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Quattro assistman poco noti

Forsberg, Wijnaldum, Sanson, Correa: un'importanza, negli ultimi metri di campo, spesso sottovalutata.

Di Simone Torricini

Se pensiamo a una delle più recenti sorprese del panorama internazionale, il RB Lipsia di Hasenhüttl che ha concluso al secondo posto la scorsa edizione della Bundesliga, i nomi più noti sono quelli di Timo Werner, capocannoniere della squadra, o di Naby Keita, centrocampista tuttofare che Klopp vorrebbe per il suo Liverpool. Di Emil Forsberg, che nella scorsa stagione ha messo insieme 19 assist (e infatti è stato votato come miglior esterno del campionato), si parla invece molto meno di quanto il suo apporto al rendimento della squadra lascerebbe ragionevolmente pensare. Certo non è uno sconosciuto, ma concettualmente il punto-chiave della questione è lo stesso. Ed è un discorso che potremmo allargare ad orizzonti più ampi senza pericolo: nel Liverpool, ad esempio, i 9 assist nel 2016/17 di Wijnaldum sono passati inosservati se raffrontati alle prestazioni di Mané o Coutinho. Per non parlare di Morgan Sanson, che tra Montpellier e Marsiglia ne ha messi insieme 14 segnando il best-score dell’intera Ligue 1, ma che è comunque meno chiacchierato di Payet e Thauvin. Chi magari sta nell’ombra un po’ più giustamente è Ángel Correa: nell’Atlético non è ancora riuscito a ritagliarsi uno spazio consolidato, ma in compenso ha saputo garantire una buona dose di incisività entrando a partita in corso. E in ogni caso nessuno tra i colchoneros ha raggiunto i suoi 11 passaggi vincenti nella scorsa stagione. Abbiamo voluto prendere in analisi lo stile di assist di ciascuno di questi quattro assistman sottovalutati, per comprenderne l’influenza effettiva e distinguerne i tratti più caratteristici.

Emil Forsberg

La predisposizione all’assist, e quindi un ottimo livello di sviluppo delle qualità associative nel background individuale di ciascun giocatore, costituisce naturalmente la base per tradurre nel massimo profitto la propria giocata. E a tal proposito, pensiamo a quanto sia simbolico un giocatore che dopo aver realizzato 17 assist sostiene, durante un’intervista, che «sì, sto avendo una buona stagione, ma non sono soddisfatto; lo sarei forse con 32 assist [ride, ndr]. Tutto questo per me non è affatto abbastanza buono».

 

Il miglior assistman della scorsa Bundesliga è un giocatore tatticamente già maturo (compirà 26 anni ad ottobre), anche se ha impiegato qualche anno più del previsto per salire su palscoscenici di rilievo. Nel 4-2-2-2 di Hasenhüttl gioca come trequartista di sinistra e, nonostante la tendenza a svariare più o meno su tutto il fronte della trequarti, la zona di campo ricoperta con più costanza resta quella mancina. La sovrapposizione delle sue scelte posizionali (movimenti sulla propria corsia, ma anche tagli verso quella opposta) ha come risultato il fatto che la maggior parte degli assist serviti ai compagni trovino origine, mediamente, nella fascia centrale del campo. Forsberg è un giocatore dalle qualità cerebrali molto evolute che lo rendono accostabile a molti dei maestri nell’arte dell’assist, ma il suo stile è talmente definito che risulta difficile trovarne anche un accenno di alter-ego. Ha una buona velocità di base e combina sufficientemente rapidità nel breve ad efficienza in allungo; è fisicamente piazzato (179cm di altezza per 78kg di peso), caratteristica che gli consente di resistere dignitosamente alla pressione dei centrocampisti avversari. Ne consegue che i suoi passaggi vincenti non risentono, almeno solitamente, della difficoltà cui è sottoposto nella fase preparatoria (banalmente: un tentativo di contrasto avversario).

Tra i quattro giocatori selezionati è indubbiamente il più offensivo, e lo dimostrano sia la sua heatmap che il grafico qui sotto di Football Radars dove sono indicate le sue peculiarità: dribbling (2,2 a partita), ma soprattutto passaggi chiave e appunto assist. Inoltre, ulteriore testimonianza della consistenza del suo apporto alla fase offensiva, durante la scorsa stagione ha creato ben 94 occasioni da rete: quasi quanto quelle di Wijnaldum, Sanson e Correa sommate assieme. E ciò che più stupisce è il fatto che non siano gli altri poco creativi, quanto lui ad un livello di inventiva nettamente sopra la media; lo stesso Neymar, tanto per fare un nome, non ha raggiunto le 90 chances create nell’ultima annata. Ciò deriva in gran parte dalla efficacia con cui riesce a leggere i movimenti degli altri giocatori in campo, oltre che da caratteristiche secondarie come una dote intrinseca di fantasia e di propensione al rischio. In generale non gioca molti palloni (appena 28/gara in media), ma visto il contesto ultra-cinetico che lo circonda è un dato ampiamente sorvolabile: gli stessi Werner e Sabitzer, che con lui costituiscono gran parte del reparto avanzato del Lipsia, hanno mostrato questa tendenza nell’arco della scorsa stagione. Di contro non è neppure particolarmente preciso (anzi), e per quanto la distanza media dei suoi passaggi sia la più alta tra i nostri assistman la pass accuracy è un fondamentale su cui dovrà sicuramente lavorare per fare un ulteriore salto di qualità nei prossimi anni.

