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Le regole della difesa

L'evoluzione del difensore passa anche dai regolamenti più recenti: dal fuorigioco al Dogso, come le norme hanno cambiato l'interpretazione del ruolo.

Di Cristiano Carriero

È il secondo minuto di una partita di seconda categoria, e chi scrive è l’arbitro. L’attaccante dei locali approfitta di un corridoio libero per involarsi, solitario, verso il portiere. Il difensore centrale lo insegue, ma è in ritardo. Scatto perché so che sta per succedere qualcosa di importante per la partita. Inizio a pensare tra me e me: «Se l’atterra fuori area, punizione e rosso, se l’atterra in area rigore e giallo», come una nenia. Ripeto questo ritornello tra me e me due tre volte, più che altro per essere preparato all’evento. Fino a quando il difensore non cambia totalmente i miei piani, trattenendo la maglia del centravanti lanciato a rete, dentro l’area di rigore.

Qualche anno fa si parlava di ultimo uomo, oggi la dicitura “chiara occasione da rete” è stata sostituita dall’acronimo DOGSO (denying an obvious goal-scoring opportunity). L’estate scorsa l’IFAB, il Board internazionale deputato alle modifiche regolamentari, ha modificato l’applicazione di una delle regole più dibattute degli ultimi vent’anni. Per semplicità si è parlato di abolizione della doppia sanzione, ovvero del rigore + espulsione per i falli che avvengono all’interno dell’area di rigore, ma in realtà il discorso è molto più complesso. Per non incorrere nella doppia sanzione, da giungo 2016 a questa parte, il difendente deve provare a giocare il pallone con i piedi e non ad usare la parte superiore del corpo (busto o mani). L’IFAB, che ha tra le sue prerogative quella di garantire lo spettacolo, vuole così premiare il tentativo di giocare il pallone. Un’applicazione della norma destinata a modificare l’approccio stesso alla fase difensiva.

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Esemplificativo, in tal senso, un episodio accaduto durante Real Salt Lake-Portland di Mls, quando l’arbitro fischia il fallo ma si accorge che quel centimetro di differenza tra un intervento avvenuto dentro o fuori dall’area cambia l’inerzia della partita. Siamo al 53’ minuto di una partita ferma sullo zero a zero. Dal punto di vista difensivo è meglio restare in undici e subire un calcio di rigore, oppure rimanere in dieci uomini ma concedere un calcio di punizione alla squadra avversaria? Sembrano combattuti gli stessi giocatori, mentre arbitro e assistente sono consapevoli che stanno per prendere una decisione fondamentale. Che infatti si prolunga per tre minuti abbondanti. Un’eternità calcistica.

Non è un caso che un Board composto quasi esclusivamente da federazioni britanniche consideri il tackle alla stregua di come un sudamericano consideri la chilena. Per anni, ovvero da quando è stata introdotta la norma della chiara occasione da rete, il gesto di tirare la maglia ha sortito lo stesso effetto, e quindi lo stesso provvedimento disciplinare, di un tackle alla Maldini (il mio riferimento è lui, nel famoso spot della Nike del 1994). Anche per questo molti difensori tendevano ad utilizzare parecchio le braccia. La recente differenziazione tra le due tipologie di fallo impone ai difensori una maggiore attenzione nell’uso delle braccia, una nuova idea della distanza di sicurezza e il tentativo di fermare le azioni dell’avversario con una “giocata”. Ecco perché sempre di più, le grandi squadre, tendono ad affidare il ruolo di centrali a difensori con grande senso della posizione e del tempismo. In questo filmato tutto quello che un centrale di difesa non dovrebbe fare: ovvero utilizzare le braccia per fermare un attaccante. Giusta la sanzione: calcio di rigore ed espulsione, perché il difensore non tenta di contendere il pallone al suo avversario con i piedi.

L’aumento del numero di gol in un torneo come la Champions League non è infatti una bocciatura per i difensori e una cartolina malinconica da inviare ai marcatori di un tempo, ma il certificato di un calcio nuovo, cambiato nelle regole prima ancora che negli interpreti. Questi ultimi, calciatori e allenatori, si adeguano cercando le contromisure, la differenza nei dettagli, in uno scenario che premia sempre di più chi ha testa, conoscenza – concetto diverso dall’esperienza, può avere conoscenza anche un giovane – e controllo. Nella finale di Champions League del 2006 tra Barcellona e Arsenal, un intervento di Lehmann cambiò la storia della partita. Il portiere tedesco atterrò Eto’o appena fuori area: l’arbitro non applicò il vantaggio, fermò il gioco e mostrò giustamente il cartellino rosso a Lehmann. L’Arsenal si trovò a giocare tutta la partita in dieci uomini. Oggi quello stesso intervento varrebbe il rosso fuori area e il giallo dentro. Un bel dilemma per i portieri e non solo.

