Peniche, Portogallo, è uno degli appuntamenti più attesi del calendario della World Surf League. Qui il surf si misura con condizioni spesso imprevedibili, dove la lettura dell’onda e la capacità di adattarsi al mare possono fare la differenza. È anche l’unica tappa europea nel fitto calendario dell’anno, il che porta una fiumana di appassionati da tutto il continente. Moltissimi anche dall’Italia, trainati dalla grande stagione del nostro surfer di punta: Leonardo Fioravanti, che sta vivendo la stagione più entusiasmante della sua carriera, e che nello scorso giugno è diventato il primo italiano a vincere una tappa del circuito della World Surf League.
Abbiamo incontrato Fioravanti con K-Way, di cui è ambassador dal 2023. Per K-Way, il surf è un mondo con cui c’è una forte connessione: in luoghi dove le condizioni atmosferiche, in acqua e non solo, cambiano repentinamente, la quintessenza del marchio, sia dal punto di vista di prodotto che concettuale, è immediatamente tangibile – dalla libertà di movimento alla capacità di adattarsi agli elementi naturali. A Peniche, per l’occasione, K-Way ha installato un truck che è diventato un punto di incontro per la comunità del surf, dove lo stesso Fioravanti è stato protagonista tra momenti di incontro con i fan e sessioni fotografiche. Nel truck i visitatori hanno potuto inoltre scoprire Summer Breeze, la capsule collection sviluppata in collaborazione con il surfista italiano.
In oltre dieci anni di carriera, Leonardo Fioravanti ha contribuito a far crescere il surf in Italia, forse più di quanto lui stesso si renda conto. A ricordarglielo, a volte, sono episodi inaspettati. Come quello che gli capita proprio a Peniche: «Ho conosciuto un bambino che era qui con i genitori, venuti per surfare. Si chiama Leonardo e i suoi genitori mi hanno detto: “Lo abbiamo chiamato così grazie a te”. È pazzesco. Sapere che ci sono genitori che amano il surf e decidono di chiamare il proprio figlio Leonardo ispirandosi a me è una cosa spettacolare. È un nome che rimane per tutta la vita. È stato un momento che mi ha fatto davvero riflettere. Queste sono le piccole cose che ti fanno capire che i successi non si misurano soltanto in acqua, durante una competizione».

Non solo sei il surfer italiano più forte che c’è, ma in qualche modo sei un vero e proprio pioniere della disciplina nel nostro Paese. Ti accorgi di aver avuto un ruolo fondamentale nell’aver portato una cultura del surf anche in Italia?
«Non mi rendo neanche conto fino in fondo di quanto questa disciplina stia crescendo in Italia. Me ne accorgo quando viaggio e vedo quanto gli italiani stiano iniziando ad amare il surf sempre di più. Soprattutto quest’anno, dopo le vittorie che ho ottenuto, ho sentito un tifo incredibile dall’Italia. Ho visto una passione enorme anche da parte di persone che magari prima non conoscevano neanche questo sport. Spero, e sono sicuro, che tanti genitori abbiano portato i propri figli a surfare quest’estate dopo aver visto i miei risultati. Anche questo è un vero successo: sapere che in questo momento ci sono bambini e bambine che hanno iniziato a surfare grazie a me. È un onore incredibile. La carriera che sto facendo è innanzitutto per me stesso, perché sto vivendo il mio sogno e ho obiettivi che voglio raggiungere. Ma lo faccio anche per ispirare la nuova generazione. Già oggi vediamo emergere talenti italiani. Tra i surfisti più giovani, quelli che hanno tra i dieci e i tredici anni, ci sono almeno tre o quattro italiani che, secondo me, sono tra i migliori al mondo. Sono sicuro che vedremo nascere una generazione di surfisti italiani fortissima».