 

Georginio Wijnaldum

Pur avendo svariati tratti comuni a livello tecnico con Forsberg, l’olandese ex Newcastle si presenta in modo piuttosto differente sul piano tattico, e per conseguenza i compiti che gli sono affidati lo sono altrettanto. Dando continuità al processo evolutivo che iniziò ad accelerare quando giocava con la maglia dei Magpies, Wijnaldum ha incrementato il proprio indice di versatilità imparando ad occupare con lo stesso profitto più zone di campo, e oggi Klopp può contare su uno dei centrocampisti offensivi più completi della Premier League.

E proprio sul livello di versatilità compare la prima differenza strutturale con Forsberg, che in carriera ha sempre giocato in una posizione più avanzata e con pochi compiti difensivi. La heatmap di Wijnaldum ci mostra invece come il Liverpool lo abbia portato ad essere schierato in posizioni più arretrate (quella della mezzala), che aveva sperimentato soltanto in un contesto di netta superiorità (al Psv) o in una squadra che non funzionava un granché (il Newcastle 2015/16). In sostanza l’olandese è molto più nel vivo del gioco del collega, e i numeri sui passaggi effettuati lo evidenziano in modo chiaro: 40/gara contro appena 21. Questo aspetto influisce anche sul tipo di assist più frequente per Wijnaldum, che raramente consiste in un passaggio lungo; bensì sono molto più frequenti scambi nel breve con compagni come Coutinho, Mané o Lallana, tutti mediamente molto associativi. In tre dei primi quattro assist presenti all’interno del video su Forsberg ci sono una proposizione laterale di un esterno (Sabitzer) e due inserimenti centrali di un attaccante (Poulsen e Werner), tutti serviti con un passaggio filtrante. Ed è accaduto spesso nel corso dell’anno. Nei nove stagionali di Wijanldum, invece, appena tre presentano una dinamica simile. Aspetto interessante è anche la differenza relativa alla centralità dell’assist nel gioco dei due: 40% per Forsberg, appena 14% per il più equilibrato Wijnaldum, secondo WyScout.

 

A differenza dello svedese il 5 di Klopp dà la sensazione di soffrire maggiormente il contatto fisico, nonostante le loro qualità in questo senso non siano poi così diverse. Anche per sopperire a questa debolezza è probabile che sia stato portato a sviluppare un senso del dribbling efficace, che non prevede movimenti volti alla bellezza estetica (parliamo pur sempre della Premier League) ma ha come obiettivo semplicemente la liberazione del campo visivo. In questo fondamentale Wijnaldum è un vero e proprio maestro: riesce a muovere il corpo in modo ingannevole, un po’ à la Coutinho, e grazie a questa abilità è in grado di creare occasioni per i compagni anche dall’interno dell’area di rigore. Per lo stesso fine può contare anche su una discreta visione periferica, abbinata ad un livello altrettanto positivo in termini di decision making: in un assist in particolare all’interno del video (quello contro lo Swansea) è evidente questo suo plusvalore. Ha chiuso la scorsa stagione con 34 passaggi chiave e 43 occasioni create, numeri che – per quanto possano valere, viste le situazioni tattiche difficilmente paragonabili – lo mettono al di sotto di Forsberg ma anche al di sopra di Sanson e Correa come valori assoluti.

Morgan Sanson

Trasferitosi a Marsiglia via Montpellier per dieci milioni di euro ad inizio anno, il classe ’94 è uno dei centrocampisti emergenti più interessanti della Ligue 1. Non ha molto in comune né con Forsberg né con Wijnaldum: entrambi gli assistman di cui abbiamo parlato fino ad ora mostrano caratteristiche molto più offensive rispetto a lui, che pur nascendo come esterno d’attacco ha gradualmente perso la tendenza spiccata ad agire nei pressi della porta. La sua evoluzione tattica, in ogni caso, ne ha favorito e ne sta tutt’ora favorendo evidentemente l’affermazione.

