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Conte e la sfida del talento

Uno degli aspetti meno celebrati di Antonio Conte: la gestione dei giovani, e al Chelsea le occasioni non mancano.

Di Claudio Pellecchia

«Stiamo parlando di un giocatore con un grande potenziale. È ancora giovane ma, allo stesso tempo, è già molto completo. Ha praticamente tutto ciò che serve: resistenza, forza fisica, grande tecnica, ottima velocità di base. È il prototipo del calciatore moderno». Ross Barkley, 24 anni, 1.89 per 76 chili, è l’ultima scommessa di un Antonio Conte che, nella sua seconda vita da allenatore di club, si sta dimostrando un tecnico in grado sia di dare la prima possibilità importante a giovani di valore, che di (ri)costruire la carriera di quegli elementi che, a dispetto dell’età ancora verdissima, non sono ancora stati in grado di esprimere il massimo del proprio potenziale. Del resto, già nel gennaio del 2015, in qualità di ct della Nazionale, il leccese si era soffermato sulla necessità di «trasmettere ai ragazzi l’importanza della cultura del lavoro, insistendo sull’adattamento alla fatica già nelle categorie Allievi e Primavera per poter avere giocatori formati anche fisicamente e pronti per la prima squadra». Conte ha già dimostrato di saper lavorare bene con calciatori che, benché ancora da formare del tutto, dimostrano una grande recettività nei confronti dei suoi principi di gioco. Anzi, l’opportunità di plasmare ex novo un elemento per adattarlo al suo sistema rappresenta uno dei cardini del suo modus operandi ribadito a metà settembre prima dell’impegno in Coppa di Lega contro il Nottingham Forest: «Penso di essere il primo a credere nei giovani calciatori e a dare loro delle opportunità se dimostrano di meritarle. La mia idea è semplice: se sei abbastanza bravo da poter giocare in una grande squadra, giochi».

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Barkley si inserisce perfettamente nel quadro di questa capacità del tecnico, spesso sottovalutata: in predicato da almeno un quadriennio di essere “the next big thing” del calcio inglese, l’ex bambino prodigio dell’Everton, anche a causa dei frequenti problemi fisici (ha debuttato in stagione solo pochi giorni fa per via di un fastidioso infortunio muscolare alla coscia), non è mai riuscito a trovare una continuità di rendimento accettabile, dimostrando solo in parte di essere la migliore sintesi possibile di quantità e qualità necessaria per emergere nella Premier League di oggi. Il fatto che il Chelsea, dopo il trasferimento sfumato nell’ultimo giorno dello scorso mercato estivo, abbia comunque deciso di investire 15 milioni di sterline su un giocatore in scadenza di contratto a giugno, dimostra l’assoluta necessità dei Blues di poter contare su un elemento diverso per caratteristiche tecniche e concettuali da quelli che compongono l’attuale centrocampo dei campioni d’Inghilterra: oltre ad avere nella facilità di calcio con entrambi i piedi la sua arma migliore (la shot accuracy media, nelle ultime cinque stagioni, è di poco superiore al 43%), Barkley è naturalmente portato al movimento e alla giocata in verticale tanto palla al piede quanto nell’attacco dello spazio alle spalle della prima punta.

In una squadra in cui, per compensare alla scarsa dinamicità di Fabregas – e alla cessione di Matic – si è deciso di puntare su un Bakayoko non proprio a suo agio in fase di consolidamento del possesso, non è difficile immaginare Barkley impegnato come trequartista (destra o sinistra cambia poco, trattandosi di un ambidestro naturale anche in fase di conduzione del pallone) nel 3-4-2-1, con il compito di occupare stabilmente l’half space tra le linee di centrocampo e difesa avversaria e velocizzare la trasmissione della sfera nell’ultimo terzo di campo. Un progetto tattico chiaro di cui anche il diretto interessato è perfettamente consapevole: «Il tecnico mi ha già spiegato che il sistema di gioco del Chelsea sarà perfetto per me. Adesso il mio obiettivo è allenarmi bene e dare il 100% in ogni occasione in cui sarò chiamato in causa. Si tratta di una grande occasione: per la prima volta mi trovo al di fuori della mia comfort zone, ma sento di aver preso la decisione giusta per migliorare e diventare un altro giocatore». Magari lavorando insieme a Conte sulla capacità di lettura delle situazioni di non possesso (poco più di un’azione difensiva di media a gara) e su uno sfruttamento migliore della sua debordante fisicità.

Il meglio di Ross Barkley nel 2016/17: cinque reti, otto assist e 76 passaggi chiave in 36 presenze in Premier League

