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Il Cile non ha paura

Come ha fatto la Roja a diventare la squadra più forte di tutto il Sud America e perché, purtroppo, potrebbe non durare a lungo.

Di Alfonso Fasano

La consapevolezza è il sentimento più presente e riconoscibile nel discorso contemporaneo sulla Nazionale cilena, anche perché si percepisce all’interno e all’esterno dell’ambiente della Roja. Una ricerca su Google con la query «Chile ganar Mundial» è un viaggio tra le dichiarazioni del ct Juan Antonio Pizzi – che ha usato parole testuali dieci giorni prima dell’inizio della Confederations Cup – e i commenti di uomini di calcio con una chiara e affidabile storia personale proprio in riferimento alla Coppa del Mondo (Cafu e Camoranesi, per esempio). Dopo la vittoria della Copa América Centenario, un anno fa, il Guardian ha pubblicato un articolo dal titolo impegnativo, in cui la scelta delle parole è forte ma inevitabile: «Il Cile è la squadra più pericolosa del Sud America», dice. Il testo spiega la forza di questa squadra, traccia un ritratto delle sue caratteristiche: «Se il Brasile rispetta il teorema classico del joga bonito e l’Uruguay si definisce intorno al primato della garra, i calciatori cileni agiscono come un branco di lupi, come una squadra piuttosto che come dei cacciatori solitari. Quella che inizia come una battaglia tattica, alla fine diventa una sfida mentale. E il Cile è quasi sempre avvantaggiato nei confronti del suo avversario di turno, perché non conosce il significato della paura».

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La narrativa della Generación Dorada del calcio cileno va necessariamente scomposta, analizzata per blocchi temporali e di significato. Il momento in cui tutto cambia si colloca lungo l’estate del 2007: la Rojita Sub 20 arriva terza al Mondiale di categoria disputato in Canada, in squadra ci sono Arturo Vidal, Alexis Sánchez, Mauricio Isla, Gary Medel; pochi giorni dopo la fine del torneo, la ANFP (Asociación Nacional de Fútbol Profesional de Chile) sceglie Marcelo Bielsa come nuovo allenatore della nazionale maggiore. Harold Mayne-Nicholls, allora presidente della ANFP, ha raccontato uno dei primi incontri con il tecnico argentino: «Marcelo si è presentato al colloquio con un foglio su cui c’erano segnati 80 o 100 nomi di calciatori che avrebbero potuto indossare la maglia della Nazionale, io ne ho aggiunti altri due o tre che mancavano. Quando successivamente ha firmato il contratto, Bielsa mi ha detto che secondo lui avevamo sei o sette giocatori con la qualità giusta per compiere l’impresa di qualificarci al Mondiale».

Il racconto breve di Mayne-Nicholls è perfetto per entrare nell’infinita e suggestiva aneddotica bielsista, ma in realtà permette di leggere la crescita della Nazionale cilena sotto un altro aspetto, forse meno romantico ma più concreto. Il contributo del Loco è stato fondamentale per dare una dimensione compiuta alla Roja, una prima iniezione di consapevolezza tattica e tecnica all’intero ambiente, ma la vera forza motrice di questa trasformazione è rappresentata dal talento dei calciatori. C’è un’importante letteratura di interviste che condividono questa valutazione, che sostengono questa tesi: José Sulantay, maestro giovanile del calcio cileno e ct della Sub 20 del 2007, ha spiegato come Bielsa non sia stato altro che «l’allenatore di cui questi ragazzi così forti e così giovani avevano bisogno: erano preparati a prendersi certe responsabilità, potevano farlo e potevano farcela, io ho piantato un seme e poi Marcelo e Jorge (Sampaoli) hanno saputo raccogliere e rifinire questo lavoro»; per Arturo Vidal, il tecnico argentino «non ha cambiato la mentalità del nostro calcio, ma ha semplicemente lavorato con i migliori giocatori della storia del Cile».

