Il portale Balance of Play ha realizzato un’analisi molto interessante su quanto conti ancora il fatore campo. Spoiler: resiste, ma vale molto meno rispetto al passato. E in nessuno dei dieci tornei analizzati è rimasto invariato. Ecco il primo dato significativo: a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, giocare in casa garantiva alle squadre dei dieci principali campionati europei il 57,70% dei punti disponibili. Nelle ultime cinque stagioni, la percentuale è scesa al 52,20%.
L’analisi è stat condotta su 97.358 partite di campionato disputate tra la stagione 1996/97 e il 2025/26 e prende in considerazione i dieci campionati più in alto nel ranking UEFA per nazioni, sulla base dei risultati ottenuti dai club nelle competizioni europee negli ultimi cinque anni: Premier League, Serie A, Liga, Bundesliga, Ligue 1, Primeira Liga, campionato belga, Eredivisie, Süper Lig turca e prima divisione ceca.
Per misurare l’evoluzione del vantaggio casalingo sono stati utilizzati due parametri: la percentuale di punti conquistati dalle squadre di casa sul totale disponibile e la loro percentuale di partite vinte. Il primo indicatore è particolarmente significativo. Intanto perché tiene conto anche dei pareggi, assegnando alle squadre un punto. Nel 1996/97, le formazioni di casa conquistavano il 56,61% dei punti disponibili. Il dato ha raggiunto il suo massimo nel 2000/01, quando è arrivato al 58,30%, per poi diminuire progressivamente fino al 51,76% del 2025/26. La tendenza equivale a una perdita di 2,21 punti percentuali ogni dieci anni.
La percentuale di vittorie casalinghe racconta la stessa storia. Nel 2000/01, le squadre di casa vincevano il 49,84% delle partite, praticamente una gara su due. Nell’ultima stagione, la quota è scesa al 43,12%. C’è un altro aspetto curioso: i successi casalinghi persi non si sono trasformate in pareggi, ma in vittorie delle squadre in trasferta. La percentuale di partite terminate in parità è rimasta relativamente stabile, passando dal 26,37% del primo quinquennio analizzato al 25,06% dell’ultimo. Nello stesso periodo, invece, le vittorie esterne sono aumentate dal 24,71% al 31,10%. Il punto più basso è stato raggiunto durante la pandemia, quando le restrizioni al pubblico hanno privato gli stadi del pubblico. Nel 2020/21, stagione disputata in gran parte a porte chiuse, o comunque con capienza ridotta, la percentuale di punti conquistati in casa è scesa al 48,99%: è stato l’unico caso sotto il 50% nell’intero periodo di trent’anni preso in esame. Sempre in quella stagione, le vittorie casalinghe si sono fermate al 40,44%.
Ma la pandemia e la conseguente assenza del pubblico non spiegano tutto. Il vantaggio del fattore campo ha continuato a diminuire anche dopo il ritorno dei tifosi sugli spalti, con differenze significative tra i vari campionati. La flessione riguarda tutti e dieci i campionati, ma non con la stessa intensità. La Serie A è quello in cui il fattore campo ha perso più valore: la percentuale di punti conquistati dalle squadre di casa è diminuita del 3,31% ogni dieci anni. Seguono la prima divisione ceca (-2,97%), la Ligue 1 (-2,94%) e la Primeira Liga portoghese (-2,81%). La Liga spagnola, con una flessione di 1,36 punti percentuali per decennio, è invece il campionato in cui il calo è stato più contenuto.
La Serie A detiene anche il primato della migliore stagione casalinga dell’intero periodo analizzato. Nel 1998/99, le squadre del massimo campionato italiano conquistarono il 63,73% dei punti disponibili tra le mura amiche, vincendo il 54,90% delle partite. Otto dei dieci campionati raggiunsero il proprio picco nella percentuale di punti casalinghi proprio in quegli anni, tra il 1996/97 e il 2003/04. Oggi, però, il quadro è radicalmente cambiato. Il declino del fattore campo in Serie A è stato così accentuato che alcune delle stagioni più recenti hanno fatto registrare risultati peggiori persino di quelli degli anni della pandemia. Nel 2021/22, le squadre italiane conquistarono in casa appena il 47,54% dei punti disponibili. Nel 2025/26, la percentuale è stata del 47,63%. Sono valori inferiori anche a quelli registrati durante le stagioni più colpite dalle restrizioni sanitarie: nel 2019/20, quando circa un terzo delle partite fu disputato a porte chiuse, la percentuale era stata del 49,04%; nel 2020/21, quando tutte le gare si giocarono senza pubblico o con un massimo di mille spettatori, era arrivata al 49,30%. È vero che nella prima parte della stagione 2021/22 la capienza degli stadi era ancora limitata. Ma nel 2025/26 non c’erano restrizioni alla presenza del pubblico: il dato suggerisce quindi che la perdita del vantaggio casalingo non sia riconducibile soltanto all’assenza dei tifosi.
Se si considerano esclusivamente le ultime cinque stagioni, dal 2021/22 al 2025/26, la Serie A è il campionato in cui il fattore campo ha inciso meno. Le squadre di casa hanno conquistato appena il 49,44% dei punti disponibili: l’unico dato inferiore alla soglia del 50% tra i dieci tornei esaminati. In altre parole, nel complesso le formazioni italiane hanno perso più punti di quanti ne abbiano guadagnati giocando in casa. Alle spalle della Serie A si trovano il campionato belga, con il 51,06%, la Primeira Liga portoghese, con il 51,53%, e la Ligue 1 francese, con il 51,63%. All’estremo opposto ci sono la Liga spagnola, che conserva la percentuale più alta con il 54,46%, e il campionato turco, al 54,18%.
Di conseguenza, e a pensarci bene è inevitabile, le squadre in trasferta hanno ormai raggiunto una percentuale di vittorie vicina a una partita su tre: il 32,42% in Serie A, contro il 21,96% del periodo iniziale; il 32,31% in Belgio, rispetto al 27,68%; il 31,96% in Portogallo, contro il 23,53%; e il 32% in Francia, rispetto al 22,88%. È un altro segnale piuttosto chiaro di come si siano ampliate le differenze tra i club ricchi/forti e quelli di seconda fascia, di come la stratificazione economica abbia imposto un cambiamento netto alla percezione dei risultati ottenuti.