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L’erede di Ibra

Romelu Lukaku è il nuovo numero nove del Manchester United, ma rispetto allo svedese è un giocatore completamente diverso.

Di Claudio Pellecchia

Dopo quattro stagioni con l’Everton, per Romelu Lukaku è arrivato il momento del salto di qualità: dalla prossima stagione, sarà il numero 9 del Manchester United. Con un’eredità pesante da raccogliere: quella di Zlatan Ibrahimovic, in un confronto che va analizzato andando al di là del dato anagrafico (parliamo di un classe 1993 diventato, con Michael Owen, Robbie Fowler e Wayne Rooney, uno dei pochi giocatori ad aver tagliato il traguardo delle 80 reti in Premier prima dei 24 anni) e di quello statistico: da questo punto di vista, infatti, Lukaku oltre a cinque gol in più, può far valere una maggiore varietà di soluzioni (oltre il 50% delle realizzazioni arriva con una parte del corpo diversa dal piede forte, con sette gol di destro e sei di testa: per lo svedese, invece, siamo poco sotto il 45%) il 72% di conversion rate (mentre, ad inizio stagione, Ibra risultava essere il giocatore ad aver fallito il più alto numero di big chance in Premier League), il 64% di shot accuracy (contro il 55) e le 46 occasioni create (sei assist e 40 passaggi chiave). Eppure statistiche a parte, le perplessità legate all’avvicendamento tra i due sono molteplici e giustificate.

Partiamo dalla caratteristica principale per giudicare un centravanti, vale a dire il “peso” delle singole reti al di là del mero dato quantitativo: in un campionato tendenzialmente equilibrato come la Premier, un gol ogni 622 minuti contro le prime sei della classifica (per un totale di tre contro Manchester City – andata e ritorno – e Tottenham) rappresenta una criticità evidente, oltre a non costituire un significativo upgrade rispetto a quanto garantito da Ibrahimovic che, da questo punto di vista, fa addirittura peggio: appena due reti (contro City e Liverpool) al cospetto delle prime della classe.

Il 2016/17 di Lukaku

A far riflettere, inoltre, è anche il comportamento all’interno di un contesto di squadra: al netto del già menzionato dato relativo alle occasioni create, Lukaku si è dimostrato un giocatore ancora troppo istintivo e molto poco associativo (tra i primi 10 marcatori della Premier, è quello che tocca meno palloni nella trequarti offensiva: poco meno di 16 volte a partita), con un decision making da affinare notevolmente in relazione a spazi e tempi della singola giocata e con movimenti non sempre adeguati a quanto proposto dalla difesa avversaria: non è raro, infatti, vedergli dettare il passaggio in profondità alle spalle del diretto marcatore (con la pericolosa tendenza ad allargarsi sull’esterno piuttosto che puntare deciso verso la porta) pur non potendo disporre di sufficienti metri di campo da attaccare con la sua progressione palla al piede.

Non certo l’ideale in un sistema, come quello mourinhano, basato sulla perfetta osservanza di determinati automatismi di squadra, costruiti sul principio del read and react e delle contromisure da adottare in ogni singola situazione. Probabilmente la migliore fotografia della situazione è quella di Jamie Carragher: «A mio modo di vedere, la sua più grande pecca è il non riuscire a incidere quando non segna. I grandi attaccanti non si limitano a segnare ma migliorano e influenzano anche i compagni. Lukaku ha sicuramente le potenzialità per diventare un giocatore di livello mondiale ma deve migliorare questo aspetto del suo gioco». Ponendosi, quindi, in un’ideale continuità con quanto scritto da Alfonso Fasano su Rivista Undici poco più di un anno fa: «Evidentemente, Lukaku è uno che preferisce fare le cose partendo dal basso, che vuole essere protagonista unico piuttosto che sfruttare un treno che correrebbe anche senza di lui».