Prologo: Cile-Congo 3-0, Mondiale Under 20 2007

Jorge Sampaoli, durante la partita vissuta in panchina, ha una prossemica isterica, volutamente teatrale; il suo corpo riflette l’andamento del gioco, esprime la tensione di chi vuole dimostrare che tutte le situazioni possibili su un campo da calcio possono essere gestite e interpretate secondo un’idea. Secondo la sua idea. Questo set di atteggiamenti e comportamenti è immortalato nel video che racconta il secondo grande turning point nella storia recente del fútbol cileno. Il 14 dicembre del 2011, la U de Chile (dove “U” sta per Universidad) batte per 3-0 la LDU Quito nel return match della finale di Copa Sudamericana. In occasione dei primi due gol, Sampaoli è agitato e pensieroso, urla istruzioni o cammina nervosamente, non esulta, è visibilmente concentrato, isolato nella ricerca mentale di nuove soluzioni per il suo piano partita. Dopo la terza rete si lascia andare, abbraccia i componenti del suo staff, sorride perché sa di aver riscritto la storia: è il secondo trofeo internazionale per il calcio cileno di club, prima della notte dell’elefante blanco (come viene chiamato l’Estadio Nacional di Santiago) l’ultimo e unico successo era stato quello del Colo Colo nella Copa Libertadores del 1991.

Più che sulla circostanza, è sul timing che prende forma l’incastro perfetto: Sampaoli viene nominato ct della Nazionale cilena esattamente un anno dopo il trionfo nella Sudamericana (nel frattempo vince il terzo titolo nazionale di fila), e può integrare i migliori giocatori dell’Universidad nel tessuto su cui hanno lavorato Sulantay e Bielsa, quello della Generación Dorada. Gran parte di quel gruppo, intanto, ha colonizzato il calcio europeo. In vista di Brasile 2014, Sampaoli si presenta con una convocadoria dell’età media di 27,5 anni, e 14 dei suoi 23 uomini giocano tra Italia, Spagna, Inghilterra, Olanda, Svizzera e Svezia. Il Cile è una macchina da calcio con un’identità tattica precisa, radicata, costruita e perfezionata nel tempo, è una squadra consapevole dei propri punti di forza e ricca di talento. In un articolo pubblicato dal New York Times dopo la sconfitta ai rigori contro il Brasile, agli ottavi di finale, si legge che la Roja ha rappresentato «una delle espressioni di gioco più dinamiche e piacevoli del Mondiale, e ha messo in seria difficoltà i padroni di casa».

La Roja ai Mondiali 2014, un montaggio emotivo

La progettualità della Generación Dorada è dunque decisamente episodica, segue un percorso inverso rispetto alla costruzione convenzionale e contemporanea di un movimento calcistico competitivo a lungo termine, di una nazionale potenzialmente vincente: se i programmi federali di Germania e Francia, ad esempio, sono fondati sullo sviluppo didattico del talento e sulla formazione continua, armonica e centralizzata di tecnici o giocatori, il Cile ha fabbricato un ciclo di vittorie su una base di riferimento costante, sulla forza assoluta e riconosciuta di un preciso e ristretto gruppo di calciatori. Che, nonostante i cambi in panchina, ha saputo rappresentare un sistema di concetti e significati che vanno al di là della dimensione tattica e riscrivono le gerarchie del gioco. Un articolo pubblicato da SB Nation al termine della Copa América Centenario descrive questo modello interpretando il successo in finale contro l’Argentina: «La vittoria del Sudamericano, il secondo in due anni, è servita ai giocatori del Cile come convalida per il loro lungo viaggio dal deserto dell’irrilevanza calcistica, per la loro controcultura dell’identità, per la lunga attesa, per la convinzione e la pazienza necessarie per ottenere una grande ricompensa dopo anni di lavoro. La Roja ha battuto l’Argentina, probabilmente una delle squadre più forti del mondo, nel modo che meglio rappresenta la sua storia recente: coprendo ogni filo d’erba, pressando tutti gli avversari, combattendo su ogni pallone. La squadra di Bielsa e di Sampaoli è ora la squadra di Pizzi, Medel, Vidal, Beausejour e Claudio Bravo hanno battuto per la prima volta l’Argentina nel 2008 e ora hanno vinto la seconda Copa América di fila; proprio loro, otto anni fa hanno conquistato una vittoria che ha cambiato la loro vita e ora alzano al cielo un trofeo meritato. È il trionfo del talento, mescolato con un livello di sacrificio che rasenta il masochismo».

Tra i convocati di Sampaoli per il Sudamericano 2015 e la lista di giocatori scelti da Pizzi per la Confederations Cup 2017, le differenze sono minime, e marginali. Nove giocatori in tutto, ma il rinnovamento si annulla confrontando le formazioni titolari delle finali contro Argentina e Germania: due sole sostituzioni, Gonzalo Jara per Francisco Silva e Pablo Hernández al posto del Mago Valdivia. «I giocatori sono la costante narrativa del Cile più bello di sempre», scrive These Football Times in una lunga e articolata ricostruzione storica della Generación Dorada. È la conseguenza pratica delle dinamiche che abbiamo descritto in questa analisi, che in realtà è ancora più dilatata nel tempo: il roster di Bielsa al Mondiale sudafricano del 2010 era il quinto più giovane dell’intero torneo (età media 25,9), ancora oggi la Roja si fonda sullo stesso gruppo di titolari.

