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Tre cose dopo Roma-Barcellona

Analisi di una delle serate più incredibili nella storia della Champions League.

Di Redazione Undici

La lezione di Di Francesco

Il segreto della Roma, di questa Roma che ha battuto il Barcellona, sta tutto nelle parole di Di Francesco pronunciate nel dopo partita: «Puntiamo alla finale, perché non dovremmo crederci? Ora Kiev è il nostro obiettivo, non dobbiamo e non vogliamo accontentarci». Sono parole che fanno trasparire un pensiero, una mentalità, un’idea. Da dove, in definitiva, è germogliata la rimonta della Roma. Dopo l’incoraggiante prova dell’andata al Camp Nou, terminata 4-1 ma più a causa di episodi – errori dei singoli, soprattutto – che per la differenza di valori tra le due squadre, il refrain della vigilia era: portiamo a casa un risultato dignitoso, non la perdiamo, forse addirittura la vinciamo. Ma tra le possibilità, concrete, avvicinabili, non c’era quella di qualificarsi. Tranne che nei pensieri di Di Francesco.

Il gol qualificazione di Manolas

La Roma ha battuto il Barcellona perché ha provato non a fare bella figura, ma perché ha provato a qualificarsi. Se si celebra l’epica della rimonta, la magia dell’impresa, non si centra abbastanza il punto. La Roma ha giocato a calcio, punto primo: non si è appellata a mistiche pauperiste o a logiche da guerriglia, ma ha seguito un preciso piano gara, con dei precisi accorgimenti tattici – l’ormai nota “follia”, come lui stesso l’ha definita, di Di Francesco, che ha scelto di cambiare modulo e formazione. La Roma sapeva che la qualificazione era possibile, punto secondo: non ha badato alla potenza degli avversari, ma ha voluto imporre il suo gioco, senza concessioni o timori reverenziali, puntando tutto sui suoi punti di forza, più che su quelli deboli del Barcellona – che pure sono stati evidenziati, e molto. Sono due concetti attigui, pure intercambiabili potremmo dire, che Di Francesco ha inculcato nella testa dei suoi giocatori, avallando l’idea la qualificazione della Roma, se non probabile, fosse quantomeno verosimile.

In questo frame c’è, traslato sul campo, quanto si diceva sopra. Non c’è paura, come non c’è stata per tutta la partita. È questa la vittoria di Di Francesco, che ha dato a una squadra storicamente a disagio in Europa negli anni recenti – i sette gol di Manchester, o i capitomboli contro il Bayern o lo stesso Barcellona qualche stagione fa – una consapevolezza nuova, quella di non arrendersi di fronte ai pronostici, ai nomi, ai valori. Una consapevolezza che, ovviamente, non è nata all’improvviso, ma giorno dopo giorno: dal balbettante – e fortunato – pareggio casalingo nella prima partita del girone, contro l’Atlético Madrid, di strada ne è stata fatta, con il doppio crocevia contro il Chelsea – pareggio spettacolare a Stamford Bridge, 3-0, un altro, in casa – a mettere in moto il meccanismo mentale.

I protagonisti in campo

La connessione De Rossi/Dzeko è stata fondamentale per la vittoria della Roma. Anche se i giallorossi e il Barça hanno giocato in percentuale lo stesso numero di palloni lunghi (65 per la Roma e 83 i catalani su dato puro), quelli cercati dagli uomini di Di Francesco sembravano avere sempre un’idea di base, un atto propedeutico alla costruzione di un qualcosa di nuovo e pericoloso. Dzeko ha fatto da totem avanzato e l’eccezionalità della sua gara sta sia nella grande incidenza nelle azioni più pericolose della sua squadra ma anche nella mole di palloni tenuti su, combattuti, dei duelli aerei vinti (5 totali) e della facilità con cui i compagni potevano appoggiarsi su di lui per risalire il campo, accorciare le linee tra difesa e centrocampo, trovare un porto sicuro in cui attraccare.