Se con Barkley Conte sarà chiamato a “ripulire” dagli eccessi un talento purissimo e dalla collocazione chiara, con Alvaro Morata il lavoro è stato molto più profondo e capillare ed ha riguardato tanto l’aspetto tecnico quanto quello psicologico: inizialmente ristrutturando il suo modo di stare in campo e impostandolo, definitivamente come prima punta titolare (20 presenze in 24 partite di campionato, 17 dal 1’: una novità assoluta per il 25enne ex Real Madrid che, prima di questa stagione, aveva a referto appena 72 gare dal primo minuto in carriera), poi lavorando sulla tenuta mentale di un ragazzo che troppe volte ha visto il proprio rendimento condizionato da un’emotività spesso controproducente ad alti livelli. Finalmente libero dalla necessità di doversi dimostrare a tutti i costi un attaccante versatile ed adattabile pur di trovare il giusto spazio, Morata ha trovato un allenatore che incanalasse nel modo giusto le sue già importanti caratteristiche di base: in un Chelsea in cui le due punte (e, prima dell’arrivo di Barkley, il ruolo in appoggio allo spagnolo spettava quasi esclusivamente ad Hazard) si dispongono prevalentemente in verticale, il compito del numero nove è quello di attaccare la profondità, facilitare la risalita del campo per vie centrali e massimizzare il suo impatto all’interno degli ultimi sedici metri avversari. Al netto delle difficoltà dell’ultimo periodo (non segna da sei partite), comunque inquadrabili nell’ambito di una normale flessione prestazionale in una stagione lunga e logorante, i numeri testimoniano la crescita esponenziale da centravanti puro: 12 le reti in 31 presenze complessive in tutte le competizioni, conversion rate stabilmente attorno al 20% (in una media quasi perfetta tra il 12% dell’ultimo anno in bianconero e il 30 del 2016/17 da “supersub” con il Real), una migliore e più stabile occupazione degli spazi in aerea di rigore sfruttando l’innata abilità a muoversi alle spalle del centrale di riferimento (sono ben sette le reti realizzate di testa, record assoluto dei cinque principali campionati europei), una rinnovata associatività nelle scelte di gioco (quattro assist e 21 passaggi chiave in Premier League), la consueta e costante pericolosità in situazioni di campo aperto. Oltre a dei margini di crescita (soprattutto dal punto di vista della dimensione fisica del suo gioco) che devono ancora essere esplorati del tutto.

Tutti i gol realizzati da Morata in questa prima parte di stagione

Come detto, c’è poi da considerare il grande lavoro psicologico e mentale operato attraverso il vecchio metodo del bastone e della carota. Nei confronti di Morata, Conte ha un atteggiamento volto a stimolarne la capacità di concentrazione e di reazione nei momenti di difficoltà, difendendolo però a spada tratta di fronte alle critiche ritenute eccessive come in occasione del post gara contro il Norwich City in Fa Cup. Dopo aver «molto stupido» il secondo cartellino giallo rimediato per proteste contro l’arbitro, il tecnico ha immediatamente ribadito la sua vicinanza al giocatore: «Si tratta della sua prima stagione da titolare e, per la prima volta in carriera, si trova ad affrontare un certo tipo di problemi. Ma deve essere in grado di superarli perché sono problemi stupidi: non è importante segnare o meno, ma lavorare per la squadra e non perdere la fiducia perché al suo fianco ha i compagni, i tifosi e l’allenatore». Una novità sostanziale e che sa di svolta nella carriera: «Per la prima volta mi sento l’attaccante numero uno di una squadra, era quello di cui avevo bisogno. Conte mi ha voluto fortemente alla Juventus nel 2014 prima di diventare il ct dell’Italia: ho sempre pensato che un giorno ci saremmo ritrovati. Sono venuto al Chelsea perché volevo veramente lavorare di nuovo con lui e perché volevo ripagare la fiducia che ha avuto in me». Un percorso simile, in tutto e per tutto, a quello che Paul Pogba ha avuto nei suoi primi due anni alla Juventus: destinato al prestito all’Atalanta, il francese ha trovato in Conte l’allenatore in grado di intuirne le reali potenzialità e di farle combaciare con le esigenze tecnico-tattiche di un sistema di gioco organico e definito.

Come per Pogba, assecondare la crescita di Andreas Christensen è stato quasi naturale. Il ventunenne danese aveva già dimostrato nel biennio in prestito al Borussia Monchengladbach (82 presenze e 7 reti complessive) di avere le qualità per imporsi in un contesto di alto livello. Nato come centrale d’impostazione grazie alla sua grande capacità di lettura dei flussi di gioco  e alle ottime qualità in fase di impostazione e consolidamento del possesso (94% di pass accuracy nel 2017/18, con il 78% dei tocchi effettuati in verticale), Christensen si sta segnalando, oltre che come ottimo surrogato di David Luiz, anche come un universale affidabile in grado di garantire qualità e continuità di rendimento in ogni situazione. Nelle 18 partite (16 dal primo minuto) fin qui disputate in campionato, Conte ha preferito assecondarne le naturali inclinazioni impiegandolo spesso come perno centrale della difesa a tre con il compito di facilitare l’uscita palla dalla difesa in fase di prima costruzione dell’azione, continuando contestualmente a lavorare sulle sue qualità di marcatore puro, accentuando uno stile di gioco non certo appariscente (al contrasto e all’interpretazione puramente fisica del ruolo, Christensen preferisce una difesa costruita sull’anticipo e sul movimento che costringa l’attaccante ad agire lontano dalla zona di competenza: gli 1.4 falli fischiatigli contro di media e il 41% di tackles riusciti vanno in questa direzione) ma ugualmente efficace. L’idea è quella di farne un difensore moderno e totale, la cui multidimensionalità possa renderlo imprescindibile in qualsiasi tipo di sistema: «Ogni volta che ho deciso di dare a Christensen l’opportunità di giocare, mi ha ripagato con prestazioni convincenti che mi hanno spinto a impiegarlo con maggiore regolarità», ha detto Conte. «Probabilmente è la miglior sorpresa dall’inizio della stagione: non è semplice vedere questa calma e questa sicurezza in un giocatore così giovane. Il Chelsea ha trovato un calciatore che ha le giuste caratteristiche per giocare qui per molti anni e ripercorrere le gesta dei grandi difensori del passato».