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Alternative al fair play finanziario

Salary cap, luxury tax e altro: come ridefinire i parametri economici in Europa per garantire maggiore competitività tra i club?

Di Claudio Pellecchia

Nonostante sul sito ufficiale dell’Uefa sia presente una sezione FAQ, gli equivoci sulla natura e sulle funzioni del Fair Play Finanziario continuano a essere all’ordine del giorno. In particolare, la notizia dell’apertura di un’inchiesta a carico del Paris Saint Germain, dopo la faraonica campagna acquisti estiva che ha vissuto il suo zenit con gli arrivi di Neymar e Mbappé, ha restituito l’immagine di uno strumento che avrebbe fallito nell’intento di riequilibrare le forze in campo tra le principali squadre del panorama europeo. In realtà, l’obiettivo principale della riforma voluta da Michel Platini resta quello di estinguere debiti contratti dalle società di calcio partecipanti alle competizioni europee sulla via virtuosa del progressivo auto-sostentamento, così come ribadito dalla Uefa stessa nel già citato vademecum: “L’obiettivo del fair play finanziario non è quello di eguagliare tutti i club per dimensioni e ricchezza, ma incoraggiare i club a costruire il proprio successo, piuttosto che continuare a cercare “soluzioni rapide”. Le società calcistiche necessitano di un ambiente migliore, dove gli investimenti sul futuro sono premiati meglio e vi sia una maggiore credibilità nel lungo periodo”. Del resto, come ha sostenuto Andrea Traverso, responsabile del FFP per il massimo organo calcistico europeo, in una recente intervista alla Gazzetta dello Sport, «nel 2010 il calcio perdeva 1,7 miliardi, ora siamo sotto i 300 milioni. Il sistema cresce ed è sostenibile finanziariamente».

Eppure quello della competitività relativa a causa delle possibilità di spesa pressoché illimitate di alcune squadre rispetto ad altre è un problema reale. Lo stesso Traverso, dopo aver ribadito che «non si può impedire ad un club di comprare», ha ammesso che «raggiunto l’obiettivo della sostenibilità, ora c’è quello della competizione nei tornei, della riduzione della forbice per dare equilibrio». La strada prescelta, come rimarcato ultimamente anche dal presidente Uefa Aleksander Ceferin, sembra essere quella di un tetto salariale da imporre ai club, sul modello di quanto già accade nelle leghe professionistiche americane, in particolare nella Nba. Ma l’introduzione del salary cap può davvero essere l’antidoto al gap attualmente esistente tra le big e le restanti squadre del continente? E, soprattutto, in che misura sarebbe implementabile nel sistema europeo uno strumento proveniente da un contesto completamente diverso dal punto di vista sportivo, economico e culturale?

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Le basi di partenza sono indubbiamente molto diverse. La Nba è una lega “chiusa” (non collegata a leghe inferiori attraverso promozioni e retrocessioni) e “centralizzata” (con le franchigie che si tassano affinché un commissioner si occupi di gestire la situazione e far rispettare le regole), in cui l’indotto economico complessivo viene equamente redistribuito tra le trenta squadre in funzione di uno standard di competitività generale molto elevato e del mantenimento del principio per cui chiunque possa, almeno potenzialmente, puntare alla vittoria finale. Con un rinnovamento costante del parco giocatori reso possibile dal Draft (il meccanismo annuale con cui le squadre scelgono i migliori prospetti provenienti dalle varie università del Paese o dai campionati esteri) e dalla presenza di una lega di sviluppo (la NBDL) in cui far crescere gli elementi considerati non ancora pronti per una carriera stabile tra i professionisti.

Si tratta di una differenza di ordine strutturale e che avrebbe potuto essere colmata con il progetto, per ora naufragato, della Superlega. Come sottolinea Marco Iaria della Gazzetta dello Sport ,«l’Europa, con il suo sistema piramidale, è troppo diversa dai modelli chiusi americani. Stiamo andando verso un calcio europeo sempre più polarizzato, con la riforma della Champions e l’influenza sempre maggiore dell’Eca. Indietro non si torna». Una visione condivisa da Marco Bellinazzo, giornalista de Il Sole 24 Ore ed esperto delle connessioni tra calcio e finanza: «Nutro sempre un certo scetticismo nell’importare nel sistema europeo dei regolamenti americani, basati su meritocrazia, competitività complessiva ed equilibrio generale tra le varie squadre che compongono la lega».

