Storicamente la traiettoria è opposta. Club e non nazionali, dal Sud America all’Europa. Falcao, Maradona, Messi: generazioni intere di campioni che hanno conquistato il grande calcio seguendo questo percorso. Oggi continua a essere così, nella maggior parte dei casi. Eppure si intravede un inedito flusso dal vecchio al nuovo continente, soprattutto a partire dai settori giovanili. Perché è qui che spesso si celano talenti ancora in via di formazione, tecnica e identitaria: magari giocano nel Real Madrid o nel Manchester United, ma le loro origini pulsano per il Brasile o l’Argentina. E le rispettive nazionali non hanno alcuna intenzione di farseli scappare.
L’ultimo caso è quello di Maycon Cardozo: classe 2008, nato in Brasile, cresciuto in Thailandia e individuato dal Bayern Monaco grazie ai programmi internazionali dei pluricampioni di Germania. Oggi è un’ala promettente che si affaccia ai vertici del calcio mondiale. E la Seleção lo monitora ormai con grande attenzione: proprio in questi giorni, Paul Victor Gomes, responsabile tecnico dell’Under 23 e Under 20 verdeoro, avrebbe fatto visita al centro sportivo del Bayern. Non soltanto per seguire Cardozo, ma per cercare di instaurare anche un sistematico rapporto di collaborazione con il club bavarese, segnalandosi così a vicenda l’emergere di questi nuovi prospetti “euro-brasiliani” – e considerata la popolarità della Bundesliga fra Rio e dintorni, il terreno di partenza è particolarmente fertile.
Magari i pentacampioni ci arrivano un po’ in ritardo, ma è una dinamica che i rivali dell’Argentina hanno già sdoganato da diverso tempo. A Buenos Aires hanno addirittura coniato un vero e proprio epiteto per questi giovani giocatori dal grande avvenire, che crescono nei migliori vivai del mondo ma mantengono origini allettanti per l’Albiceleste: sono gli Europibes, che da Alejandro Garnacho a Nico Paz rafforzano ormai il tradizionale serbatoio di calciatori monitorati dal commissario tecnico. Il punto è che questi stessi ragazzi potrebbero scegliere di giocare per un’altra nazionale. Ecco che allora il paziente lavoro diplomatico della Federazione diventa cruciale. Profili come Garnacho e Castelau, all’inizio dei rispettivi percorsi giovanili, avevano debuttato nelle Nazionali Under della Spagna – loro Paese di nascita. Ci vuole sempre il giusto tempismo per bussare alla porta del ragazzino quando ancora è soltanto un rinforzo potenziale, facendolo sentire coinvolto in un altro progetto e portandolo dalla parte di Buenos Aires.
Qualcosa che in misura minore fanno anche altre nazionali sudamericane, sempre seguendo lo stesso approccio. Lo scorso aprile l’Ecuador Under 17 ha convocato Iker Mantilla e Adrian Cuadrado per la Copa America di categoria: si tratta di giocatori nati e cresciuti calcisticamente in Spagna, europei in tutto, ma ecuadoregni in prospettiva. E per le nazionali più piccole come quella di Quito, questo significa allargare il proprio serbatoio di calciatori selezionabili. Lo sa bene anche l’Uruguay, che nello stesso periodo ha organizzato a Miami – metropoli a trazione latina, dove gioca pure una leggenda come Luis Suarez – un raduno internazionale chiamato Camp Celeste: l’appello a decine di giovanissimi con origini uruguaiane nati tra il 2007 e il 2012 per confrontarsi con i pari età già nel giro dei vivai di Montevideo – e magari unirsi a loro, un giorno. In un mondo sempre più globalizzato e con le scelte nazionali dei giocatori sempre più flessibili, serve anche questo. Anche nel continente del fútbol.