L’assist di Henrikh Mkhitaryan per il gol di Carlos Augusto, il gol che che ha deciso la partita contro lo Shakhtar Donetsk. potrebbe già essere una delle giocate della stagione dell’Inter. Un lancio di 33,7 metri, disegnato con il piede sinistro e che ha messo la palla sul petto del compagno con una precisione quasi chirurgica, è stato effettuato quasu senza cercare il destinatario con gli occhi, perché Mkhitaryan aveva già fortografato la posizione del brasiliano nella sua testa. Il centrocampista armeno sapeva dove si trovava il compagno, sapeva dove sarebbe arrivato al termine della sua corsa. Il resto era soltanto esecuzione.
Il valore di quell’assist va oltre il risultato che, di fatto, ha determinato. Perché è la dimostrazione di una qualità che il tempo può rallentare, forse, ma non cancellare: la capacità di leggere il calcio un istante prima degli altri. Mkhitaryan entra al 75esimo, al posto di Bonny, e due minuti dopo mette la firma sulla giocata decisiva. Un ingresso breve, sufficiente per cambiare la serata. Nel tunnel del Meazza, nel post partita, l’armeno ha liquidato tutto con una frase: «Il gol? Merito solo di Carlos Augusto». Un modo per spostare i riflettori sul compagno, quasi a voler ridimensionare una giocata che invece porta la sua firma in ogni dettaglio. Anche dopo aver inventato un assist del genere, a 37 anni, Henrikh preferisce parlare di chi ha segnato. La sua grandezza, in fondo, passa anche da questa umiltà.
Non è nemmeno la prima volta che Mkhitaryan sceglie Carlos Augusto come destinatario delle proprie intuizioni. Il precedente più fresco è quello della gara di Bologna, dove il suo pallone per il brasiliano aveva contribuito a preparare l’Inter per il gol di Ange-Yoan Bonny. Anche lì aveva trovato una traccia illuminante, aveva giocato il pallone quasi in no-look, una soluzione che sembrava anticipare lo sviluppo dell’azione prima ancora che questa prendesse forma. Due passaggi diversi per contesto e difficoltà, accomunati dalla stessa idea: vedere quello che ancora non è successo. A Bologna Mkhitaryan aveva permesso a Carlos Augusto di mettere Bonny davanti alla porta; contro gli ucraini, invece, ha fatto quasi tutto da solo: lettura preventiva, dosaggio del pallone, scelta del tempo e una traiettoria che ha lasciato al compagno il compito di controllare e finalizzare. È qui che si misura la differenza fra un centrocampista capace di giocare bene e uno che riesce a rendere semplice una soluzione che semplice non è.
Il dato tecnico, del resto, è soltanto la porta d’ingresso per comprendere la prestazione dell’armeno. Contro lo Shakhtar, una squadra che conosce bene per averci giocato dal 2010 al 2013, Mkhitaryan ha chiuso con il 100% di precisione nei passaggi, completandone nove su nove. Perfetto anche il bilancio sui palloni lunghi: tutti quelli tentati sono arrivati a destinazione. Ha vinto il 100% dei duelli aerei e il 75% di quelli a terra, tre su quattro, aggiungendo tre contributi difensivi. Numeri raccolti in pochi minuti, ma sufficienti a raccontare un giocatore entrato in campo con la testa già dentro la partita.
La sua serata, però, non è stata soltanto un esercizio di precisione. C’è stato anche il momento in cui avrebbe potuto chiuderla definitivamente, mettendo il proprio nome accanto a quello di Carlos Augusto nel tabellino dei marcatori. All’84esimo, servito da Marcus Thuram con un pallone orizzontale in area, Mkhitaryan ha avuto lo spazio per calciare di prima intenzione. Ha esitato, cercando probabilmente un controllo o una soluzione più pulita, e così ha permesso alla difesa avversaria di recuperare terreno, poi di chiuderlo. A quel punto, però, non ha rinunciato all’azione: si è girato e ha provato a concludere con il destro, sfiorando comunque il gol.
Mkhitaryan non è entrato per fare il compitino, conservare il pallone e accompagnare l’Inter verso il fischio finale. È entrato per incidere, con la libertà di chi sa di avere ancora qualcosa da dare e con la responsabilità di chi conosce il peso di ogni possesso in una partita diventata improvvisamente delicata. Dopo l’espulsione di Alessandro Bastoni, i nerazzurri avevano bisogno di qualcuno capace di trasformare una situazione complicata in un’occasione per colpire. L’armeno ha fatto esattamente questo, trovando un varco dove gli altri vedevano soltanto distanza. La vera notizia, allora, non è che un giocatore di 37 anni abbia confezionato un assist meraviglioso. È che Cristian Chivu gli stia concedendo uno spazio probabilmente superiore alle previsioni della scorsa estate. Mkhitaryan aveva valutato seriamente la possibilità di ritirarsi, dopo aver trascorso una stagione nella quale aveva dovuto interrogarsi sul proprio futuro e sul contributo che avrebbe ancora potuto garantire alla squadra. Poi è arrivato il rinnovo fino al 2027, con la consapevolezza che nessuno gli avrebbe regalato un posto. Avrebbe dovuto meritarselo in campo.
Chivu, invece, ha scelto di non considerare l’età come un limite automatico. E Mkhitaryan sta rispondendo con quello che ha sempre rappresentato il suo patrimonio più prezioso: la capacità di capire le partite, molto spesso prima di chi va in campo con o contro di lui. In questa stagione ha già raccolto 185 minuti e due assist, un contributo che racconta una presenza tutt’altro che marginale nelle rotazioni nerazzurre. Non è più necessario chiedergli di performare per 90 minuti ad alta intensità, per altro ogni tre giorni, né di occupare sistematicamente il centrocampo per tutta la partita. Può essere utilizzato quando serve ordine, quando occorre dare una direzione al possesso o quando una gara rischia di diventare troppo caotica per essere governata soltanto attraverso la corsa. E può entrare dalla panchina per inventare la giocata che cambia tutto.
In un centrocampo che deve trovare il giusto equilibrio tra energie nuove, qualità tecnica ed esperienza, l’armeno rappresenta una risorsa diversa dalle altre. I giovani possono portare intensità, strappi e freschezza; lui invece aggiunge il tempo, quella frazione di secondo che permette di scegliere il passaggio corretto prima che si chiuda la linea. Non è una qualità che si misura soltanto con il numero di palloni giocati o con la percentuale di precisione. Si riconosce nella postura, nel modo in cui orienta il corpo, nella scelte. Contro lo Shakhtar, la cartina tornasole della sua serata è stata proprio quella parabola di 33,7 metri. Un lancio sul petto di Carlos Augusto, un gol e una giocata che ha cambiato la partita. Ma dentro quel pallone c’era anche la memoria di un calciatore che ha attraversato campionati, squadre e sistemi di gioco senza perdere la capacità di leggere gli spazi. Mkhitaryan aveva pensato di fermarsi, l’Inter gli ha chiesto di continuare e Chivu gli sta dando ragione. Perché le gambe, prima o poi, presentano il conto. L’intelligenza, invece, non invecchia mai.