 

Durante la stagione 2016/17 Sanson ha giocato 37 gare su 38, restando seduto in panchina per un affaticamento muscolare in una sola occasione (la sconfitta per 5-1 del suo Marsiglia contro il Psg), e sin dal suo arrivo a gennaio si è inserito stabilmente nell’undici titolare di Garcia mostrando le proprie attitudini moderne con continuità ed efficacia. E non solo: al termine dell’annata è risultato addirittura l’assistman più prolifico dell’intero campionato, mettendo a referto 14 passaggi vincenti nelle vesti di mezzala sinistra del 4-3-3 dell’ex tecnico giallorosso. Come chiarificano i grafici posizionali delle sue gare, Sanson sfrutta le sue qualità atletiche e aerobiche per coprire porzioni di campo ampiamente superiori alla media (in particolare quando la squadra è a trazione offensiva); ne deriva che i suoi assist, spesso difficili da prevedere, provengono da zone abbastanza diverse – prevalentemente dalla parte sinistra del campo. Il suo livello di creatività è notevole per essere un centrocampista votato alla doppia fase, ma la sensazione è che dipenda per gran parte dal modo in cui si approccia alla gara: obiettivo che è sempre bene porsi, ma nel suo caso in particolare, sarà la ricerca della continuità. Il suo è fra l’altro uno stile di gioco molto comunicativo, e denota la spiccata personalità che per certi versi ricorda quella che ci aspettiamo dal centrocampista del futuro ideale.

 

Non è esattamente un dribblomane, anche se alcune remore del passato sulle fasce del campo si intravedono. Uno dei pochi termini di paragone che trova riscontro tra lui, Forsberg e Wijnaldum, sta in un dribbling piuttosto essenziale, slegato dalla ricerca estetica. La differenza sostanziale sta però nell’utilizzo del fisico, che il francese ha coltivato meglio degli altri nonostante i numeri siano molto simili (è alto un metro e ottanta e pesa 72kg). A tal proposito può capitare di vederlo uscire vincente da un contrasto prima di trovare il passaggio chiave per il compagno, similmente a quanto è solito fare Forsberg ma con una prestanza fisica esponenzialmente superiore. L’imprevedibilità dell’assist di Sanson sta soprattutto nel fatto che sa giocare indifferentemente con il destro e con il sinistro, qualità alla quale abbina un’altra caratteristica che per le retroguardie avversarie può risultare assai fastidiosa: la capacità di servire i compagni sia con dei simil-cross a tagliare l’area che con rapidi filtranti rasoterra.

Ángel Correa

L’esperienza di Correa con la maglia dell’Atlético non è stata sin qui particolarmente esaltante. L’argentino, che a marzo ha compiuto 22 anni, non è mai riuscito a convincere Simeone a ritagliargli un ruolo da protagonista, quindi l’immagine che abbiamo di lui è basata su circostanze ad interim (o almeno: la speranza è che lo siano). Nonostante ciò, in due anni in Spagna ha collezionato 83 presenze in tutte le competizioni: segno che il Cholo, anche se soltanto parzialmente, qualcosa ci ha visto e ci vede.

È un giocatore rapido, ma non eccelle particolarmente nel dribbling puro; tende piuttosto a bruciare gli avversari nei cinque-dieci metri dello scatto, per poi tenerseli dietro e servire il compagno poco dopo aver concluso la giocata. Il fisico minuto (173cm per 69kg) lo penalizza parzialmente, e lo porta a partire da lontano: anche per questo nel 4-4-2 dell’Atlético gioca praticamente sempre come seconda punta, tendenzialmente decentrato sulla destra. Il tratto distintivo dell’assist di Correa è immediato: la semplicità. I suoi passaggi sono mediamente molto corti (14,55, nettamente la media più bassa tra quella dei nostri assistman), anche se va riconosciuto che è quello che più di tutti agisce nei pressi della zona focale della metà campo avversaria. Ed è proprio per questo motivo che la sua semplicità riesce ad incidere, visto e considerato che spesso gli basta un suggerimento in verticale con i tempi giusti per mandare in porta un compagno (frequentemente la prima punta cui è abbinato).

 

Gli 0,7 key passes giocati mediamente ogni partita non rappresentano certo un valore positivo, ma quando parliamo di Correa dobbiamo sempre tenere in considerazione lo scarso minutaggio effettivo che Simeone gli ha concesso durante la scorsa stagione (appena 41′ a partita, mentre la media minuti/gara della stagione 15/16 era stata di 38). Whoscored, ad esempio, indica il fondamentale “key-passes” come uno tra i punti di forza dell’argentino, a testimonianza di come nel suo caso – e non solo – i numeri in valore assoluto vadano presi con le molle. Con tutta probabilità, se gli fosse garantita maggiore fiducia anche il profitto crescerebbe proporzionalmente, e potremmo trovarci di fronte ad un assistman ancora più prolifico. Nel frattempo può accontentarsi di un piccolo record: in due anni di Atlético, nelle partite in cui ha messo a referto uno o più assist, i colchoneros non hanno mai perso.