Una delle immagini più significative di Milan-Inter 3-1 è quella che immortala una domanda: quella di Moreira a Modric subito prima di segnare la punizione del 3-1. Il belga si avvicina al croato, gli si mette davanti con le mani quasi giunte e sembra chiedergli un favore: lasciami calciare. Modric acconsente. Moreira sistema il pallone, prende la rincorsa e disegna il mancino che supera la barriera e non lascia scampo a Martínez: il sigillo su un primo tempo straordinario, da parte dell’esterno belga. In quel momento c’è già molto dell’ex giocatore dello Strasburgo: la personalità di chi non ha paura di chiedere il pallone a un campione come Modric, la convinzione di chi sente di poter essere decisivo. E la sfrontatezza di chi, in una partita così, vuole prendersi il titolo di MVP. Moreira, di fatto, non si è limitato a partecipare al derby: ha deciso di prenderselo tutto, di abitarlo da protagonista assoluto.
Il gol, però, è soltanto l’ultima istantanea di una prestazione straordinaria che Moreira aveva cominciato a costruire molto prima. Perché il belga è il principale protagonista di un primo tempo in cui il Milan trova tre gol e indirizza il derby, partecipando direttamente a tutte le reti rossonere. Al quarto minuto è lui a inventare il cross che Pulisic deve soltanto trasformare in gol: riceve largo a destra, punta Carlos Augusto, lo salta rientrando sul mancino e mette in mezzo un pallone perfetto. Non è un semplice traversone, ma una giocata che contiene già tutta la sua personalità. Moreira non cerca il compagno con un passaggio di sicurezza, non si accontenta di accompagnare l’azione: affronta l’avversario, lo mette in difficoltà e crea una superiorità.
Pochi minuti dopo, al minuto 10′, c’è ancora il suo zampino nell’azione del raddoppio. Sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Moreira trova la soluzione bassa per Rabiot, che si libera sul primo palo e incrocia in rete. Due situazioni diverse, un denominatore comune: la capacità di produrre qualcosa di pericoloso quando il pallone passa dai suoi piedi. Poi, al 45′, la punizione. Tre gol, tre partecipazioni dirette, una prima frazione da migliore in campo.
La cosa interessante, tuttavia, è che Moreira non è un giocatore che vive soltanto di accelerazioni. È un esterno che ha bisogno di spazio per esprimere la propria qualità, ma che sa anche cosa fare quando lo spazio non c’è. Il suo calcio è fatto di cambi di direzione, finte, sterzate improvvise e ripartenze, ma soprattutto di una continua ricerca dell’uno contro uno. Quando riceve largo, la prima idea è quasi sempre quella di puntare il diretto avversario. Non importa che davanti abbia un difensore strutturato fisicamente o un giocatore più rapido: prova a saltarlo, cerca il tempo giusto per spostare il pallone e cambiare direzione. A volte ci riesce con una facilità disarmante, altre volte insiste e perde qualche pallone di troppo. È il prezzo di un calcio che non vuole essere prevedibile.
Moreira è un giocatore elettrico, uno di quelli che possono sembrare estranei alla manovra per qualche minuto e poi riaccendersi improvvisamente, costringendo gli avversari a cambiare atteggiamento. Non ha necessariamente bisogno di toccare tanti palloni per lasciare il segno, ma quando entra nel vivo dell’azione diventa difficile da contenere. C’è poi un altro aspetto che rende interessante il suo impiego nel sistema di Ruben Amorim: la capacità di interpretare più ruoli senza perdere le proprie caratteristiche. Nel derby è partito da esterno destro, in una posizione che gli permette di ricevere largo e attaccare Carlos Augusto. Ma il suo repertorio non si esaurisce sulla fascia. Quando rientra sul mancino, infatti, può diventare un elemento di raccordo tra i reparti, trovare una soluzione centrale e partecipare alla costruzione con un passaggio verticale o un’iniziativa personale. Non è soltanto un giocatore che corre lungo la linea laterale: ha la sensibilità per accentrarsi, giocare tra le linee e avvicinarsi alla zona in cui si decidono le azioni.
È una caratteristica che gli permette di essere utilizzato anche da trequartista, ruolo nel quale può sfruttare la capacità di girarsi rapidamente e attaccare la difesa avversaria frontalmente. Ma queste doti funzionano anche quando il tecnico portoghese gli chiede di fare il quinto di centrocampo, di abbassarsi sulla linea dei difensori e garantendo ampiezza quando la squadra ha bisogno di risalire il campo. Nel derby, del resto, si è visto anche il suo lavoro senza palla: in fase difensiva il Milan si è disposto con una linea molto stretta, nella quale Moreira ha dovuto retrocedere per completare il lavoro degli altri esterni. La sua disponibilità a interpretare entrambe le fasi aggiunge un’opzione importante alle possibilità dell’allenatore.
A San Siro, contro all’Inter, Moreira però è stato devastante. Ha mostrato tutto quello che può offrire: imprevedibilità, coraggio, qualità tecnica e una personalità che non sembra risentire del peso della partita. La cosa più interessante della sua prestazione, però, sta nel modo in cui ha interpretato il ruolo di quinto in fase offensiva: l’ex Strasburgo non è stato solo una specie di tornante e/o un incursore in area, è stato un riferimento tecnico e creativo, una pedina aggiunta all’attacco del Milan, un rebus difficilissimo da risolvere per chi ha dovuto affrontarlo. E a tutto questo, che non è poco, ha aggiunto tre giocate decisive. Tra cui una punizione deliziosa che doveva essere tirata da Luka Modric, e invece Diego Moreira ha avuto il coraggio di chiedergliela. In quanti possono dire di aver vissuto un derby così?