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La ricostruzione dell’Ajax

Dopo 21 anni, l'Ajax torna a disputare una finale europea: come Peter Bosz ha rifondato la squadra, piegandola a un ideale “cruijffiano”.

Di Alec Cordolcini

Una finale europea, 21 anni dopo. Dal 22 maggio 1996, quando l’Ajax di Louis van Gaal perse ai rigori la Champions League contro la Juventus di Marcello Lippi, a oggi, è trascorsa un’intera adolescenza. Quella di 15 dei 17 giocatori impiegati da Peter Bosz nel doppio confronto di semifinale con il Lione, che ha qualificato gli ajacidi alla finale di Stoccolma del 24 maggio. Tra questi solo due, Lasse Schone e Nick Viergever, possono vantare un ricordo diretto di quell’ultima finale, che osservata da un’ottica di storia calcistica appare ben più lontana di quanto non lo sia a livello temporale. Quasi la metà dei protagonisti in maglia biancorossa di oggi, all’epoca nemmeno era nata: Sanchez, Riedewald, De Ligt, Van de Beek, Kluivert, Dolberg, David Neres. Gli altri, esclusi i due “veterani” citati sopra, oscillavano tra biberon, primi passi e scuola materna.

La vittoria per 4-1 sul Lione in semifinale di Europa League

L’Ajax ha impiegato più di dieci anni ad adattarsi al mutato contesto calcistico generato dalla sentenza Bosman, autentico spartiacque nella storia di tutti quei club provenienti dalle periferie dell’impero che avevano nella scoperta e nella valorizzazione di giovani talenti la propria filosofia portante. Ad Amsterdam si sono viste politiche ondivaghe, guerre societarie, discontinuità tecnica (dall’addio di Van Gaal all’arrivo di Frank de Boer sono stati cambiati 13 allenatori in altrettanti anni). Nel dicembre 2015 Undici parlò di agonia dell’Ajax attraverso un articolo che tentava di raccontare un ambiente provato da anni di delusioni e illusioni, talvolta addolcite da qualche successo casalingo, insufficiente però a reggere il peso di un passato glorioso che per ragioni contingenti non poteva più tornare. In casa Ajax non hanno sofferto tanto il declassamento a livello europeo, quanto la marginalità. Nessuno era così scollegato dalla realtà da sognare di tornare a vincere la Champions League gareggiando – bilanci e disponibilità economiche alla mano – con una Minardi contro Ferrari, Mercedes e Red Bull. Venire però eliminati dai vari Molde, Rapid Vienna, Slavia Praga, Red Bull Salisburgo e Dnipro significa aggiungere ulteriore sale su ferite già di per sé difficili da chiudere. Una volta il settimanale Voetbal International uscì con un servizio dal titolo: «Ajax: per tornare grande prendi esempio dal Basilea». Solo una decina di anni fa, consigliare al club più titolato d’Olanda di guardare alla Svizzera sarebbe suonato quasi oltraggioso. Eppure, in quel momento (ci si riferiva all’ottimo Basilea di Paulo Sousa), non c’era nulla di provocatorio in quella frase.

A prima vista, Peter Bosz con l’Ajax non c’entra nulla. Anzi, le pagine migliori della sua carriera da calciatore le ha scritte con i rivali del Feyenoord, vincendo un campionato e tre coppe d’Olanda tra il ‘91 e il ‘96. Ecco, per tornare alla citata (pen)ultima finale ajacide, quell’anno Bosz stava per chiudere la sua esperienza a Rotterdam e volare in Giappone. Eppure oggi non esiste allenatore olandese più affine di lui alla classica filosofia ajacide, quella nata con Cruijff e diventata un brand di fama mondiale. Scegliendo Bosz, la dirigenza dell’Ajax ha voluto mandare due messaggi: discontinuità rispetto al recente passato (la gestione Frank De Boer) e ritorno all’antico. I due aspetti sono interconnessi. De Boer ha portato continuità tecnica e successi (4 Eredivisie consecutive) sconosciuti nell’Ajax del nuovo millennio, ma lo ha fatto attraverso un gioco pragmatico e poco spettacolare. Per quattro anni i risultati sono stati dalla sua parte, prima del crollo: secondo posto nel 2015 a -17 dal Psv Eindhoven, campionato perso nel 2016 all’ultima giornata dopo un pareggio sul campo della penultima. L’Ajax ha così deciso di riavvolgere il nastro, lasciando da parte scelte di famiglia (Stam, Kluivert) a favore di un tecnico che aveva dimostrato sul campo la propria adesione a tutti i principi del calcio di Cruijff. Non a caso, quando allenava il Vitesse, un’analisi di Catenaccio.nl aveva indicato proprio i gialloneri quale squadra dall’approccio maggiormente “cruijffiano” di tutto il calcio olandese, Nazionale inclusa.

