I Los Angeles Lakers hanno inventato lo sport-intrattenimento, e così sono diventati la squadra più glamour del mondo

Intervista a Vikki Tobak, che ha curato la realizzazione del libro Lakers. An Official History of the Purple and Gold, edito da TASCHEN.
di Claudio Pellecchia 23 Ottobre 2026 alle 10:40

Il 15 giugno 2001, negli spogliatoi del First Union Center di Philadelphia, i Los Angeles Lakers stanno festeggiando la conquista del titolo NBA, il secondo consecutivo, vinto contro i Philadelphia 76ers di Allen Iverson. In quello che sembra un punto indefinito nel tempo e nello spazio, più vicino alla zona delle docce che a quella degli armadietti, Kobe Bryant è seduto, da solo, con lo sguardo perso nel vuoto, con in braccio il Larry O’Brien Trophy e – dettaglio non secondario – con addosso una giacca celebrativa dello stilista e designer Jeff Hamilton. Il fotografo Jesse D. Garrabrant punta l’obiettivo e scatta una foto destinata a diventare una polaroid del lifestyle dei primi anni Duemila, catturando l’essenza di ciò che significhi essere un Laker, anzi essere i Lakers, dentro e fuori dal campo di gioco.

«Quella foto racchiude in sé il significato stesso della vittoria, della disciplina, del dolore, della gloria. Per me è come guardare una vera e propria Gioconda dello sport: non riconosciamo subito le sensazioni che è in grado di trasmettere, né possiamo dire di conoscere appieno la storia che c’è dietro, eppure è un’immagine che parla da sola ed è diventata un elemento leggendario nell’immaginario dei Lakers», dice Vikki Tobak in un’intervista a Undici. Nata in Kazakistan e cresciuta a Detroit, Vikki è abituata alle immagini che raccontano molto più di quanto mostrano. Ne ha fatto il tratto distintivo del suo lavoro di giornalista e autrice, la cifra stilistica di uno storytelling unico nel suo genere, che parte da un’istantanea apparentemente slegata dal contesto per poi arrivare alla scoperta di un mondo ampio, vasto, senza confini. Lo ha fatto raccontando negli anni la storia dell’hip-hop, lo ha fatto anche in Lakers. An Official History of the Purple and Gold, il libro edito da TASCHEN con la collaborazione di quella che, nella descrizione, viene definita come «la franchigia più glamour dello sport».

© Lakers. An Official History of the Purple & Gold, edito da TASCHEN

Per questo la prima cosa che ho voluto chiederle è stata quella di indicarmi una foto, tra le tantissime che ha scelto, che rappresentasse i Lakers nei loro primi 80 anni di vita: una vera e propria impresa perché «questo libro celebra la continuità, quindi non credo ci sia una singola foto in grado di definire tutto questo. È stato uno dei grandi problemi quando si è trattato di decidere la cover: se avessi scelto di mettere in copertina qualcuno piuttosto che un altro magari si sarebbe finito per parlare soltanto di un’era o di un periodo specifico. Qui stiamo raccontando i Lakers, il loro glamour, lo spettacolo, le grandi personalità». E quindi c’è Kobe/Monna Lisa, ma anche Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar, George Mikan e Jerry West – «sono rimasta davvero sorpresa nel vedere quante persone non sapessero che, in realtà, il giocatore ritratto nel logo NBA fosse lui».

E poi Jerry Buss e Jack Kent Cooke, Pat Riley e Phil Jackson, Wilt Chamberlain e Shaquille O’Neal, LeBron James e Luka Doncic. Ma se proprio dovessimo scegliere una sola immagine per spiegare questa squadra e la sua legacy a chi non la conoscesse? «Difficile, ma penso che la foto che ritrae un passaggio dietro la schiena di Kobe per Shaq sia quella che sintetizzi lo spirito dei Lakers».

Più che un brand che risplende sotto la luce della sempre più stretta connessione con Hollywood, oggi i Lakers rappresentano l’estensione globale di una delle città più riconoscibili e identitarie del mondo, ambasciatori di un way of life in grado di raggiungere anche chi non ha mai vissuto la sensazione di andare in pellegrinaggio a Inglewood per vedere il “Fabulous Forum” un istante dopo essere uscito dall’aereoporto di LAX: «Per me si tratta di un caso unico, una sorta di unicorno. Ovunque tu vada, nel mondo, se ti guardi intorno troverai gente che veste “Lakers”. In un certo senso i Lakers sono diventati molto più grandi di Los Angeles, trasformandosi in una vera e propria icona della cultura pop. Credo che gran parte del merito risieda nell’immaginario legato a Los Angeles: il glamour, l’intrattenimento, la capacità di diventare parte integrante dello spirito che anima le varie epoche storiche. E poi, naturalmente, i 17 titoli, le stagioni dello Showtime e l’era di Kobe Bryant: questa cultura della vittoria unita alla propensione verso le grandi idee tipica della tradizione hollywoodiana ha fatto sì che il mondo intero percepisse i Lakers come un fenomeno unico nel suo genere. Nel corso degli anni anche le persone che non conoscono bene il basket si sono innamorate dei Lakers perché riconoscono il logo, le palme, lo spirito che la squadra incarna, la mentalità vincente: è un qualcosa che risuona a livello universale e loro ne sono diventati il sinonimo».

