Kimi Antonelli è un ventenne che adora guidare, ed è così che ha compiuto una delle più grandi imprese di sempre: vincere il Mondiale di Formula Uno

Il pilota della Merceder ha fatto la storia dello sport italiano, ma nel frattempo è rimasto se stesso. Anzi, proprio questa sua tendenza l'ha aiutato a battere tutti, e a riportare il titolo nel nostro Paese dopo 73 anni.
di Redazione Undici 01 Novembre 2026 alle 00:24

Una delle immagini più significative della stagione di Kimi Antonelli non c’entra molto con la Formula Uno: è la giornata passata in kart sul circuito di Franciacorta, poche ore dopo il Gran Premio di Monza. Quasi come se quello fosse il modo più naturale per festeggiare una vittoria straordinaria: tornare in pista, rimettersi al volante, continuare a guidare. Qual è il sottotesto di quella instantanea? Semplice: oltre a essere il più giovane campione del mondo della storia della Formula Uno, Andrea Kimi Antonelli è un ragazzo di vent’anni che, letteralmente, vive di motori. Quando il calendario del Mondiale gli concede una pausa, lui si mette al simulatore, lavora per preparare le gare, studia i circuiti e cerca di capire dove possa può ancora migliorare. Va a girare con i giovani piloti Mercedes, continua a frequentare il mondo del karting e partecipa attivamente allo sviluppo della monoposto. Non è uno che si limita a salire in macchina, aspettare che gli ingegneri gli dicano cosa fare e poi eseguire. Al contrario: il suo modo di guidare al limite, di cercare continuamente il massimo dalla vettura, lo rende una risorsa preziosa anche per chi lavora dall’altra parte del box. Sa spiegare cosa sente, sa indicare dove la macchina perde qualcosa, quali modifiche possono fare la differenza. La sua curiosità non si spegne quando finisce una sessione. Non a caso, rispetto al compagno di squadra Russell, ha gestito molto meglio i pacchetti di aggiornamenti arrivati in Mercedes dopo il Canada, a metà stagione.

C’è un altro episodio che racconta bene il personaggio-Antonelli: Kimi è uno di quei piloti a cui bisogna ricordare continuamente di non esagerare con i track limits. Non perché non conosca le regole, ma perché il suo istinto è quello di cercare ogni centimetro disponibile, di portare la macchina sempre un po’ più in là. A volte bisogna ricordargli che arrivare a cinque infrazioni può costargli una penalità. Con gli ingegneri di pista si è creata quasi una gag che restituisce l’immagine di un teenager che deve essere riportato alla realtà. Soprattutto quando quella realtà gli chiede semplicemente di non spingere così tanto.

Per molto tempo, Kimi ha raccontato di pensare a una gara alla volta. Niente calcoli, niente classifiche mondiali consultate ossessivamente, nessuna proiezione sui punti che sarebbero serviti per diventare campione. Il Mondiale, per lui, non era un pensiero quotidiano. Almeno fino a Monza. È stato lì, davanti al pubblico italiano, che qualcosa è cambiato. Partire dal fondo dello schieramento e riuscire a vincere il Gran Premio d’Italia è stato uno di quei capolavori che possono cambiare una stagione, una carriera. E, di conseguenza, la percezione che un pilota ha delle proprie possibilità. Da quel momento, Antonelli ha cominciato a fare qualche calcolo in più, senza però perdere il suo approccio: una domenica dopo l’altra, una curva dopo l’altra, un obiettivo alla volta. Anche quando il titolo era ormai diventato un’ipotesi concreta, la sua priorità è rimasta la solita: guidare.

E alla fine ha vinto. A vent’anni, al termine di una stagione che lo ha visto imporsi contro avversari molto più esperti, Kimi Antonelli è diventato campione del mondo. Non è soltanto una questione anagrafica, anche se il record di precocità aggiunge un altro capitolo alla sua storia. È soprattutto il significato di una delle più grandi imprese mai compiute da uno sportivo del nostro Paese. Prima di lui, infatti, soltanto due piloti italiani degli anni Cinquanta erano riusciti a conquistare il Mondiale: Giuseppe Farina (nel 1950), e Alberto Ascari (nel 1952 e nel 1953).

Da allora, e quindi sono passati 73 anni, il nostro Paese ha continuato a produrre piloti, sempre meno in verità, ma nessuno era più riuscito a riportare il tricolore sul tetto del mondo. Michele Alboreto ci era andato vicino nel 1985, quando aveva lottato per il titolo fino alle ultime cinque gare della stagione, senza riuscire a completare l’impresa. Poi, di fatto, non ci sono state altre occasioni realistiche. Fino a quando non è arrivato questo ragazzo di Bologna, che ha rimesso insieme un pezzo di storia lasciato in sospeso da troppo tempo.

Il suo successo ha avuto un effetto che va ben oltre gli appassionati di Formula Uno. Per qualche settimana, l’Italia si è ritrovata a seguire una classifica, a controllare gli orari delle qualifiche, a discutere di strategie, gomme e distacchi. È successo qualcosa che nello sport italiano non si vedeva da tempo: un campione capace di fermare il Paese, di trasformare ogni appuntamento in un evento collettivo. È quello che succedeva con Alberto Tomba, quando le sue discese tenevano milioni di persone davanti alla televisione; con Pietro Mennea, con Marco Pantani sulle montagne del Tour de France, con Valentino Rossi la domenica pomeriggio. E succede oggi con Jannik Sinner, capace di portare il tennis al centro delle conversazioni anche di chi prima non conosceva come si arrivava a determinare il punteggio di una partita.

Antonelli è entrato in una dimensione trasversale: non è soltanto il pilota italiano che ha vinto il Mondiale dopo una vita intera di attesa, è diventato un personaggio sportivo riconoscibile anche al di fuori del suo ambiente, uno di quelli per cui si fa il tifo senza avere necessariamente avere la Mercedes nel cuore. La sua storia ha qualcosa di immediato: un ragazzo giovane, sorridente, che non sembra avere intenzione di smettere di divertirsi mentre fa una delle cose più difficili e pericolose al mondo. Non ha costruito il proprio successo attraverso dichiarazioni roboanti o proclami: ha continuato a guidare, imparare, sbagliare, correggersi. Così, quando gli è stato chiesto di comportarsi da campione, ha risposto nel modo che conosce meglio: andando più forte.

Naturalmente, dietro questa apparente leggerezza ci sono anni di lavoro, una famiglia che ha accompagnato il suo percorso, una struttura come Mercedes che ha creduto in lui e una squadra intera che ha contribuito a costruire una macchina vincente. Il talento da solo non basta, soprattutto in Formula 1. Ma Antonelli ha portato qualcosa che non si può insegnare facilmente: una relazione quasi istintiva con la velocità, la voglia di stare in pista anche quando non ce ne sarebbe bisogno, l’incapacità di considerare concluso il proprio lavoro quando gli altri hanno già spento i computer. Forse è proprio questo il segreto del suo Mondiale. Kimi non ha mai avuto davvero bisogno di trovare una motivazione per salire in macchina. Gli basta sapere che c’è un circuito da affrontare, una curva da interpretare, un tempo da abbassare. Pochi minuti dopo aver conquistato il titolo, potrebbe tranquillamente essere andato a girare in kart, non ci sorprenderebbe. Ed è proprio questo, a renderlo speciale.

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