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Frenkie de Jong è il centrocampista del futuro

Tanto regista classico quanto incursore box to box: il giovane olandese è il risultato di una brillante coesistenza tra anime diverse.

Di Redazione Undici

Contestualizzare Frenkie de Jong è arduo. Da un lato sembra essere venuto nel 2018 per mostrarci come si giocherà tra dieci anni, dall’altro pare essere discendente diretto di quella generazione di calciatori degli anni ’70 che questo sport hanno contribuito a cambiarlo. De Jong, classe ’97, cresce nelle giovanili del Willem II ed esordisce con la prima squadra nel maggio 2015 in Eredivisie a diciotto anni. Fin da subito attira le attenzioni dei maggiori club olandesi e nell’estate di quell’anno si accasa all’Ajax. Qui in breve tempo diventa il fulcro prima dello Jong Ajax, la squadra riserve, e poi della prima squadra, fino alla chiamata nella nuova Nazionale olandese, rifondata da Ronald “Rambo” Koeman con cui ha giocato per la prima volta da titolare nella recente sconfitta in casa della Francia.

A de Jong subito sono consegnate le chiavi del centrocampo oranje e il giovane centrocampista, sotto gli occhi dei numerosi scout provenienti da tutto il mondo per osservarlo alle prese con i vari Pogba e Kanté, non ha sfigurato. Come è nel suo stile di gioco, Frenkie ha guidato la sua mediana, proponendosi sempre come valvola di sfogo per i compagni, fornendo un’alternativa facile nella gestione del possesso palla. Le statistiche parlano di 72 tocchi, 68 passaggi con una precisione del 87 per cento ma non danno una fotografia chiara del controllo che il giocatore ha avuto della propria squadra nonostante fosse il suo esordio da titolare. Una prova di personalità.

La sua prestazione contro la Francia

Nel corso della sua carriera il ventunenne è stato provato anche da centrale difensivo, facendo venire in mente ad alcuni paragoni con illustri interpreti del ruolo del passato. È stato accostato a Rijkaard e a Beckenbauer; anzi per Arie Haan, ex di Ajax e Olanda, può essere una versione addirittura migliore del Kaiser. De Jong potrebbe spianare la strada verso una riscoperta del ruolo del libero, già in parte avviata da giocatori come Bonucci, Busquets, Stones, e potrebbe innovare il modo in cui un difensore può portare benefici ai propri attaccanti. Che sia con passaggi laser alla Skriniar o con sgroppate improvvise alla Lucio, ma meno frenetiche e casuali, gli avanti delle squadre di de Jong sono e saranno parecchio invidiati. Frenkie ha però sottolineato il suo voler giocare da centrocampista, seppur con le sue caratteristiche. Seguire una sua partita significa infatti vederlo spesso venire a prendere il pallone dalle mani del suo portiere e portarlo fino alla trequarti avversaria, sempre a testa alta, giocare con eleganza nello stretto e nel lungo, riuscendo a mantenere la calma nonostante la pressione avversaria. Anzi, nonostante sia spesso pressato anche da due avversari, l’olandese non rinuncia ai suoi tocchi di suola.

Quando è sotto pressione e con poche linee di passaggio libere, spesso vira su sé stesso, come faceva Pirlo, in modo da liberarsi temporaneamente del suo marcatore e avere più campo da osservare per prendere la prossima decisione

Il suo giocare quasi senza far fatica lo ha reso molto fiducioso delle sue capacità, motivo per il quale tende a rischiare le giocate e agendo a ridosso della propria area è un aspetto su cui può e deve lavorare. Un obiettivo deve essere quello di imparare a giocare con meno tocchi, di prima, a far andare di più il pallone, evitando rischi troppo grossi nella costruzione da dietro dell’azione. Per certi versi può assomigliare un po’ al primo Kovacic schierato da Stramaccioni davanti alla difesa con pregi e difetti simili ma sicuramente più fisico, con più capacità di resistere ai contrasti e maggiore propensione al tackle, al recupero e alla corsa all’indietro.


Qui de Jong, all’esordio, pressa alto, recupera la palla e la serve a Depay per la rete olandese

La sua dote migliore resta quella di saper spezzare in due le difese, rompere le linee con le sue progressioni. Se vede che i suoi sono tutti marcati, non ha problemi a portare da solo la palla fino ad attirare le attenzioni degli avversari che lo attaccano, liberando i suoi compagni. Tuttavia quando si ferma e alza la testa sa sempre cosa fare (abilità questa non facile da rinvenire in tanti, uno su tutti Federico Chiesa, coetaneo dell’olandese, che spesso si perde in questa fase del gioco). Con costanza sa trovare la giocata semplice eppure utile, il passaggio filtrante che taglia in due la difesa già messa a dura prova dalle sue scorribande offensive.

Qui lo vediamo impegnato in quello che nel basket si chiama split, ossia il rompere le marcature avversarie, passando in mezzo a due rivali. Nella pallacanestro di solito il play opera uno split quando, dopo aver iniziato a giocare un pick and roll, passa nello spazio tra il suo marcatore e quello del giocatore che gli sta fornendo un blocco

Qui invece si esibisce in un’azione alla Oliver Hutton del cartone animato Capitan Tsubasa (per noi Holly e Benji)

De Jong sembra a volte un quarterback cui la difesa avversaria inibisce tutte le possibili linee di passaggio, lasciandogli come unica soluzione quella individuale. Come Cam Newton, Russell Wilson o Colin Kaepernick, i cosiddetti dual threat quarterbacks, capaci sia di lanciare la palla ma anche di portarla da sé in end zone, si mette in proprio e scardina i piani difensivi degli avversari. Non più un regista a cui non far arrivare il pallone come accadeva ieri con i Pirlo e oggi con i Jorginho, ma quindi uno cui far scaricare presto la sfera prima che possa partire palla al piede alla Kaká. L’impressione che de Jong lascia è che con le sue finte, le sue virate e la sua falcata, ma anche con la sua scompigliata capigliatura, in quel calcio totale ci sarebbe stato bene.