Magia, leggende e Libertadores

Le migliori storie dalla Copa Libertadores, probabilmente la competizione più emozionante del mondo.

di Vincenzo Lacerenza

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Lo specchio dell’America Latina

In “Libertadores de América”, uno dei dipinti più celebri del pittore cileno Roberto Saavedra Walker, i liberatori dell’America Latina – tra cui Simón Bolívar, Bernando O’ Higgins, José de San Martín, José Artigas – sono raffigurati in abbigliamento calcistico, con lo sguardo fiero, gli scarpini ai piedi e indosso la maglia della Sele di riferimento: in basso, in mezzo alla bandiere dei vari stati sudamericani, fa capolino la sagoma del trofeo commissionato dal dirigente peruviano Teófilo Salinas all’artista italiano Alberto de Gásperi, proprietario del laboratorio artigiano Joyeria Camusso di Lima.

Lo stesso tipo di associazione dev’essere saltato in mente ai vertici della Conmebol, quando, nel 1965, hanno deciso di intitolare a loro, come fosse una specie di tributo all’opera valorosa svolta quegli uomini, la più prestigiosa competizione calcistica latinoamericana, nata cinque anni prima dal desiderio di dotarsi di una competizione speculare alla Coppa dei campioni europea: tuttavia, non si trattava di un “esordio” nel senso stretto del termine, dal momento che nel 1948 i cileni del Colo-Colo avevano organizzato un’edizione sperimentale della “Copa de Campeones Sudamericanos”, invitando alcune delle formazioni più à la page dell’epoca come il River Plate di Alfredo Di Stéfano e il mitologico Vasco da Gama dell’Expresso, poi vincitore del torneo.

Venezuela's Caracas fans support their t

Nel corso della sua ultracinquantennale storia la competizione si è rifatta diverse volte il trucco, com’era logico che fosse, ha visto lievitare costantemente le proprie dimensioni e nel 1998 ha aperto le frontiere all’invasione messicana, conservando, però, sempre intatto il suo fascino, avvolto in quell’area di misticismo che circonda tutto ciò che a che fare con l’America Latina. La Copa Libertadores è un parco a tema dell’imprevedibile, un’oasi dove l’ovvio non sembra avere diritto di cittadinanza, lo specchio privilegiato in cui ammirare gli splendori e le miserie del calcio e dell’America Latina di cui parlava Eduardo Galeano in uno dei suoi volumi cult.

Per capire da dove derivi questo conturbante cocktail di dramapasión e magia di cui tutti parlano o hanno sentito parlare, ho fatto una telefonata a Luciano Wernicke, giornalista e scrittore argentino, autore del bel libro Historias insolitas de la Copa Libertadores, un elenco completissimo di aneddoti succulenti ed episodi talmente bizzarri e surreali da sembrare usciti dalla penna immaginifica di un Osvaldo Soriano, ma in realtà accaduti per davvero durante la kermesse: «La Copa Libertadores non è una semplice manifestazione a carattere sportivo. Si può paragonarla a un cavallo di Troia in cui sono nascosti tutti i vizi abominevoli dell’umanità come la xenofobia, l’invidia, il patriottismo sciocco», mi ha detto. «Eric Blair, lo scrittore britannico noto con lo pseudonimo di “George Orwell”, morto dieci anni prima del calcio d’inizio della Copa Libertadores, considerava il calcio internazionale come “la prosecuzione della guerra con altri mezzi”. L’uso della parola guerra non è “casuale”: con questo termine sono stati catalogati numerosi incontri, più simili ad una battaglia campale, o ad un combattimento tra gladiatori, che ad una partita di calcio», mi ha spiegato ancora Luciano.

