Battendo anche il Barcellona, il PSG ha dimostrato ancora una volta di essere la più grande squadra degli ultimi anni

Il 4-2 dei campioni d'Europa è l'ennesimo segnale a tutto il calcio europeo: in questo momento non c'è nessuna squadra capace di tenere testa alla banda di Luis Enrique.
di Redazione Undici 21 Ottobre 2026 alle 02:43

C’è un motivo per cui il PSG è la squadra più forte d’Europa da due anni a questa parte: perché decide quando far saltare gli equilibri, alzare la velocità e risolvere una partita. Non importa quanto sia complicata la situazione, né quante volte l’avversario riesca a rimettersi in piedi: quando i campioni allenati da Luis Enrique accelerano, il resto d’Europa piò solo provare a stargli dietro. E non ci riesce quasi mai. La vittoria per 4-2 contro il Barcellona al Parco dei Principi, nella terza giornata della fase iniziale di Champions League, è una dimostrazione plastica di questa superiorità. Non perché i catalani abbiano giocato una partita mediocre, tutt’altro. La squadra di Hansi Flick è riuscita a rimontare due volte, prima con Xavi Espart e poi con Lamine Yamal, trovando il modo di rimanere aggrappata a una sfida che i francesi sembravano  controllare, paradossalmente, attraverso accelerazioni improvvise. Ma è proprio qui che sta la differenza: il Barcellona ha avuto la forza di rientrare, il PSG quella di ripartire. E quando la partita è arrivata al momento decisivo, la squadra di Luis Enrique aveva ancora una marcia da inserire.

È una qualità che ricorda il primo Real Madrid di Zidane. Quello del triennio 2015 –> 2018, quello capace di attraversare anche le serate e le partite più difficili senza perdere la convinzione di poterle portare a casa. Non necessariamente dominando ogni minuto, ma rimanendo dentro la gara, aspettando il momento giusto e colpendo quando l’avversario comincia a credere di aver trovato una soluzione. Il PSG ne sta riproducendo una caratteristica fondamentale: la sensazione di poter vincere anche quando il match non segue il copione desiderato.

Luis Enrique ha perso Dembélé, Marquinhos e Kvara per infortunio, ma il suo gruppo non ha smarrito la propria identità. Ha continuato a cercare gli spazi, ad attaccare la profondità e a portare uomini vicino all’area avversaria. Anche dopo il pareggio di Lamine Yamal, arrivato al 79esimo, la squadra campione d’Europa non si è accontentata di rimettere ordine o di proteggere il risultato. Due minuti dopo, Vitinha ha rimesso le cose a posto con una conclusione potente; all’86esimo, Fabián Ruiz ha chiuso i conti dopo l’ennesima iniziativa di Achraf Hakimi. Quattro gol, due risposte immediate alle rimonte avversarie e un messaggio chiarissimo: per battere questo PSG non basta trovare il modo di fargli male. Bisogna anche impedirgli di rispondere.

I numeri raccontano una partita nella quale il PSG ha prodotto molto più di quanto il risultato, già largo, lasci intuire: 22 conclusioni complessive, 15 tiri nello specchio della porta. La squadra di Luis Enrique ha portato una pressione offensiva che ha costretto il Barcellona a ripiegare velocemente e disordinatamente per lunghi tratti. I quattro gol dei parigini hanno superato anche gli xG prodotti, calcolati a quota 3,73. Non è soltanto una questione di precisione sotto porta: è la continuità con cui la squadra campione d’Europa riesce a costruire occasioni, riportare il pallone nell’ultimo terzo di campo e trasformare una situazione apparentemente sotto controllo per gli avversari in una nuova emergenza.

Il dato più impressionante, però, riguarda l’intera campagna europea. Dopo tre giornate della League Phase, il PSG ha già segnato 14 gol, eguagliando il primato dell’Arsenal di Arsène Wenger nella Champions League 2010/11, quando i Gunners avevano cominciato con le vittorie contro Braga, Partizan Belgrado e Shakhtar Donetsk. Una statistica, resa ancora più impressionante dal calendario (Slovan Bratislava, Manchester City e Barcellona) che dice molto sulla capacità di produrre calcio offensivo, ma che non esaurisce il discorso. Perché il Paris di oggi non è soltanto una macchina da gol: è una squadra che sembra avere imparato a convivere con il caos. Anzi, sa usarlo benissimo a proprio vantaggio, lo usa per trasformare le partite aperte nel terreno ideale per esprimere le proprie qualità.

Il problema, per chi affronta il PSG, è che diventa quasi impossibile preparare un piano gara capace di neutralizzarlo per tutti i 90 minuti. Si può provare a pressare alto, come fa il Barcellona, accettando il rischio di lasciare spazio alle spalle della linea difensiva. Si può scegliere di abbassarsi, proteggere l’area e cercare di limitare le combinazioni centrali, ma così si rischia di concedere campo a giocatori capaci di accelerare improvvisamente e di cambiare il ritmo dell’azione con una conduzione, un passaggio verticale o una sovrapposizione. Si può anche tentare di togliere il pallone ai francesi, ma è una missione complicata contro una squadra che sa muoversi in velocità e che non ha bisogno di molte occasioni per arrivare al tiro.

Certo, il Barcellona è un avversario che per caratteristiche ha reso la partita spettacolare sì, ma anche altalenante. La linea alta e la volontà di recuperare il pallone il più vicino possibile alla porta avversaria fanno parte della sua identità, ma espongono la squadra a rischi evidenti. Anche contro il Paris, i catalani hanno dimostrato di poter fare male, con la qualità di Lamine Yamal e la capacità dei centrocampisti di inserirsi negli spazi. Il problema è che, contro una squadra così rapida, ogni errore di posizionamento può trasformarsi in un’occasione da gol.

Eppure sarebbe riduttivo attribuire tutto alle fragilità del Barcellona. Il PSG ha già dimostrato, anche contro il Manchester City, di poter vincere partite di altissimo livello attraverso la propria capacità di cambiare marcia. La squadra di Luis Enrique ha una struttura riconoscibile, ma soprattutto possiede una convinzione collettiva che le permette di non perdere la bussola quando il risultato cambia. È una differenza mentale prima ancora che tecnica: subire un pareggio non diventa necessariamente un motivo per rallentare, né un gol avversario induce automaticamente a proteggersi. Al contrario: la squadra continua a cercare la giocata che può spostare di nuovo l’inerzia.

È così che, nelle ultime tre stagioni, il PSG ha vissuto una crescita che ha trovato nella conquista della Champions League e nella conferma del titolo il proprio apice. Il 4-2 al Barcça non dimostra che sia imbattibile, né cancella i problemi che una squadra tanto aggressiva può incontrare contro avversari capaci di attaccare gli spazi lasciati liberi. Dimostra però che, oggi, il Paris ha qualcosa che non si può ridurre a un sistema tattico o a una somma di individualità: la capacità di scegliere quando la partita deve cambiare.

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