De Rossi per Dzeko, 1-0

Daniele De Rossi ha creato con il bosniaco un legame fondamentale, una continua produzione di link fatta di lanci precisi, parabole arcuate che puntualmente finivano sul petto del compagno, il presidio della zona che ha impedito a Iniesta di connettersi con i compagni in avanti. La sua performance è cresciuta con il passare del tempo, salita di livello e di tono minuto dopo minuto, schizzata verso l’alto quando al 57’ minuto batte ter Stegen con un calcio di rigore preciso, puntuale, di freddezza artica. Ma è stato proprio lui a far capire cosa si poteva fare con l’attenzione giusta: quando dopo soli 6’ alza la testa e premia Dzeko con un lancio profondo che lo mette a tu per tu con il portiere tedesco, sta implicitamente gridando ai suoi che la strada è lunga ma si può fare.

C’è un momento sul 2 a 0, con il Barcellona che spinge per provare a trovare la rete della qualificazione in cui Kolarov esce palla al piede dalla propria area di rigore con un colpo di tacco e un movimento di classe, estremamente armonico. Anche in serate in cui magari non brilla per tiri incendiari o giocate che resteranno nella mente, il serbo garantisce il consueto apporto in fatto di personalità. In questa Roma è fondamentale, perché la sua sola presenza garantisce tranquillità a chi gli sta in torno. Poi garantisce anche l’ampiezza che Di Francesco chiedeva a lui e Florenzi; aiuta Juan Jesus nella serata apparentemente difficile in cui dovranno affrontare uno dei due giocatori più forti al mondo. Ma è soprattutto l’aura che emana a dare calma ai compagni, mettendoli in condizione di sbagliare praticamente mai.

Le lacrime di Manolas

A fine gara Kostas Manolas è seduto in panchina e piange. Dopo aver portato la Roma in semifinale, aver segnato un gol che nella capitale ricorderanno per generazioni non ha paura di mostrarsi debole, in lacrime. È il bello degli uomini grandi a cui la storia ha riservato un destino importante. Il greco è stato schierato centrale tra i tre da Di Francesco, preferendo lasciare Juan Jesus e Fazio esterni per aiutare lo sviluppo pulito dell’azione. A Kostas il compito di esaltarsi negli uno contro uno, di affamare Luis Suárez – alla fine autore di una delle gare più tristi della sua storia calcistica. Il guerriero di Nasso è stato perfetto, leader di una squadra che sapeva che l’impresa era possibile a patto che tutto fosse curato nei minimi dettagli. Quando a pochi secondi dalla fine la Roma guadagna un calcio di punizione che la proietta verso la fine della gara, lui urla in maniera animalesca e scomposta. Giorno e notte, rabbia e lacrime, gioia e commozione.

Battere i marziani

Appena una settimana fa, la Juventus che crollava sotto i colpi di Cristiano Ronaldo ci diceva che quando si gioca contro i migliori – anzi, i marziani – si è condannati a un preciso destino, quello di soccombere. Certo, la stessa Juve ha dimostrato che batterli è possibile – in tre anni, ha eliminato prima il Real e poi il Barça – ma quella è l’eccezione, non la norma. Serve la partita perfetta, servono gli episodi a favore, serve che Ronaldo non faccia Ronaldo – allo Stadium, ecco, diciamo che non è andata così, soprattutto la terza circostanza.

La vittoria della Roma, va detto, non cambia la questione. Tanto più che se, come detto, è capitato che Ronaldo o Messi venissero estromessi dalla competizione, non è mai successo che siano stati eliminati dalla stessa squadra. La Juve nel 2015 aveva eliminato il Real, ma poi aveva perso in finale contro il Barça. L’Atlético nel 2016 aveva avuto la meglio sul Barça, ma si era arreso al Real in finale, e identico percorso aveva fatto la Juve lo scorso anno. Una regola non scritta che conferma lo status quo, che non cambia nemmeno all’indomani dell’esaltante prestazione della Roma.

Però, c’è sempre un modo per battere i marziani, che va oltre i semplici dettami tattici. La Roma ha in qualche modo riscritto la storia della moderna Champions League perché non ha né i supercampioni, né il pedigree per ascriversi al ruolo di ammazzagrandi. La Juventus poteva farcela, il Bayern pure, persino il Psg – che poi, nei fatti, non ci è mai riuscita. Non la Roma, non fino a ieri, ed è questo il senso reale di questa qualificazione. Che battere i marziani resta l’eccezione, ma un’eccezione possibile per tutti.