© Lakers. An Official History of the Purple & Gold, edito da TASCHEN

Di solito si dice che poteva succedere solo qui. Nel caso dei Lakers, però, questo principio è ancor più vero. Perché solo a Los Angeles Jerry Buss, all’inizio degli anni Ottanta, avrebbe potuto trovare le persone adatte a dare forma e sostanza alla sua visione dello sport-entertainment. Non tanto, e non solo, i giocatori e gli allenatori che si sono guadagnati il proprio posto nella Hall of Fame, ma le tante “persone comuni” che a un certo punto della propria esistenza hanno abbracciato un’idea di cambiamento che avrebbe rivoluzionato non solo una squadra ma un’intera lega. Prima fra tutte Claire Rothman, la leggendaria plenipotenziaria del Forum e artefice dell’idea di un family business che oggi, alla luce delle notizie che vedono i fratelli Buss al centro di un aspro scontro legale per la cessione delle ultime quote della franchigia a Josh Kushner e Bob Iger, ci sembra anacronistica.

In realtà i Lakers sono diventati i Lakers proprio per questo loro essere intrinsecamente un affare di famiglia: «Quando qualche anno fa ho iniziato a lavorare al libro, mi sono resa conto che, nonostante si trattasse di un fenomeno di proporzioni enormi si percepiva comunque un’atmosfera familiare» conferma Tobak. «Entri nel loro mondo e capisci subito come stanno le cose: è davvero come una famiglia, e non parlo necessariamente dei legami di sangue. Ci sono persone che gravitano attorno ai Lakers da anni e che ricoprono ruoli fondamentali: Lisa Estrada, la direttrice operativa, era una Laker Girl negli anni Ottanta; Octavia Ellison, che è stata una Laker Girl negli anni di Kobe e Shaq, lavora a stretto contatto con Jeanie Buss e Linda Rambis, che a sua volta ha iniziato a lavorare per la famiglia Buss quando Jeanie era ancora adolescente; e poi c’è Lon Rosen, lo storico manager di Magic Johnson, che ha lavorato per i Dodgers e che è tornato per ricoprire un ruolo di grande responsabilità. Frequentando l’ambiente ti accorgi di quante persone siano presenti da sempre: persino alcune celebrità come Dyan Cannon o Lou Adler sono ormai considerate parte della famiglia».

© Lakers. An Official History of the Purple & Gold, edito da TASCHEN

Tante piccole storie nella storia che rivivono nei racconti dei protagonisti che hanno messo a disposizione i propri ricordi e aneddoti. Se poi si parla di Michael Cooper, anche qualcosa di più: «Il suo amore per i Lakers è profondissimo e ha una memoria pazzesca: ha un aneddoto su praticamente qualsiasi cosa. Per il libro abbiamo parlato del titolo del 1985 vinto contro i Celtics, che lui considera il più importante della loro storia. E poi è un tipo molto spiritoso: quando ha scoperto che ero originaria di Detroit, ogni volta che parlavamo non faceva che ripetermi che dovevo dimenticarla e che ormai ero anch’io un membro della famiglia Lakers. Non faccio fatica a immaginarmelo durante gli allenamenti mentre prende in giro tutti i suoi compagni: doveva essere davvero una bella persona con cui stare», mi dice ancora Vikki. Che, tuttavia, ha una sua idea precisa sull’identikit di “Laker ideale”: «Pat Riley. Prima di diventarne il coach è stato anche un giocatore dei Lakers, ma come allenatore ha incarnato alla perfezione lo Showtime inteso come mentalità. Il suo rigore, il suo modo di allenare, la sua visione del basket, i suoi abiti Armani indossati a bordo campo, gli hanno sempre attirato molta attenzione ma, quando ho parlato con lui per il libro, mi ha spiegato che tutto questo era unicamente in funzione di ciò che voleva trasmettere come leader e come coach, dimostrando allo stesso tempo il giusto rispetto ai giocatori che allenava. In questo senso ho trovato molto interessante come tutti questi elementi si siano intrecciati nell’immagine che ha proiettato nel corso della sua intera carriera».

E non è forse in questa continua ricerca della migliore immagine di sé il senso stesso della grandezza cui i Lakers tendono anche nelle stagioni in cui non sarebbe lecito farlo? Se la risposta è sì, Vikki Tobak ha ragione. Su Pat Riley e su tutto il resto. Ed è per questo nessuno avrebbe potuto raccontare meglio la franchigia più glamour dello sport.

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