Le due heatmap sono relative alle migliori prestazioni stagionali di Ibrahimovic (a destra, contro il WBA: doppietta nello 0-2 finale) e Lukaku (a sinistra, contro il Bournemouth: poker nel successo per 6-3): salta immediatamente all’occhio la maggiore propensione dello svedese a giocare a tutto campo e a facilitare alla sua squadra la risalita del campo. Il belga, invece, tende ad agire maggiormente nell’ultimo terzo del terreno di gioco, seppur con un minor numero di tocchi all’interno dell’area di rigore: rispetto agli altri cannonieri della Premier, infatti, è quello che tira meno (costantemente sotto le tre conclusioni a partita)   

In fase di non possesso, poi, le difficoltà di Lukaku finiscono con l’accentuarsi: tra i giocatori che in Premier hanno disputato almeno 1000 minuti in stagione, il belga è quello ad aver corso di meno in assoluto (8.84 km coperti in ogni partita: gli altri giocatori superano costantemente i 9 km), con appena 44 scatti ogni 90’, risultando quarantaduesimo su 48 attaccanti inclusi nella speciale classifica. Dal punto di vista delle azioni difensive, poi, non c’è confronto: nelle ultime tre stagioni Lukaku ha a referto appena un tackle e 33 intercetti contro, rispettivamente, i sei e 11 di Ibra nello sola ultima stagione. E, anche fisicamente, a dispetto della stazza (1.90 per 94 kg), i numeri sono impietosi: il 2016/2017 in maglia Toffee lo ha visto prevalere in appena il 41% dei contrasti aerei effettuati (poco sotto i quattro sui 9.5 effettuati a partita: Ibrahimovic, invece, ha prevalso nel 51% dei duelli di testa sostenuti contro i diretti marcatori), oltre a palesare una cronica incapacità a far salire la squadra proteggendo il pallone, giocando di sponda (65% di pass accuracy rispetto al 75 dello svedese) e/o muovendosi tra le linee per liberare spazio agli inserimenti dei compagni.

Protezione del pallone spalle alla porta, lettura del movimento del compagno che si inserisce nello spazio alle sue palle, passaggio (anche di prima) con i giri giusti nel corridoio in verticale: fondamentali in cui Lukaku deve ancora migliorare molto, anche a causa di un primo controllo spesso rivedibile

Diverse, invece, le prospettive in fase di transizione, altra caratteristica peculiare delle squadre di Mourinho che tendono a farsi attaccare per crearsi sufficiente spazio da attaccare in verticale dopo il recupero palla: con tanti metri di campo davanti, Lukaku diventa praticamente inarrestabile, sia conducendo l’azione in prima persona grazie alla progressione e alla prorompente fisicità, sia facendosi trovare pronto per il tocco decisivo dopo che gli esterni hanno provveduto a creare la superiorità numerica, risalendo il campo lungo le linee laterali. Questa versione di terminale offensivo del 4-2-3-1, quindi, è certamente quella più adatta alle caratteristiche di base del belga.

Nel gol contro il Leicester c’è il meglio del Lukaku centravanti che si sposa con le caratteristiche di base di una squadra di Mourinho: capacità di tenmere fisicamente contro il diretto avversario sull’allungo, buona capacità nell’uno contro uno (67% di dribbling riusciti in campionato), lucidità al momento della conclusione a rete

Al netto di tutto questo, comunque, appare evidente come l’inserimento di Lukaku nei set offensivi dei Red Devils debba passare, necessariamente, da una rimodulazione delle sue caratteristiche in relazione a quanto gli verrà richiesto da José Mourinho. Anzi, dovrà essere proprio l’allenatore a dover lavorare duramente per sgrezzare definitivamente un talento ancora acerbo a dispetto della continuità realizzativa, affinandone i movimenti senza palla, insegnandogli a ragionare all’interno di una logica di squadra, migliorandone la base tecnica e la multidimensionalità e la rapidità d’esecuzione in area di rigore (il belga è un giocatore letale fronte alla porta ma che risulta depotenziato se spinto a forzare una conclusione con un angolo più complesso). Soprattutto dopo aver riallacciato i rapporti con il portoghese: «Alcune persone diranno che dovrò provare di nuovo a convincerlo, ma non è questo il punto. Tre anni fa ero un ventenne e non ero ancora pronto ad essere decisivo in un top team. La pagina è stata voltata da entrambi».