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La solitudine di Icardi

Nell'insufficiente prestazione dell'Inter allo Juventus Stadium c'entra anche l'isolamento, quasi preventivato, del suo giocatore migliore.

Di Redazione Undici

«Yo me mordía los labios, allá arriba, en la soledad del número 9…». È Osvaldo Soriano, ma potrebbe essere Mauro Icardi. 21 palloni, di cui 8 persi. Una sola palla in area di rigore, nel primo tempo, un lancio di Palacio che non è riuscito a controllare complice il movimento ingannatore di Barzagli. Il resto, briciole: un galleggiamento continuo, inefficace, illusorio. Questa la fotografia del match dell’argentino in Juventus-Inter.

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L’anonima prestazione di Icardi a Torino segue prove non brillanti contro le big, come Napoli, Roma, Milan: nelle gare che contano di più, il capitano interista non incide, è la crudele disamina. Tolto un gol ininfluente alla Fiorentina, la squadra con la migliore classifica a cui Icardi ha segnato è stata la Lazio, ottava. E pensare che Maurito, alle grandi squadre, ha sempre fatto male: la Juventus, ancora oggi, è la sua vittima preferita con sei centri. Nel match dello Juventus Stadium, l’anno scorso, fu lui a fissare il punteggio sull’1-1: ben altra prova, come evidenzia ancora la mappa di FourFourTwo.

E se l’involuzione fosse indotta da altri fattori? È sembrato che, nella squadra disegnata da Mancini allo Juventus Stadium, Icardi non fosse proprio contemplato. Un corpo amorfo isolato da quanto accadeva sul resto del campo. L’Inter è scesa in campo con un 3-5-2, terza volta in stagione dopo Fiorentina e Torino, cioè sempre contro squadre con lo stesso sistema. Ma se la Juve a centrocampo aveva mezzali brave tra le linee come Pogba e Hernanes, più un Dybala molto vicino a Mandzukic, l’Inter rimaneva molto bloccata dietro, senza che nessuno dei tre di centrocampo avesse compiti più offensivi, e con un Palacio perennemente, per scelta o imposizione, relegato sulla fascia, molto lontano da Icardi. Il piano di Mancini è stato chiaro: coprirsi per neutralizzare la forza della Juventus, e per 35 minuti nel primo tempo ci è riuscito. Ma la scelta ha un messaggio chiaro: mi fido della mia difesa, non del mio attacco.

FC Internazionale Milano v AC Chievo Verona - Serie A

Davvero l’Inter non poteva osare di più con un attaccante come Icardi, e soprattutto giocare per lui? Finora sono 11 le reti in campionato dell’argentino: Maurito ha segnato appena quattro reti in meno rispetto a dodici mesi fa, quando poi si laureò capocannoniere. Se la media gol è rimasta molto simile, il dato più eclatante è la media tiri per partita, drasticamente calata: dai 2,4 di due anni fa e dai 3,4 dell’anno scorso si è passati all’1,8 della stagione attuale. Cioè: Mauro Icardi tira molto meno, ma segna grossomodo gli stessi gol. Non proprio la storia di un giocatore involuto. Tira meno perché gli arrivano meno palloni, e questo lo disse lui stesso a Bologna, quando si parlava di un’altra Inter: «In 10 partite mi sono arrivati 4 palloni e ho fatti 3 gol, mi sembra una buona media». A proposito di solitudine.

Si dà per scontato che Icardi sappia fare gol, e quindi se ne deduce che non abbia bisogno di particolare sostegno dalla squadra. Sbagliato: l’assioma non regge nemmeno per un Lewandowski, figuriamoci per un 23enne con grandi potenzialità che ha bisogno di avvertire costantemente l’appoggio dell’ambiente. Anche da semplici dettagli. Quando Mancini indirettamente manda il messaggio di non fidarsi dei suoi attaccanti, il discorso non riguarda Icardi, titolare 22 volte su 26 convocazioni. Il discorso riguarda i vari Perisic, Ljajic, Jovetic, voluti fortemente da Mancini e ora praticamente ai margini. Una situazione che, oltre che danneggiare i diretti interessati, danneggia lo stesso Icardi, che ha segnato tre volte su assist di Perisic e due su assist di Ljajic (che, per inciso, è quarto in Serie A per passaggi chiave). Le difficoltà di arrivare in area di rigore non sono dovute ai singoli, quanto a un’idea di gioco offensivo mai sufficientemente sviluppata, e il caso Éder, che in nerazzurro ha smesso di segnare, non depone a favore di Mancini.

FC Internazionale Milano v AC Chievo Verona - Serie A

Probabilmente considerare Icardi come l’elemento più valido della rosa ha generato l’equivoco più grande dell’Inter, creando un vicolo cieco: lavarsi le mani delle eventuali difficoltà che il ragazzo può incontrare, perché capace e abile in quello che fa. Il sottotesto “tanto c’è Icardi” in certe partite sembra molto forte, salvo poi criticarlo apertamente se i risultati sono deficitari: «Certi gol li segnavo pure io a 50 anni», disse Mancini dopo il pareggio interno contro il Carpi, a cui seguì l’esclusione dell’argentino nel derby. Pensare che possa risolvere le partite da solo non implica togliergli il contributo della squadra da sotto il naso: non solo Icardi deve essere inglobato nel progetto tecnico, ma il progetto tecnico deve essere costruito attorno a lui. I destini dell’Inter e di Icardi sono legati a doppio filo.

 

Nell’immagine in evidenza, Mauro Icardi sdraiato sull’erba durante Inter-Carpi dello scorso 24 gennaio. Valerio Pennicino/Getty Images