Manchester United-Roma ha un punto di svolta preciso – una sliding door, giusto per restare in tema inglese. È al 58esimo minuto, quando Bruno Fernandes si è presentato per la seconda volta sul dischetto. La prima conclusione era stata respinta da Devis Vásquez, ma il rigore è stato fatto ripetere per l’ingresso anticipato di Bryan Cristante in area. Il portoghese non ha sbagliato il secondo tentativo, spiazzando il portiere colombiano e riaprendo una partita che, almeno fino a quel momento, sembrava saldamente nelle mani della Roma. Di fatto Fernandes ha pigiato un interruttore che ha riacceso il Manchester United. E che, contemporaneamente, ha spento la squadra di Gian Piero Gasperini.
Lo ha sottolineato anche lo stesso Bruno Fernandes: quell’episodio ha cambiato il ritmo della partita. Lo United ha ritrovato fiducia, ha cominciato a giocare con maggiore convinzione, ha trovato spazi e connessioni che nel primo tempo sembravano inesistenti. Fino a quel momento Old Trafford, il teatro dei sogni, era stato un luogo di contestazione, con tanto di palline da tennis lanciate sul prato da parte dei tifosi dei Red Devils, esasperati da anni di delusione. In fondo lo United era reduce da nove partite senza vittorie e l’ambiente è sempre più insofferente. Poi è arrivato quel rigore e lo stadio ha ricominciato a spingere.
La Roma, invece, ha iniziato a perdere quello che aveva costruito con grande merito nei primi 45 minuti. L’avvio dei giallorossi era stato praticamente perfetto, lo United aveva mostrato tutte le sue fragilità difensive, concedendo campo e profondità a una squadra che sa attaccare gli spazi con una naturalezza impressionante. All’11esimo Rodrigo Mora aveva trovato Matías Soulé con un cambio di gioco meraviglioso, l’argentino si era ritrovato libero di controllare e ha potuto battere Lammens. Poco dopo era arrivato il fallo di mano di Ayden Heaven, che aveva permesso a Donyell Malen di raddoppiare dal dischetto. La sensazione era che la Roma avesse sempre una soluzione per mettere in difficoltà gli inglesi. Il movimento di Mora, la qualità di Soulé, la capacità di Malen di attaccare la profondità: la squadra di Gasperini aveva tante chiavi per colpire la difesa di Carrick.
E non era un caso. naturalmente. In Serie A la Roma viaggia a ritmi altissimi, ha un’identità riconoscibile e un’intensità che le permette di mettere sotto pressione praticamente chiunque. Ma l’Old Trafford, soprattutto quando si accende, richiede qualcosa di diverso: la capacità di leggere i momenti, di capire quando continuare a giocare e quando invece bisogna togliere ossigeno alla partita. Il ritmo che in Italia permette ai giallorossi di dominare gli avversari non è sempre sufficiente in Champions League, soprattutto in uno stadio che può trasformare una squadra in difficoltà in qualcosa di molto più pericoloso.
La ripresa lo ha dimostrato. Dopo il rigore ripetuto, il Manchester United ha preso coraggio e ha cominciato ad attaccare con una continuità che la Roma non è più riuscita a contenere. Bryan Mbeumo ha colpito addirittura entrambi i pali nella stessa azione, con Cristante costretto a intervenire sulla linea per evitare il pareggio. Si è trattato di un campanello d’allarme chiarissimo, i giallorossi non riuscivano più a tenere le distanze, arrivavano in ritardo sulle seconde palle e faticavano a trovare una via d’uscita dalla pressione avversaria. Il campo sembrava essersi improvvisamente ristretto per loro e allargato per lo United.
Qui sta il rimpianto più grande della squadra di Gasperini. Non tanto nell’aver subito la reazione di un avversario che, spinto dal proprio pubblico, aveva inevitabilmente aumentato la pressione, quanto nel non aver saputo interrompere quella valanga. Serviva malizia, serviva intelligenza, serviva anche la capacità di sporcare la partita. Un fallo tattico in più, qualche secondo guadagnato, una gestione meno frenetica delle rimesse e delle ripartenze. Non per rinunciare a giocare, ma per impedire allo United di alimentare il proprio furore. La Roma ha continuato a subire il ritmo degli inglesi senza riuscire a modificarlo. E quando una squadra sente di poter rimontare, lasciarle giocare una partita tutta di corsa significa darle esattamente quello che desidera.
C’è poi un altro motivo per cui questa sconfitta rischia di fare ancora più male di quella contro il Real Madrid. Non soltanto per come è maturata, con una partita che la Roma aveva in mano e che si è lasciata sfuggire, ma soprattutto per la natura degli errori che l’hanno determinata. Contro il Real erano state soprattutto le giocate individuali dei giocatori di Mourinho a fare la differenza. A Old Trafford, invece, il problema è stato più profondo: la Roma ha perso le distanze tra i reparti, non ha più trovato le uscite per risalire il campo e non è riuscita a proteggersi quando lo United ha alzato il ritmo. Non è stata soltanto una questione di singoli duelli persi o di qualche errore tecnico: è venuto meno il funzionamento collettivo della squadra.
Il finale è stato la conseguenza di quel progressivo smarrimento. All’83esimo, Matheus Cunha ha trovato il pareggio approfittando di un’incertezza di Leonardo Balerdi, poi tre minuti più tardi ha completato la rimonta con una conclusione potente sul primo palo. In mezzo, abbiamo una Roma incapace di ritrovare il controllo e uno United ormai trascinato dall’entusiasmo dello stadio. L’espulsione dello stesso Cunha nel recupero, per doppia ammonizione, non è bastata a riaprire una partita che ormai aveva preso una direzione precisa.
Dopo una partita del genere, sarebbe comunque ingeneroso dimenticare il buonissimo primo tempo della Roma. Al tempo stesso, sarebbe sbagliato considerare casuale la capacità dei giallorossi di mettere in difficoltà una squadra che aveva bisogno disperato di una serata del genere. Per 45 minuti Gasperini ha avuto ragione, la sua squadra è parsa più organizzata, più aggressiva e più convinta. Ma le partite europee si giocano anche sulla gestione delle difficoltà, sulla capacità di riconoscere il momento in cui l’inerzia sta cambiando. La Roma è stata bravissima a costruirsi una serata da ricordare, molto meno a difenderla. Il Manchester United, con tutti i suoi problemi, ha ritrovato per un tempo lo spirito di una squadra che a Old Trafford non smette mai del tutto di appartenere alla propria storia. E forse è proprio questo l’insegnamento più amaro per i giallorossi: in Champions non basta essere più forti per un tempo. Bisogna anche sapere come impedire all’avversario di diventarlo nel successivo.