Tutto sembrava perfettamente apparecchiato, a partire dalla cerimonia parigina che quest’anno si è spostata a Londra. L’anno di Harry Kane: il primo inglese a vincere il Pallone d’Oro da un quarto di secolo esatto, quand’era toccato a Michael Owen. L’attaccante del Bayern Monaco ci è riuscito al termine di una stagione straordinaria, soprattutto in termini realizzativi – 73 gol in 65 partite tra club e Nazionale – e sfruttando l’occasione irripetibile di un torneo che mai come quest’anno si apprestava a essere terra di nessuno. Perché quando si celebrano i grandi successi di squadra, dalla coralità della Spagna a quella del PSG, è inevitabile che anche il più prestigioso riconoscimento individuale ne risenta – e in un modo o nell’altro avrebbe finito per scontentare più di qualcuno: di sicuro Mbappé e Yamal.
Kane, ad ogni modo, ha vinto grazie alla costanza di rendimento. E a una crescita individuale impressionante, che a 33 anni l’ha portato a diventare il miglior Kane di sempre. Il punto è che la base di partenza era già strepitosa: se l’ex Tottenham è sempre stato uno dei più forti centravanti della sua generazione, e questo è incontestabile, oggi è diventato a pieno titolo il numero uno. E anche questo è incontestabile. Il Pallone d’Oro consegnatogli a Londra da Ronaldo si può quindi considerare come un premio alla carriera, o meglio alla crescita continua di un calciatore che ha sempre continuato a sviluppare le proprie capacità. A coltivare la sua unicità.
Kane, infatti, è e resta un prototipo praticamente unico: da come figlio del calcio degli anni Dieci, è una prima punta implacabile che però pensa, si muove, si connette e vibra con i compagni come se fosse un trequartista. Con gli anni questa dimensione altruistica e di coordinamento del gioco si è esasperata, soprattutto da quando è arrivato al Bayern: oggi Kane è il centravanti ma anche il regista offensivo della squadra di Kompany. E spesso, cioè in moltissimi momenti di tutte le partite, ha senso anche togliere l’aggettivo “offensivo”, visto il modo in cui l’inglese retrocede sul campo per farsi dare il pallone e impostare, per cucire il gioco come se fosse un grande centrocampista centrale degli anni Novanta. Con la stessa capacità di muovere il pallone sul corto e sul lungo. Con la stessa eleganza.
Il Pallone d’Oro 2026, per Kane, può anche essere considerato come un risarcimento alla carriera. Perché – incredibile a dirsi, a ricordarsi – fino alla primavera del 2025 Harry non aveva mai alzato un singolo trofeo di squadra. E per questo veniva puntualmente snobbato, per non dire dileggiato: si parlava di maledizione, di mancanza di leadership, di incapacità di essere decisivo nei momenti decisivi. Ecco, quel tempo è finito grazie al Bayern, e alla trasformazione nella stella più brillante di un gruppo senza rivali in patria – due Bundes e tre coppe nelle ultime stagioni – e ancora in cerca dello squillo europeo che manca ormai dai tempi di Lewandowski.
Già, chissà come avrà assistito alla cerimonia il polacco. Lui che fu Kane prima di Kane, nel 2020, ma di più e meglio, trascinando il Bayern alla conquista della Champions League: per ragioni a oggi tuttora inspiegabili – il pretesto della pandemia non regge, visto che il calcio riprese portando a termine tutti i principali tornei – il Pallone d’Oro in quell’occasione non venne assegnato, per la prima e unica volta da quando France Football istituì il premio nel 1956. Insomma, Lewa vincitore morale e Harry di fatto – ma vaglielo a spiegare, al polacco.
Eppure, al netto delle polemiche che ci saranno sempre, Kane si porta a casa il premio più ambito anche per altri validi motivi. Quello di oggi non è soltanto un premio a una macchina da gol, ma a un giocatore unico, di grande intelligenza calcistica e versatilità assoluta: anche ai Mondiali americani, in cui è stato capitano dell’Inghilterra (e nel frattempo ha battuto il record assoluto di presenze e quello dei gol segnati, in attesa di rompere l’ultimo sortilegio che gli resta), ha spiccato per ritrovarsi a giocare a ridosso dei centrocampisti in fase di non possesso per poi finire comunque vicecapocannoniere del torneo. Un esempio fra i tanti che si potrebbero fare per raccontare un campione cristallino e capace – questo sì, come Lewandowski – di spostare ogni anno più in là l’asticella del tempo che passa. Perché non importa cosa faccia il calcio attorno a lui: Kane continua a essere unico, a crescere. E a segnare.