La furia di Massimiliano Allegri è l’ultima immagine di un Napoli-Roma vissuto quasi senza respirare, proprio come quando si diventa paonazzi per la rabbia. L’allenatore azzurro perde la calma nel finale, protesta con Colombo per il contatto su Beukema nell’azione che porta al 3-3 di Balerdi e viene espulso. Ai suoi occhi, la rimonta della Roma si completa anche per una decisione arbitrale che non condivide. E quando si presenta davanti alle telecamere di DAZN, e poi in conferenza stampa, Allegri non nasconde la propria delusione per una vittoria sfumata due volte, dopo essere stato avanti di due gol e aver ritrovato il vantaggio all’83esimo. Il risultato, però, non racconta tutto. Anzi, rischia di nascondere la notizia più importante della serata: il Napoli ha giocato probabilmente la sua miglior partita della stagione.
Il 3-3 lascia inevitabilmente un po’ di frustrazione, in fondo il Napoli non è riuscito a proteggere il vantaggio per due volte, e il vero problema è che questa cosa era già success in questa stagione. Ma per oltre un’ora, al netto delle occasioni concesse, si è visto un Napoli diverso, più rapido nelle scelte, più aggressivo nei duelli e soprattutto più capace di attaccare gli spazi. Una squadra che ha trovato finalmente un equilibrio interessante tra le qualità dei suoi uomini migliori, senza costringerli a occupare le stesse zone di campo. È qui che bisogna guardare, più che alla rabbia di Allegri nel finale: il Napoli ha individuato una strada tattica sulla quale vale la pena insistere.
Il punto di partenza è Kevin De Bruyne. Che, come contro il Bodo, ha giocato da regista sui generis, diciamo regista offensivo. E da qui emerge un’indicazione importante: il belga può diventare il centro della costruzione azzurra senza essere necessariamente il classico direttore di gioco posizionato davanti alla difesa. Contro la Roma, questa interpretazione ha trovato una conferma ulteriore. De Bruyne si abbassa per partecipare alla manovra, ma soprattutto riceve in zone dalle quali può guardare immediatamente la porta, verticalizzare e mettere in moto gli attaccanti. Non ha bisogno di toccare il pallone dieci volte per dare un senso a un possesso: gli basta trovare la linea giusta, il tempo giusto, il passaggio che rompe una pressione.
È un ruolo che, di fatto, gli ha consegnato il posto da titolare in cabina di regia a scapito di Lobotka. Non significa che lo slovacco abbia perso valore, né che il Napoli possa fare a meno della sua capacità di gestire il ritmo. Significa che Allegri, almeno in questa configurazione, sembra aver individuato una soluzione più adatta alle caratteristiche complessive della squadra. Con De Bruyne in quella posizione, il Napoli è più verticale, leggero e veloce. La palla circola con l’intenzione di superare una linea avversaria, non soltanto di conservarne il possesso; gli attaccanti ricevono più facilmente in movimento e i centrocampisti possono inserirsi senza aspettare che l’azione si sviluppi lentamente. La differenza si vede soprattutto nel modo in cui Scott McTominay interpreta la partita. Per molto tempo il problema non è stato capire quanto fosse forte lo scozzese, ma trovare il modo di far convivere la sua natura con quella di De Bruyne. Entrambi hanno bisogno di libertà, entrambi amano attaccare gli spazi e arrivare vicino alla porta. Se costretti a muoversi negli stessi corridoi, rischiano di togliersi reciprocamente ossigeno. Se invece uno costruisce e l’altro può partire, occupare l’area o accompagnare l’azione, le loro qualità si moltiplicano.
Contro la Roma, finalmente, i due non si sono pestati i piedi: si sono completati. De Bruyne ha dato direzione alla manovra, McTominay ha attaccato la profondità e riempito gli spazi con la sua fisicità. Il primo gol dello scozzese, al 48esimo, nasce dal cross di Politano e dalla capacità di prendere il tempo alla difesa per colpire di testa; il secondo, all’83esimo, racconta invece un’altra dimensione del suo repertorio, con la conclusione da fuori area che riporta avanti il Napoli quando la partita sembra scivolare via. Due reti diverse, unite dalla stessa sensazione: McTominay è sempre più un centrocampista capace di incidere in ogni zona del campo. La nuova collocazione di De Bruyne contribuisce a liberarlo. Quando il belga si prende la responsabilità di dare una direzione al possesso, McTominay può concentrarsi sulle cose che sa fare meglio: correre in avanti, sfruttare gli spazi, arrivare a rimorchio e attaccare il secondo palo. Il Napoli guadagna così due giocatori determinanti senza dover sacrificare le caratteristiche dell’uno o dell’altro. È una convivenza che sembrava complicata e che adesso, invece, comincia a produrre risultati tangibili.
C’è poi un altro elemento da non trascurare: il Napoli ha affrontato una Roma che ama portare la partita sui duelli individuali e che, attraverso la pressione uomo su uomo, cerca di togliere agli avversari il tempo per ragionare. Gli azzurri, almeno per buona parte dell’incontro, hanno saputo rispondere con movimenti e giocate rapide, trovando le uscite dalla pressione e attaccando gli spazi lasciati alle spalle dei difensori. Le occasioni per chiudere la partita non sono mancate: il Napoli è arrivato vicino al 3-0, poi ha avuto la forza di riprendersi il vantaggio anche dopo aver subito i gol di Soulé e Balerdi. La rimonta giallorossa non cancella quanto costruito prima, anche se evidenzia la necessità di essere più cinici quando l’avversario concede l’opportunità di mettere al sicuro il risultato. O di difendersi meglio quando gli avversari spingono forte.
Ed è proprio qui che si trova il confine tra una prestazione incoraggiante e una partita davvero completa. Il Napoli deve sistemare la tenuta difensiva. Dieci gol subiti in campionato sono un dato pesante, da parte destra della classifica, e non possono essere liquidati come una conseguenza inevitabile di un calcio offensivo. Le reti di Soulé e Balerdi hanno mostrato come bastino pochi minuti di disordine per vanificare il lavoro di un’intera serata. Eppure sarebbe sbagliato concludere che il Napoli abbia difeso male per tutta la partita. Per lunghi tratti, gli azzurri hanno tenuto bene l’uomo, sono stati aggressivi nei contrasti e hanno saputo reggere l’intensità della Roma. Il problema è stato soprattutto nella gestione delle situazioni collettive, quando la squadra ha perso distanze e lucidità, lasciando agli avversari la possibilità di colpire. È un difetto da correggere, tanto più per una formazione che vuole giocare con tanti uomini sopra la linea della palla. Attaccare con più coraggio richiede una struttura capace di proteggere le transizioni e di non perdere i riferimenti quando l’avversario aumenta la pressione.
Allegri ha ragione a essere arrabbiato: una squadra che segna tre gol e si porta due volte in vantaggio non può accontentarsi di un pareggio, soprattutto dopo aver avuto la possibilità di chiudere la partita. Ma può ripartire da una certezza che il risultato rischia di oscurare. Il Napoli ha trovato una configurazione tattica più convincente, ha valorizzato De Bruyne nella posizione di regista e ha liberato un McTominay sempre più dominante. Adesso deve imparare a proteggere ciò che costruisce. La sfuriata finale è l’immagine della frustrazione dell’allenatore, non necessariamente quella della squadra. Perché, al netto dei punti persi e dei dieci gol incassati, questo Napoli ha finalmente mostrato un’identità riconoscibile.