Tutti i gol del Cile alla Copa América Centenario

La continuità costituisce la forza del Cile di oggi, alimenta hype e aspettative che potrebbero essere però disattese dal Cile di domani. L’unicità di questo ciclo e il legame centrale e indissolubile con i calciatori che lo rappresentano sono confermate dalle difficoltà strutturali del movimento, i risultati delle Nazionali giovanili e dei club sono lontanissimi dai successi della Roja maggiore. La Sub 20, per esempio, ha messo insieme appena due punti nel Sudamericano 2017 e ha saltato le ultime due Coppe del Mondo di categoria; la squadra che ha giocato l’edizione del 2013 ha prodotto un solo calciatore in grado di entrare stabilmente nelle convocadorie di Sampaoli e Pizzi (Angelo Henríquez, 23enne oggi alla Dinamo Zagabria). I club sono stati inghiottiti dalla profonda crisi che ha colpito il campionato: un articolo pubblicato da Diario Chile spiega che il problema «è di ordine culturale ed economico, le squadre della Primera División non hanno saputo investire in maniera intelligente i fondi di Canal del Fútbol (concessionaria dei diritti tv di tutti i tornei nazionali) e le competizioni locali non sono pianificate in modo da garantire lo sviluppo domestico dei giocatori più promettenti».

Le premesse per il futuro non sembrano molto differenti: nonostante il Cile sia il primo Paese del Sudamerica per pil pro capite e per indice di sviluppo umano, la politica del calcio non è riuscita a creare prospettive di crescita organica del movimento. «Il fútbol cileno non attira, non intrattiene, non diverte, ma si limita a sopravvivere», si legge su MondoFutbol. «I miracoli della Roja e della U de Chile assomigliano a oasi nel deserto, a opere d’arte che restano isolate all’interno di un quadro desolante e, apparentemente, senza futuro». La doppia anima del modello di governo contribuisce ad alimentare le polemiche e a rendere incerta la situazione: la Anfp coordina contemporaneamente l’attività dei club, della Nazionale e i piani di sviluppo per i giovani, ma è solo una costola della Ffch – la Federazione cilena affiliata alla Conmebol. I conflitti di attribuzione tra le due istituzioni sono spiegati in un’analisi pubblicata da Prensa Fútbol: «La Anfp gestisce i flussi di denaro verso club e Nazionali, diversamente da quanto avviene nel resto dei paesi calcisticamente evoluti, in cui le federazioni sono responsabili delle rappresentative e i club sono invece affiliati a una Lega indipendente ma soggetta allo statuto federale. In sistemi di questo tipo, i club non richiedono risorse all’organo che finanzia anche la nazionale; in Cile, invece, il fondo dei contributi è unico, e in questo modo gli equilibri sono completamente diversi, soprattutto a livello dirigenziale».

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Il Mondiale in Russia è vicino, e rappresenta un’occasione irripetibile per il Cile: la Roja ha un organico, un impianto di gioco e una portata narrativa che permettono di inserirla nella lista dei contender per il titolo. Il torneo iridato, per pure ragioni anagrafiche, potrebbe essere però l’ultima manifestazione ad altissimo livello per molti giocatori della Generación Dorada. La stagnazione del movimento cileno – oltre i risultati della Nazionale – è una sensazione sotterranea, eppure presente. Probabilmente, la coscienza intorno alla forza di questa squadra ha una dimensione limitata nel tempo, forse poco ottimista ma abbastanza aderente con la realtà. Nella stessa intervista in cui ha dichiarato che la sua squadra può vincere il Mondiale, il commissario tecnico Juan Antonio Pizzi ha spiegato: «Viviamo una situazione particolare: Medel, per esempio, offre sempre un rendimento eccezionale, ma i calciatori che potrebbero sostituirlo accusano un divario significativo dal punto di vista della qualità. Questa è una condizione comune ad altri ruoli della squadra». Ora o mai più, forse, per la Roja: la prossima Coppa del Mondo è un’opportunità che difficilmente potrà ripresentarsi. La consapevolezza intorno a questa squadra parte essenzialmente da qui. E abita in Cile, primariamente. Proprio e soprattutto in Cile.