Santos fans celebrate before their match

 

Realismo magico

Secondo la visione dell’intellettuale cubano Alejo Carpentier, influenzata dagli echi del surrealismo francese, il real maravilloso è qualcosa di insolito, straniante, forse persino perturbante, generato in un particolare ambiente narrativo: quel genere di cose, insomma,  di fronte alle quali rimaniamo piacevolmente sorpresi e a cui reagiamo spontaneamente con il tipico oooh di stupore. Nei suoi scritti Carpentier racconta di come le proficue frequentazioni con i surrealisti parigini lo abbiano aiutato a ridefinire il proprio concetto di “meraviglioso”, fornendogli nuove lenti barocche attraverso le quali osservare il mondo e «accorgersi di aspetti della vita americana mai presi in considerazione prima». Esiste una sola, grande differenza tra Europa e Sudamerica: se nel Vecchio Continente il “meraviglioso” è nascosto sottopelle, e va ricercato dietro i cespugli di una società quasi incapace di stupirsi, o bisogna inventarselo di sana pianta, in America Latina l’elemento magico permea ogni aspetto della vita quotidiana. In altre parole, è a portata di mano, quasi come un fedele compagno di viaggio: basta aprire gli occhi per trovarselo accanto.

In un’intervista contenuta in Odor di Guayaba. Conversazioni con Gabriel Garcia Márquez di Plinio Mendoza (Mondadori, 1982), l’autore di Cent’anni di solitudine fornisce una chiave di lettura stimolante sul realismo magico, in cui fa coincidere l’elemento “fantastico” e “magico” con quello “reale” e “quotidiano”:  «La vita di tutti i giorni in America Latina ci dimostra che la realtà è piena di cose straordinarie». Riferendosi al romanzo che gli è valso un Premio Nobel per la letteratura, Gabbo ha detto inoltre una cosa parecchio importante, in un certo qual senso rivelatrice: «Ciò che mi ha permesso di scrivere questo romanzo è stata la semplice osservazione della realtà, la nostra realtà».

Paraguay??s Cerro Porteno fans cheer for

In Sudamerica non hanno bisogno di fabbricare il “fantastico”, né tantomeno avvertono l’urgenza di ammantarsi di un’epica artificiale, forse anche meravigliosa, ma pur sempre di plastica: già dispongono, naturalmente, di questi ingredienti. In tutto questo, forse, si annida il segreto dell’unicità della Copa Libertadores. Sfogliare le pagine di Historias insolitas de la Copa Libertadores, intrise di passione e misticismo, non è poi molto differente dall’immergersi nella lettura delle opere dei realisti magici latinoamericani. Come per Márquez, a Wernicke è bastato osservare, lasciarsi guidare dagli occhi: dopotutto, la sceneggiatura era già lì, fuori dalla finestra, pronta per essere acchiappata. In Copa Libertadores, d’altronde, se ne sono viste di tutte i colori: reti “miracolose” di missionari diventati calciatori quasi per caso; calciatori espulsi due o più volte; squadre capaci con le proprie imprese continentali di ritardare ineluttabili colpi di stato militari, come lo scrittore cileno Luis Urrutia O’Nell nel libro El equipo que retrasó el golpe sostiene abbia fatto il Colo-Colo con quello di Pinochet in Cile; partite giocate tra gli echi di una guerra civile in sottofondo o finite in risse da saloon; sortilegi inestinguibili come quello che ha colpito l’America di Cali, la compagine colombiana sospettata di essere foraggiata con i proventi del narcotraffico, sconfitta quattro volte in finale; arbitri diventati sinonimo di persona poco raccomandabile, come accaduto al fischietto brasiliano Sebastião Rufino Ribeiro in Colombia. Fino ad arrivare ai casi più recenti: è ancora salda fresca nella memoria di tutti la fantasmagorica odissea dell’Atletico Tucuman, arrivato in ritardo in Ecuador e costretto a giocare con le maglie della nazionale giovanile impegnata in quei giorni nel Sudamericano Sub-20, come è vivo il ricordo dell’incredibile gaffe di uno speaker colombiano, che durante il minuto di silenzio prima di Santa Fé-Santos ha dato per morto l’ex meteora milanista Ricardo Oliveira mentre era regolarmente in campo.

La sorpresa all’ordine del giorno

Parafrasando Henri de Lubac, potremmo dire che la Copa Libertadores è trionfo dell’improbabile e miracolo dell’imprevisto, terreno fertile per il palesarsi dell’imprevedibile: la sorpresa, insomma, è all’ordine del giorno. Può sembrare paradossale, perché è una cosa che per certi versi fa a cazzotti con il nostro concetto di “sorpresa”, ovvero una reazione di stupore o meraviglia suscitata da un evento inatteso, inaspettato, che ci coglie totalmente alla sprovvista, ma pur sapendolo in partenza, non riusciamo a smettere di sorprenderci: quando si ha a che fare con la Libertadores, il vero interrogativo non è tanto se ci sarà una sorpresa, ma piuttosto quando e quale sarà.