©Tommaso-Geraci
Oggi tanti giovani vedono in te un modello a cui ispirarti. Per te è stato più difficile, non avendo surfer italiani che potevi prendere come esempio?
«Io mi sono ispirato ai grandi del surf in generale: Kelly Slater, Mick Fanning e i surfisti più forti della mia generazione. Non mi sono mai chiuso nel pensiero che, essendo italiano, non fosse possibile arrivare a quei livelli. Quando ero giovane, questa idea non mi è mai passata per la testa. Ero determinato e, già a dodici o tredici anni, avevo un livello molto alto rispetto a quello di altri surfisti nel mondo. Se a dodici anni riesci a battere australiani, americani e brasiliani, inizi a capire che puoi competere con loro. E allora pensi: se riesco a batterli oggi, perché non dovrei riuscirci anche in futuro? Forse il fatto di aver iniziato così presto mi ha aiutato a non sviluppare quel tipo di limite mentale. Non ho mai pensato che essere italiano fosse un ostacolo insuperabile. Probabilmente è anche una caratteristica del mio modo di essere: davanti alle difficoltà non mi sono mai fermato, ho sempre cercato di andare avanti».
Stai vivendo una stagione incredibile, con risultati mai raggiunti prima…
«Per la prima volta mi trovo in una posizione in cui sto lottando per un titolo mondiale. È un’opportunità straordinaria, ma comporta anche una grande responsabilità. Sento di starla gestendo bene: cerco di non fare troppi passi in avanti con la testa, di restare calmo e di affrontare una batteria alla volta, una gara alla volta. Negli ultimi anni il mio livello di surf è cresciuto tantissimo. Non sono migliorato soltanto in competizione: è proprio il mio surf a essere cresciuto. È il risultato del lavoro ripetuto nel tempo, delle ore trascorse con il mio allenatore e anche della mia mentalità. Non smetto mai di cercare qualcosa da migliorare. Devi essere felice dei progressi che fai, ma continuare a cercare quei piccoli dettagli che possono portarti a migliorare ancora».
E come si reagisce di fronte a giornate non fortunate, come questa tappa di Peniche?
«Il surf è uno sport bellissimo anche per questo: ogni onda è diversa. In una competizione, però, è complicato. Ci sono giornate in cui devi cercare di entrare in sintonia con l’oceano e trovare il ritmo giusto. Non esiste un libro che ti insegni esattamente come fare: ci sei tu e c’è l’oceano, e devi trovare quella sintonia in qualche modo. A volte è facile: hai la sensazione che qualsiasi cosa tu faccia, in qualsiasi direzione ti muova, riesci a trovare l’onda giusta. Altre volte succede esattamente il contrario. Giornate come questa di Peniche sono difficili da spiegare. Forse è proprio questo l’aspetto più frustrante. Tre o quattro anni fa avrei vissuto una sconfitta del genere molto più pesantemente e sarei sceso molto di più a livello mentale, rischiando di non essere pronto al cento per cento per la tappa successiva. È stata una giornata dolorosa, ma il giorno dopo mi sono svegliato con la consapevolezza che la vita va avanti. Da qualche tempo penso: devo imparare a gestire la mia felicità, non può essere dettata dai risultati. La felicità di un atleta non può dipendere soltanto da come vanno le gare. Certo, è normale soffrire quando le cose non vanno bene. Devi sentire quel dolore, devi lasciarlo bruciare. Ma devi anche imparare a gestirlo e a usarlo in modo che possa darti energia».

©Tommaso-Geraci
La tua professione ti porta in giro per il mondo. È un aspetto che ti piace o alla lunga ti pesa?
«Sono fortunato perché posso contare su una squadra che viaggia con me: mia moglie, il mio allenatore e Tommaso, che si occupa dei filmati ed è anche un grande amico. Viaggiare insieme a loro significa avere una casa e una famiglia anche quando sei dall’altra parte del mondo. È importante sentirsi a proprio agio in tutti i posti del mondo. Non puoi andare in un luogo soltanto per lavorare e gareggiare: devi anche saperlo apprezzare, goderti la settimana, la preparazione e tutto quello che c’è intorno, indipendentemente dal risultato. Oggi amo questo stile di vita e sono felice di aver trovato il giusto equilibrio. Magari in futuro, quando avrò una famiglia più grande, le cose cambieranno».
Riesci a non pensare al surf di tanto in tanto?
«Mia moglie mi conosce bene e sa quanto faccia fatica a staccare, però è importante farlo. C’è una frase in inglese che ripeto spesso: less is more, ovvero «meno è meglio». Non significa che per migliorare devi allenarti necessariamente 365 giorni all’anno. Devi trovare il giusto equilibrio. Significa anche passare del tempo con tua moglie, andare a giocare a golf con gli amici o dedicarti ad altri sport. Per esempio, puoi andare a fare un’escursione sulle montagne svizzere, che sono tra le più belle del mondo. È importante riuscire a investire le proprie energie anche in altri aspetti della vita. Poi, quando torni a gareggiare, a prepararti e ad allenarti, puoi dare il cento per cento con piacere e con la giusta motivazione».