AFC Ajax v Feyenoord - Eredivisie

Bosz è stato definito un idealista realista. Un ossimoro che nasconde un allenatore dalle idee chiare, con un preciso progetto di calcio, ma sufficientemente flessibile da modellare i propri concetti all’ambiente in cui sta lavorando. Se è vero, come ha detto una volta Hulb Rouwenhorst, dt dell’Agovv Apeldoorn (il primo club allenato da Bosz), che l’attuale allenatore dell’Ajax «è un tecnico per il quale ha più valore una vittoria per 5-4 rispetto a una per 1-0», è altrettanto innegabile come l’integralismo sia un concetto alieno dal suo vocabolario. Il suo Ajax, così diverso da quello di De Boer per filosofia e gestione della gara – meno speculativa, più portata ad assumere il controllo delle operazioni e ad assumersi rischi, vedi il pressing altissimo, la linea di passaggio prevalentemente verticale e la costante ricerca dell’anticipo in fase di non possesso – non ha mai preso imbarcate “zemaniane”, tanto per usare un concetto chiaro a tutti.

Bosz si è probabilmente giocato la Eredivisie (domenica si gioca l’ultimo turno, gli ajacidi sono a -1 dal Feyenoord capolista che però ha una partita agevole in casa) nei primi mesi, quando la squadra doveva assimilare i suoi concetti e, come ogni situazione da lavori in corso, le battute di arresto erano inevitabili. Ad agosto la squadra ha pareggiato con il Roda e perso in casa con il Willem II, prendendo 4 reti in casa del Rostov e uscendo dal preliminare di Champions. Da quel momento gli ajacidi hanno perso solo tre partite in patria, due in campionato e una in coppa (dove, contro il Cambuur, è stata schierata la formazione Jong, e ci si può solo immaginare quale sia stata l’età media in campo di una squadra già Jong – giovane – nel suo undici titolare). In Europa League l’Ajax ha sempre vinto in casa, con l’apice massimo a livello di prestazione raggiunto nel 4-1 al Lione nella semifinale di andata. In quella gara gli ajacidi hanno fatto registrare il maggior numero di tiri in porta (16) e il secondo undici titolare più giovane (22 anni e 137 giorni, solo il Genk contro il Sassuolo è stato più “verde”) di tutta l’attuale stagione di Europa League. Giovani, talento e ottimo calcio: l’Ajax è tornato in finale facendo l’Ajax, come se per loro non potesse esistere altra via. Forse è proprio così.

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L’ottima campagna europea è solo il risultato più visibile del processo di ricostruzione studiato da Bosz. Dell’undici titolare dell’ultimo Ajax di De Boer sono rimasti in tre: Joel Veltman, Davy Klaassen e Amin Younes. 4-3-3 era il modulo prima e 4-3-3 è ancora oggi, eppure le differenze sono significative. Il trio di centrocampo di De Boer era Bazoer-Klaassen-Gudelj, ovvero un mediano puro, un corridore e un numero 10. Quello di Bosz è Klaassen-Schone-Ziyech, ovvero due numeri 10 e un ex play quale Lasse Schone, che con De Boer faceva l’ala destra. In difesa a sinistra c’è Daley Sinkgraven (out per infortunio nelle semifinali), altro ex numero 10, mentre Veltman è stato dirottato a destro per lasciare spazio al colombiano Davinson Sanchez, autentico crack, per personalità, qualità fisiche e capacità di leadership di un intero reparto. Vincitore della Copa Libertadores 2016 con l’Atlético Nacional di Medellin, Sanchez era teoricamente un target fuori dal mercato ajacide, visto che a tali livelli sono le big a farla da padrone, forti di un potere di offerta inarrivabile. Qualche tentennamento di troppo, anche dalla Serie A, ha permesso agli olandesi di mettere a segno un grandissimo colpo, e non solo in prospettiva.

