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Cannibal Messi

Neymar è solo l'ultima vittima della fame accentratrice dell'argentino: da Ronaldinho ad Alexis Sánchez, passando per Villa e Ibrahimovic.

Di Antonio Moschella

Il giardino del re è un luogo privato e riservato, dove gli altri possono sì banchettare se invitati ma non hanno diritto di fare ombra a chi comanda. Quello del Barcellona non fa eccezione. Dall’estate del 2008, quando il rivoluzionario Guardiola decise di spodestare a mo’ di colpo di stato l’eccessiva allegria di Ronaldinho per incoronare l’asettico e robotico Messi, puntando sul potenziale e sulla giovane età di quest’ultimo, nessuno è riuscito a scalfire l’autorità dell’argentino in mezzo al campo. Seppur apparentemente privo di carisma da trascinatore, la Pulce ha collezionato record a suon di gol e prestazioni esaltanti, divorando tutto ciò che si parava tra lui e la gloria, ivi compresi i compagni di reparto. E Neymar Jr, con il quale sembrava esistesse una relazione idilliaca, non ha fatto eccezione. Non c’è da stupirsi, infatti, che le voci sull’addio del brasiliano si siano diffuse pochi giorni dopo il rinnovo dell’argentino con il Barça. L’ex Santos è l’ultima delle “vittime” della fame cannibalesca dell’argentino, che forse senza volerlo ha fatto terra bruciata intorno a lui.

In principio fu Ronaldinho, che Guardiola vedeva come un esempio pernicioso per Messi, al quale, giustamente, si affidò totalmente nel suo progetto basato sì sul possesso palla ma soprattutto sull’estro e sulla concretezza negli ultimi venti metri. Il tecnico catalano aveva dato il foglio di via anche a Samuel Eto’o, ma il camerunese riuscì a tenersi stretto il numero 9 nella prima stagione del Pep team, quella dell’irripetibile sextete, qualcosa che nessun’altra squadra è più riuscita a ripetere in seguito.

BARCELONA, SPAIN - DECEMBER 20: FIFA World player of the year winner Ronaldinho, the Gillette Best Young Player Award Leo Messi, and third place FIFA World player of the year Samuel Etoo pose with their trophies before La Liga match between FC Barcelona and Celta, at the Camp Nou stadium December 20, 2005 in Barcelona, Spain. (Photo by Luis Bagu/Getty Images)

La rabbia di Eto’o, comunque più disciplinato di Ronaldinho negli allenamenti e nello stile di vita, permise a Guardiola di creare una macchina vincente che venne invece in qualche modo inceppata dall’arrivo di Zlatan Ibrahimovic, richiesto espressamente dal tecnico e rivelatosi a posteriori l’affare meno redditizio del club catalano. E non per una questione economica, quanto soprattutto per un’incompatibilità tattica con Messi, che vedeva nello svedese un ostacolo verso le sue sortite verso la porta. Se, infatti, Eto’o si muoveva per tutto il fronte d’attacco, creando continui spazi per gli inserimenti del numero 10, Ibra era una presenza troppo invasiva nel cuore dell’area avversaria, con i suoi frequenti tentativi di catalizzare l’azione offensiva chiedendo la palla sui piedi e non in profondità. E così, dopo una manifestazione di malcontento da parte dell’argentino, arrivata a Pep sotto forma di un sms – che recitava «vedo che non sono più così importante», in riferimento all’ingombrante posizione di Ibrahimovic –, il tecnico di Santpedor decise di accontentare il suo pupillo. Non a caso la parte finale della stagione 2009/10, resa amara dall’eliminazione contro l’Inter in semifinale di Champions League, vide in Bojan Krkic il salvatore del Barça. Il canterano prese il posto di Ibra al centro dell’attacco e, oltre a togliere un peso (in tutti i sensi) a Messi, fu decisivo nel rush finale della Liga, mettendo a segno 7 gol nelle ultime undici partite, le ultime quattro delle quali giocate da titolare a discapito di Zlatan.

Barcelona's Argentinian forward Lionel Messi (L) is congratuled by his teammate Swedish forward Zlatan Ibrahimovic (R) after scoring during the UEFA Champions League football match between Barcelona and Dynamo Kiev at the Camp Nou stadium in Barcelona on September 29, 2009. AFP PHOTO/JOSEP LAGO (Photo credit should read JOSEP LAGO/AFP/Getty Images)

Dopo Ibra, praticamente svenduto al Milan in un paradossale affarone sia dal punto di vista economico sia per quanto avrebbe poi rese alla lunga, toccò a David Villa, il quale fu subito avvertito che, nonostante il suo status di miglior cannoniere del Mondiale sudafricano e miglior marcatore di sempre della Nazionale spagnola, non poteva rivaleggiare con l’argentino. A livello statistico, Messi mise a referto le sue migliori performance realizzative, con Villa alla sua sinistra, arrivando ad autografare il record di gol segnati in un anno solare (91), superando perfino un centravanti che viveva del gol come Gerd Müller. Ma la relazione con lo spagnolo non decollò mai del tutto, come dimostrato da varie reazioni stizzite di Messi in seguito ad azioni troppo individuali di Villa, mentre sulle fasce Pedro e le scommesse Tello e Cuenca facevano, silenti, il loro dovere, consapevoli di dover giocare per l’argentino, che per un momento fu l’unico calciatore in doppia cifra insieme a Cesc Fabregas, a volte usato anch’egli nel ruolo di falso nueve.