Da sempre, in questo microcosmo apparentemente magico, l’irrazionale si è divertito a cospirare contro la tirannia della logica, costretta ad alzare bandiera bianca e battere in ritirata in tantissime occasioni: per farsi un’idea basta esplorare l’Atlante della Copa Libertadores, fruibile gratuitamente in due tomi sul sito ufficiale della Conmebol. Nel 1971, ad esempio, nessuno in Venezuela avrebbe scommesso un bolívar sul trionfo di una piccola formazione fondata da immigrati italiani, il Deportivo Italia, in casa della Fluminense.  Eppure, grazie ai miracoli del portiere Vito Fassano, e a un rigore trasformato da Marcelo Tenorio, gli Azzurri del Sudamerica silenziarono il Maracanã, facendo venire un colpo – rivelatosi poi fatale – al cagionevole vicepresidente del Tricolor carioca: «Ora ce ne fanno dieci», ripeteva subito dopo il gol di Tenorio il difensore venezuelano Carlos “Chiquichagua” Marín, convinto che una cosa così proprio non poteva succedere. Si sbagliava.

FBL-LIBERTADORES-BOCA-RIVER

Soltanto qualche mese dopo, invece, a La Plata si raggiunsero vette di surreale rintracciabili probabilmente soltanto tra le pagine di Fútbol di Osvaldo Soriano. L’Estudiantes tre volte campione dell’America Latina affrontava gli ecuadoregni del Barcelona di Guayaquil, tra le cui fila militava Juan Manuel Basurco, un prete basco amante del calcio in missione pastorale in Ecuador. Ovviamente, come da copione hollywoodiano, fu una sua rete a propiziare la miracolosa vittoria dei Toreros, passata appunto alla storia come la Hazaña di La Plata: «Tutti i soldi vanno alla parocchia», promise il cura ancora incredulo dopo la partita.

«Gli sciocchi aspettano il giorno fortunato. Ma ogni giorno è fortunato per chi sa darsi da fare», recita una celebre massima di Buddha. Ma anche se diamo per certa l’esistenza della fortuna, prendendo per buona la precisa definizione che ne ha dato il lessicografo statunitense Noah Webster, e ammettiamo che questa possa «plasmare gli eventi in maniera favorevole o sfavorevole per un individuo, un gruppo o una causa», determinando eventi sporadici, episodici, ma tuttavia non irripetibili, come può essere una gara singola, questo discorso non si può applicare all’analisi delle stupefacenti cavalcate in una lunga corsa a tappe: novanta minuti e un campionato o una coppa, dopotutto, non sono la stessa cosa.

Supporters of Caracas FC celebrate the v

Di vere e proprie “favole”, come siamo soliti etichettare le appassionanti cavalcate di squadre semisconosciute o comunque non accreditate per la vittoria finale, la Libertadores ne ha regalate a bizzeffe, specie con l’affacciarsi del terzo millennio: nel 2004 furono i colombiani dell’Once Caldas a sovvertire le gerarchie, sfilando ai calci di rigore la Coppa al Boca Juniors, mentre quattro anni più tardi toccò alla Ldu di Quito il privilegio di scoprire il ghiaccio, superando in una finale memorabile la Fluminense e mettendo sulla mappa della Libertadores anche la bandiera dell’Ecuador: «È la storia di un club, di un Paese che non l’aveva mai vinta prima», ha ricordato il “Patón” Bauza, storico condottiero degli Albos durante quella campagna. E ci è mancato poco per il bis: nella scorsa edizione l’Independiente del Valle, una minuscola formazione di Sangolquí, si è guadagnata i titoli dei giornali, incantando tutti e spingendosi fino in finale dopo aver messo in fila due colossi storici come River Plate e Boca Juniors. Ai nerazzurri è mancato giusto l’acuto finale con i colombiani dell’Atlético Nacional. Sarebbe stato ancora più incredibile aggiungere un lieto fine ad una storia comunque bellissima anche senza. Ma, anche in Copa Libertadores, mica tutte le ciambelle possono uscire col buco.