Un secondo ordine di fattori riguarda la natura del salary cap stesso. Quest’ultimo, infatti, non può prescindere dai cardini del salary floor line (ovvero la cifra minima che una franchigia Nba deve obbligatoriamente spendere in fase di allestimento del proprio roster) e della luxury tax (la sanzione economica comminata a chi va oltre la soglia massima di spesa e proporzionata allo sforamento: sono previste varie fasce che comportano il pagamento di una cifra che va da 1.50 a 4 dollari per ogni dollaro speso in eccesso), con l’ammontare di quest’ultima che viene poi corrisposto alle squadre virtuose, attraverso regole certe per quanto riguarda redistribuzione delle risorse e l’utilizzo delle stesse. Vale a dire ciò che manca ancora al di qua dell’Atlantico: in Europa non è chiaro come i proventi dell’eventuale tassa di lusso (i cui parametri non sono stati nemmeno immaginati) possano essere distribuiti tra le varie forze in campo, anche in virtù della diversa tassazione tra i vari paesi e che finirebbe con l’avvantaggiare un campionato piuttosto che un altro, minando alla base il principio del riequilibrio delle forze. Per non parlare delle difficoltà di replicare un contesto che si basa sull’assenza del concetto di “cartellino del giocatore” (gli acquisti vengono effettuati tramite scambi – le cosiddette trades – o l’acquisizione dei giocatori senza contratto – i free agents – una volta scaduti i termini temporali dell’accordo precedente) e dove non si alza una singola palla a due senza che vi sia stata preventiva intesa tra l’associazione giocatori e la Nba stessa (ovvero il commissioner e i trenta proprietari) sul Collective Bargaging Agreement, il contratto collettivo che disciplina ogni singolo aspetto dell’intero sistema.

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Di fatto, quindi, sarebbe impensabile limitarsi ad un mero copia-incolla di regole e principi provenienti da una lega che, per quanto competitiva e commercialmente appetibile (forse la più appetibile del mondo), presenta una concezione dello sport professionistico totalmente diversa da quella europea. Piuttosto è necessario rimodularne determinati principi per renderli applicabili anche al nostro contesto. Come suggerisce ancora Iaria, «se prendiamo per buono il principio cardine del fair play finanziario – puoi spendere solo quanto incassi – non c’è ragione per cui si debba limitare il monte stipendi di un Real Madrid o di un Manchester United se questo è compensato dai flussi di cassa: la gestione di chi gode di fatturati superiori al mezzo miliardo è virtuosa e risponde a logiche di business. Più che un salary cap tout court, vedrei meglio l’introduzione di una luxury tax che consenta di redistribuire socialmente la ricchezza dotando i club medi e piccoli di risorse in grado di renderli più competitivi. Inoltre intensificherei gli incentivi per chi forma i talenti, visto che i premi di valorizzazione ormai non bastano più. Piuttosto che immaginare svolte radicali, sarebbero utili e soprattutto realistiche misure compensative per non dilatare ulteriormente la forbice e per premiare chi, dal basso, dimostra di lavorare meglio nello sviluppo dei settori giovanili, delle infrastrutture, del know how aziendale». Marco Bellinazzo, dopo aver ricordato come all’inizio «la Uefa avesse pensato proprio al monte ingaggi come prima opzione, trovando la ferma opposizione di giocatori e procuratori», va ancora oltre: «Applicare integralmente il salary cap in un sistema come quello europeo non va bene, a meno che non lo si voglia limitare ai club che hanno visto aumentare esponenzialmente i propri ricavi in una determinata fascia temporale o interpretarlo in maniera estensiva e comprensivo anche degli ammortamenti. In ballo ci sono norme comunitarie, le stesse con cui Ceferin si troverà a che fare quando andrà a presentare la sua riforma del FFP all’Unione Europea. Di certo il gap tra i club ricchi e quelli medi continua ad aumentare e una soluzione va trovata: limitare il numero di trasferimenti, dei giocatori tesserabili e di quelli in prestito può costituire la base per  un progetto a più ampio respiro i cui effetti, però, non saranno visibili prima di tre/cinque anni».

In effetti la Uefa sembra stia muovendosi anche in questa direzione. L’intenzione di Ceferin è di trovare, entro il 2018, un’intesa sulle riforme strutturali del nuovo Fair Play Finanziario. In particolare:

– un limite agli acquisti che si possono effettuare nella singola finestra di mercato;

– un limite ai tesseramenti, con estensione anche alle seconde squadre;

– una migliore regolamentazione dei prestiti, limitando gli stessi a giocatori rientranti in una determinata fascia d’età, consentendo anche ai piccoli club di poter contare, seppur in un arco temporale limitato, su prospetti di ottimo livello.

Si tratterà, comunque, di passaggi da pesare in ogni singola parte, come tutti quelli destinati a ridefinire i parametri del mercato, fissando nuovi e più stringenti paletti. Del resto, come ha scritto Giovanni Armanini su Calcio e Finanza, «in un sistema internazionale dove si può operare illimitatamente e dove i grandi club possono muovere ogni estate decine di giocatori che non vestiranno mai la loro maglia, la competitività sarà sempre una chimera. L’impressione è che siano le rose bloccate, i limiti (d’età e di durata) ai prestiti e la non tesserabilità di giocatori oltre un certo numero, le prime regole da introdurre per un riequilibrio generale, oltre ad una complessiva rivisitazione delle regole sulle partecipazioni societarie e sui gruppi. Insomma, regole sportive, questa volta, prima ancora che finanziarie».