contesto in cui si trova». Per il Bodo, questo contesto è la distanza stessa dal resto del mondo: una città remota, quasi dimenticata da Dio, con cui la squadra si è fusa fino a diventare un’unica essenza. Ed è proprio la cultura, l’identità che circonda il club, a essere per il CEO «la cosa più importante». Una cultura che affonda nella storia di Bodo e che si riconosce anche nelle sue famiglie: Patrick Berg, uno dei giocatori più importanti della rosa, titolare della Nazionale norvegese, è la terza generazione dei Berg a vestire la maglia giallonera, dopo il nonno Harald e il padre Ørjan, oltre a due zii e a un prozio. Una famiglia che, tra l’altro, ha contribuito a salvare il club dal fallimento nel 2010, e che ha portato avanti nel tempo uno spirito mai interrotto.
Infatti, anche se cambiano le categorie, le ambizioni e l’infrastruttura, il cuore del Bodo è rimasto lo stesso, anche ora che la squadra gioca nei grandi stadi europei. «Molte delle persone che nel 2017 ricoprivano ruoli chiave sono ancora qui», dice Thomassen. «La continuità è una parte importante». Tra queste c’è Bjørn Mannsverk, il mental coach della squadra, arrivato proprio nel 2017 e già impegnato, all’epoca, con i piloti degli F-16 di Bodø. Ma Thomassen non lo chiama così: «Lo chiamo più un culture builder, perché questo club si basa sulla mentalità delle persone, sui valori, sul modo in cui pensano e agiscono». Il suo lavoro passa direttamente da un gruppo che si governa da solo. Il Bodo ha dieci capitani, ed è la squadra stessa a scegliere di volta in volta chi porterà la fascia: «Non sappiamo chi sarà il capitano contro il Napoli», racconta Thomassen. «Lo decidono i giocatori la sera prima». È proprio dal “gruppo dei capitani” che Mannsverk parte per capire com’è il clima nello spogliatoio e cosa va affrontato, settimana dopo settimana. Lavorare sulla testa dei giocatori, qui, significa soprattutto costruire un’identità comune, in cui la responsabilità è di tutti.
E poi c’è lo stadio. L’Aspmyra Stadion è iconico, virale, riconoscibile dagli angoli angusti: un impianto piccolo e vecchio, con una tribuna che risale al 1966, stretto tra i palazzi (tra cui un dormitorio per studenti) e accompagnato, nelle notti d’inverno, dall’aurora boreale. Al centro c’è il campo in sintetico, che spiazza chi arriva da fuori ed è da molti considerato l’arma segreta del Bodo. Thomassen non lo nega: per le grandi squadre, ammette, giocare a Bodo può essere uno shock. Ma il sintetico non spiega tutto: «Non è solo l’erba artificiale: c’è qualcosa nell’ambiente che rende complicato giocare contro di noi». Eppure, quello stesso stadio, che per anni ha fatto la fortuna del Bodo, oggi comincia a starle stretto: «Due anni fa avrei detto che il nostro stadio era un limite», racconta Thomassen. Così, per stare al passo con i tempi, è in arrivo un nuovo impianto da 10mila posti, in apertura a fine 2027. Il club lo immagina come «una vetrina per le tecnologie del futuro»: un luogo in cui le aziende possano testare soluzioni innovative, da portare poi negli stadi più grandi d’Europa e del mondo.
Per questo, quando gli si chiede se esista un tetto, un limite, Thomassen risponde che il problema non si pone: «Se pensiamo che esista un confine, dovremmo chiudere il club». Sui soldi, ammette, il Bodo non potrà mai competere con i giganti dei cinque principali campionati. Ma il percorso di questa squadra non passa da lì. «Passa dall’1%», il principio che all’interno del club si ripetono di continuo: migliorare, ogni giorno, nei dettagli. Il clima, il cibo, il sonno, il recupero. Tutto va monitorato e utilizzato a proprio beneficio. Per questo la squadra è volata a Napoli già sabato, quattro giorni prima della gara. Solo così, in pochi anni, il Bodo è passato dalla seconda divisione a un passo dai quarti di Champions League. Un traguardo che cinque anni fa, dice Thomassen, molti avrebbero giudicato impossibile per un club come il suo. Per questo, stasera, il risultato conta meno di quanto sembri. Thomassen sa di affrontare giocatori probabilmente migliori dei suoi. Sa che si può anche perdere. Ma la domanda che si pongono a Bodo non è come andrà a finire. È come essere migliori di ieri: «Non si tratta di pensare ai risultati, ma di essere migliori domani di quanto lo siamo oggi. Poi vedremo fin dove si può arrivare». Perché, alla fine, per un club nato ai confini del mondo, il limite è solo il punto da cui si parte.