Anche Alexis Sánchez, nel suo salto con l’asta dall’Udinese al Barça, fu in qualche modo svantaggiato dalla totale libertà data a Messi. Al cileno Guardiola chiedeva di sacrificarsi andando avanti e indietro sulla corsia sinistra, privandolo dunque di quella imprevedibilità che all’Udinese prima e all’Arsenal dopo lo ha reso una delle seconde punte più devastanti in circolazione. Il paradosso di quegli anni a cavallo tra le estati 2011 e 2013 fu che gli elementi dal maggior talento rendevano meno di quanto potessero, mentre elementi più disciplinati come Pedro, Tello e Cuenca giocavano, molto e bene, al servizio di Messi – con gli ultimi due che dopo l’addio di Guardiola sono usciti dai radar del calcio d’élite.

Barcelona's Chiliean forward Alexis Sanchez (R) celebrates with Barcelona's Argentinian forward Lionel Messi (L) after scoring against Malaga during their Spanish League football match, on January 22, 2012 at La Rosaleda stadium in Malaga. Barcelona won 1-4.AFP PHOTO / CRISTINA QUICLER (Photo credit should read CRISTINA QUICLER/AFP/Getty Images)

Nel giugno 2013, insieme a Gerardo Martino, arrivato per sublimare l’accordo tra Afa e Barcellona col fine prendersi cura del bene comune rappresentato dal numero 10 prima del Mondiale brasiliano, arrivò anche Neymar Jr., che a 21 anni avrebbe tranquillamente fatto da apprendista di Messi. In quel momento Johan Cruijff, la voce più saggia ed emblematica del Barça, presentì che la situazione sarebbe finita male. La stagione si concluse con solamente la vittoria della Supercoppa spagnola, con gol decisivo del brasiliano, e la dirigenza sentì la necessità di dare al Barça una nuova guida e, soprattutto, un centravanti vero e proprio, il che li indusse a ingaggiare Luis Suárez, con conseguente spostamento di Messi sull’out destro, dove aveva sempre giocato in precedenza. Una soluzione ideale per chi aveva già placato le sue voglie di gol e iniziava a spiccare come un sopraffino rifinitore o regista avanzato.

La formazione della Msn, probabilmente il tridente più devastante e prolifico di sempre, permise a Luis Enrique di vincere il triplete nella stagione 2014/15. Una foto dopo un gol all’Atlético Madrid immortalava la connessione perfetta tra un brasiliano, un uruguayano e un argentino, qualcosa di unico nella storia del calcio. I tre entravano insieme all’allenamento e in partita parlavano la stessa lingua, riuscendo spesso anche a dividersi le responsabilità a seconda dei momenti di forma di ognuno, ma fuori dal campo il brasiliano viveva in modo più leggero e fluttuante rispetto a due padri di famiglia che condividono anche l’accento rioplatense, la passione per il mate, e vanno in vacanza insieme. Il brasiliano, invece, di cinque anni più giovane, è in un’altra fase della vita, più spensierata, più altalenante, ed è anche in un’altra fase della carriera, dove può ancora giocarsi delle carte e allontanarsi da quella zona di comfort nella quale sguazzava. Dopo quattro anni all’ombra di Messi, ecco dunque che colui che è chiamato a risollevare le sorti del Brasile cerca un altro scenario dove essere finalmente leader, a undici mesi dal Mondiale di Russia, quello della maturità.

Barcelona's Argentinian forward Lionel Messi, Barcelona's Brazilian forward Neymar da Silva Santos Junior and Barcelona's Uruguayan forward Luis Suarez celebrate during the Spanish league football match FC Barcelona vs Club Atletico de Madrid at the Camp Nou stadium in Barcelona on January 11, 2015. AFP PHOTO/ LLUIS GENE (Photo credit should read LLUIS GENE/AFP/Getty Images)

E così, dopo l’ennesimo rinnovo di Messi col Barça a fine giugno scorso, Neymar ha probabilmente compreso che se vuole essere il crack per eccellenza della sua squadra deve smetterla di frequentare il giardino del Re, nonostante esso implichi competere in un campionato meno attraente e comporti vivere lontano da spiaggia e sole perenne. L’assenza di amici come Dani Alves e Adriano, con i quali faceva da Dj nello spogliatoio fino a due stagioni fa, hanno facilitato il suo addio a Barcellona, il suo ponte verso la gloria europea. In cerca della gloria personale, e guidato dall’ambizione, O Ney ha preferito guardare avanti e pensare a se stesso, vittima anch’egli, in qualche modo, dello strapotere di Lionel Messi, la cui aura è ormai per i fan del Barça importante quanto quella del club stesso, come dimostra una foto gigante che campeggia al di fuori del Campo Nou: in quella instantanea si vede l’argentino alzare il pugno in segno di vittoria, in mezzo alla folla festante dei tifosi, dopo la remuntada contro il Psg, nella quale il protagonista era stato proprio Neymar. E chissà che il brasiliano non si sia accorto proprio in quel momento, e contro la sua futura squadra, che fino a quando a governare l’universo blaugrana ci sarà il Re Sole, nessun altro pianeta potrà eclissarlo.

 

Immagini Getty Images