Le qualità di Davinson Sanchez

Con Bosz sono esplosi Kasper Dolberg, classe ’97 arrivato a quota 22 reti stagionali, e il portiere André Onana, classe 96, presentatosi parando un rigore alla sua seconda presenza in assoluto nell’Ajax, e da quel momento mai più uscito dai pali, nonostante dall’Inghilterra fosse arrivato Tim Krul per sostituire Jasper Cillessen ceduto al Barcellona. Dolberg e Onana sono prodotti ibridi, nel senso che sono stati acquistati da un altro settore giovanile (rispettivamente Silkeborg e Barcellona), ma che hanno poi completato il loro processo di formazione nel vivaio ajacide. Dolberg è frutto di un errore strategico. A fine luglio l’Ajax si apprestava ad affrontare il terzo turno preliminare di Champions League contro il Paok Salonicco, e al centro dell’attacco avrebbe dovuto esserci Arek Milik. Proprio in quei giorni però stava decollando la trattativa con il Napoli, così il polacco venne messo in stand-by e il neo-tecnico ajacide si trovò con due soli attaccanti di ruolo a disposizione: il colombiano Cassierra, che nemmeno era una prima punta, e l’imberbe Dolberg, acquistato nel 2015 per 300mila euro dal Silkeborg e ancora in attesa di debuttare in prima squadra, alla quale era stato aggregato per la prima volta nel dicembre 2015 da Frank de Boer. Bosz scelse entrambi, con Cassierra ala sinistra e Dolberg centrale, e fu proprio di quest’ultimo la rete del pareggio, poi fondamentale per il passaggio del turno.

Il danese non è più stato tolto dal tridente titolare, poi definitivamente delineatosi con l’arrivo in prestito dal Chelsea di Bertrand Traorè (già allenato da Bosz nel Vitesse) e la conferma a sinistra di Amin Younes, un’ala decisamente ritrovata dopo i periodi difficili in Bundesliga. Dolberg ha segnato la seconda tripletta più veloce nella storia dell’Ajax dopo Marco van Basten (37 i minuti impiegati dal primo, 22 dal secondo), ed è il terzo giocatore più giovane di sempre ad aver segnato più di 5 gol in una campagna europea dopo Romelu Lukaku e Iker Muniain. Il timbro di garanzia l’ha apposto John Steen Olsen, lo scout Ajax per i paesi nordici che segnalò giocatori quali Ibrahimovic ed Eriksen. «A 18 anni Ibra aveva più potenza fisica di Dolberg, mentre in quest’ultimo rivedo tratti della personalità di Eriksen: silenzioso, concentrato, senza grilli per la testa. L’attitudine giusta per fare strada». Ma tanto, tantissimo, il danesino lo deve al suo attuale allenatore.

Prima stagione all’Ajax: 22 reti tra tutte le competizioni

Nell’attuale rosa sono numerosi i giocatori-simbolo dello stile di Bosz, ma due in particolare meritano la citazione: Riedewald e Klaassen. Le ragioni sono opposte. Riedewald, titolare fisso con De Boer da centrale, terzino o mediano, fa la riserva con Bosz, nonostante l’allenatore lo apprezzi moltissimo. Ma alla base di un’idea forte, ci sono sempre delle scelte, talvolta dolorose. «Ha giocato molto bene quando è stato chiamato in causa», ha detto di lui Bosz, «è un centrocampista dalle grandi potenzialità, ma il mio sistema di gioco non prevede un mediano puro, quale lui è, ma un giocatore più portato alla costruzione e al passaggio verticale. Come Schone». Klaassen per contro è rimasto un pilastro determinante, l’anello di congiunzione tra il tecnico e la squadra, alla luce della ricettività tattica ma anche la capacità di agire da esempio per i compagni senza porsi su un piedistallo. Con Bosz è meno numero 10 e più interno/mezzala, ma la sostanza cambia poco. Di tutta la rosa, è il giocatore più pronto per un’esperienza all’estero, perché cresciuto secondo le modalità di una volta, passo dopo passo, anno dopo anno. Come i vari Sneijder o Van der Vaart, che hanno salutato la Eredivisie quando avevano dimostrato tutto ciò che dovevano dimostrare. Klaassen è stato talento dell’anno 2014. Giocatore dell’anno 2016, ha vinto tre titoli nazionali e a livello produttivo (gol più assist) sta vivendo la sua miglior stagione di sempre. Al campionato olandese davvero non può chiedere più niente.

AFC Ajax v R. Standard de Liege - UEFA Europa League

Il complesso sportivo che ospita il vivaio dell’Ajax si chiama De Toekomst. In olandese significa futuro e, nel nuovo millennio, mai come ora sarebbe difficile trovare un nome più appropriato. I vari Matthijs de Ligt (‘99), difensore centrale, Frenkie de Jong (‘97), mediano, Donny van de Beek (‘97), trequartista, Abdelhak Nouri (‘97), play, e il già citato Justin Kluivert (‘99), l’anno prossimo saranno tutti titolari in prima squadra (De Ligt lo è già, e ha pure debuttato in Nazionale). Ma un’idea di quanto sia fiorente il settore giovanile del club di Amsterdam arriva dalla B olandese, dove lo Jong Ajax (l’equivalente, sulla carta, alle nostre squadre Primavera) ha chiuso il campionato al 2° posto, con il miglior attacco del torneo (93 gol in 38 partite). Se il regolamento della Federcalcio oranje non lo vietasse, ai blocchi di partenza della prossima Eredivisie ci sarebbero potuti essere due Ajax.