Resta da capire cosa è meglio dal punto di vista difensivo: andare sotto di una rete e giocarsi il resto della partita in parità numerica, oppure restare in dieci e non concedere la possibilità di trasformare un calcio di rigore? Perché di questo si tratta. Scegliere. E non è semplice, per un difendente, sia esso un centrale, un terzino o un portiere, anteporre la lucidità all’istinto. Ma è quello che il calcio contemporaneo chiede. Imparare a leggere le situazioni e distinguere le diverse fasi di una partita.

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A maggior ragione questo discorso vale per la regola del fuorigioco. Diventata ormai una tattica offensiva laddove, soltanto venti anni fa, era un’applicazione difensiva. Un tempo erano gli attaccanti come Filippo Inzaghi a doversi sfiancare per evitare quella che veniva definita “la trappola” del fuorigioco, oggi che il termine sopra citato è diventato desueto sono ancora una volta i difensori a doversi preoccupare. Non basta più cogliere l’ombra del nemico e alzare il braccio per invitare l’assistente ad alzare la bandierina. Oggi si deve decidere in una frazione di secondo se vale la pena lasciar andare (quasi mai) o intervenire. E nel momento in cui si interviene essere consapevoli che una giocata sbagliata può rimettere in gioco l’avversario.

Molti ricorderanno un gol di Trezeguet che decise, ormai dieci anni fa, un derby contro il Torino dopo un colpo di testa all’indietro di un difensore granata. Quello fu uno dei primi casi che diede il là ad una norma che oggi è regola: una giocata sbagliata di un difensore risana la posizione di fuorigioco di un attaccante. L’evoluzione del difensore, in questo contesto, è darwiniana. Le nuove norme sono garanzia di spettacolo, di un maggior numero di gol, e anche di brutte figure da parte di chi difende.

Secondo Gianluca Fenucci, giornalista e allenatore di calcio (ha allenato tra le altre la Fermana e la Jesina), «Nel calcio moderno se vuoi provare ad avere una superiorità in alcuni settori di campo quando entri in possesso del pallone, devi avere difensori bravi a battersi e a vincere se possibile gli uno contro uno. Per questo nei miei allenamenti propongo alcune situazioni con superiorità numerica da parte degli attaccanti perché ritengo che i difensori debbano riuscire a fronteggiare anche casi in cui si trovano in inferiorità numerica e debbano cercare le posizioni, le coperture, gli scivolamenti, le diagonali, soprattutto in fasi reali di gioco. Il difensore oggi deve fare i conti con un regolamento che sembra punirlo eccessivamente per prediligere gli attaccanti e far segnare più gol. Alla base della preparazione di un difensore c’è la componente psicologica, oltre a quella tecnica. L’allenatore deve predisporre il suo difensore a giocare ed accettare situazioni difficili di uno contro uno in cui l’attaccante appare avvantaggiato. I giocatori devono sapere leggere le fasi della partita. Se nei primi minuti devono rischiare un tackle su un uomo lanciato a rete è meglio che lo facciano in area, oggi, provocando un calcio di rigore, piuttosto che costringere la squadra a giocare in dieci tutta la partita. È una scelta difficilissima, e ci vuole una lucidità che in passato non era richiesta ad un calciatore».

Intervenire in tackle implica più concentrazione. Intervenire con la parte superiore del corpo è già una resa, provare a colpire il pallone è invece fondamentale dal punto di vista psicologico, come dimostra questo incredibile intervento di Hummels su un attaccante del Francoforte.

Continuare a pensare che “i difensori non sono più quelli di una volta” significa ignorare l’evoluzione del gioco. Delle regole, delle applicazioni, dell’interpretazione. Alcuni grandi difensori del passato farebbero fatica, oggi, a finire una partita. Fermo restando la capacità di marcare uomo, vero punto di debolezza di molti difensori attuali, soprattutto sulle situazioni da fermo, oggi la parola d’ordine è evoluzione. Chissà quanti difensori, tra dieci anni, difenderanno in un modo che oggi non è contemplato.