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Verratti, un bilancio di metà carriera

A 26 anni, dov'è arrivato, e con quali mancanze, il centrocampista del Psg?

Di Claudio Pellecchia

Nel settembre 2015, intervistato sulle pagine del numero 6 di Undici,  Marco Verratti raccontava: «A me capita di non riuscire a pensare a cosa ho fatto ieri. Devi avere sempre obiettivi nuovi, ogni giorno devi dimostrare qualcosa. La cosa bella e brutta del calcio è che non puoi fermarti un attimo a pensare a quello che hai fatto, devi sempre pensare a fare qualcosa di meglio». Nemmeno due anni dopo, in piena sessione di calciomercato, commentando un eventuale passaggio al nuovo Barcellona di Valverde del centrocampista pescarese, sempre su queste pagine scrivevamo che «Marco vuole portare sé stesso a un livello successivo, per valore (tecnico, quindi anche economico) e per responsabilità. L’ambiente di Parigi e il Psg sembrano essere diventati troppo piccoli per lui, che con il tempo ha saputo mantenere le promesse del wonderkid che è stato. Del resto, anche la sua retorica comunicativa non ha fatto altro che affermare e riaffermare i principi della crescita, dell’auto-miglioramento, della progressiva costruzione del campione».

Nel marzo successivo, poi, a seguito dell’eliminazione del Psg agli ottavi di Champions League contro il Real Madrid (con tanto di espulsione nella gara di ritorno), Arnaud Hermant e José Barroso, sull’Equipe, si ponevano una domanda precisa: «Marco Verratti è ancora così promettente? A 25 anni è una domanda che è lecito porsi. Se il suo talento non è in discussione è la sua incapacità di controllare i nervi a sfidare, se non addirittura a infastidire, i tifosi del club. I quali, se fino a questo momento si erano fermamente opposti a una sua cessione, adesso tenderebbero a non escluderla. Perché Verratti ha deluso ma anche perché il suo valore di mercato ne è una diretta conseguenza».

La prestazione di Verratti al Bernabeu nell’andata degli ottavi della scorsa Champions League contro il Real Madrid. Nel ritorno al Parco dei Principi, l’italiano verrà espulso al 66’

Questa forte e ricorrente dicotomia nei giudizi che lo riguardano, soprattutto se espressi lungo un arco temporale relativamente breve – all’indomani dell’andata dello sfortunato spareggio mondiale contro la Svezia, in questo ferocissimo articolo pubblicato su Il Giornale veniva definito «roba piccola, promessa e premessa di campione, speranza mai esaudita», salvo poi ricevere dall’antico maestro Zeman sulla Gazzetta dello Sport l’investitura di «migliore al mondo nel suo ruolo», addirittura «più forte di Modric» – costituisce la base dell’odierna narrazione di Marco Verratti. Un calciatore che a 26 anni, in quello che dovrebbe essere il pieno del prime tecnico, fisico e psicologico, sembra ancora prigioniero di quel limbo di astrazione e indeterminatezza che rende impossibile stabilire il suo effettivo valore e quante e quali promesse abbia mantenuto rispetto a quando era considerato la “next big thing” del calcio italiano. Una situazione complessa, figlia anche dei numerosi equivoci tattici che, nel corso del tempo, ne hanno rallentato (per non dire pregiudicato) crescita, sviluppo e attitudine ad esprimere le proprie qualità in contesti diversi tra loro.

L’attuale iconografia ci restituisce l’immagine di Verratti prototipo del playmaker moderno, che sopperisce con le proprie superiori doti tecniche alle inevitabili carenze fisiche del ruolo (la sua capacità di protezione della palla, unita a un’aggressività e a un’attitudine a portare i contrasti – in questa stagione siamo sui 2,7 di media, perfettamente in linea con i 2,5 del 2017/2018, ma ancora ben lontani dai 3,1 del 2016/2017 – altrimenti insospettabili, rappresentano alcune delle sue capacità più sottovalutate) a suo agio tanto sul lungo quanto sul corto, assolutamente in grado di prendersi rischi nella propria trequarti per resistere al pressing avversario e favorire una migliore e più veloce uscita del pallone in fase di prima costruzione e che per rendere al meglio in un centrocampo a tre, necessiterebbe ai lati di due mezzali di corsa e inserimento: condizionale quanto mai d’obbligo dato che, fino all’arrivo di Tomas Tuchel, l’italiano è stato visto più come mezzala di possesso (del resto da quando è in Francia la sua precisione di passaggio non è mai scesa sotto l’87%) che come regista davanti alla difesa, tanto più in una squadra in cui si è spesso preferito privilegiare l’espressione del talento individuale che non i principi del gioco di posizione che pure sarebbero stati l’ideale per le caratteristiche di base di Verratti. E probabilmente il punto sta proprio qui: fino a oggi Verratti non ha quasi mai agito in un contesto pensato per esaltarne i pregi e mascherarne i difetti, soprattutto nelle occasioni in cui il Psg si è trovato ad affrontare squadre di pari valore tecnico, quasi mai sovrastate sul piano tattico a prescindere dal risultato finale.

E con Tuchel il copione non sembra aver subito variazioni di sorta, per quanto l’ex Dortmund si stia dimostrando, dopo Carlo Ancelotti, il tecnico maggiormente interessato allo sviluppo del Q.I. calcistico e della multidimensionalità di Verratti: «Preferisco che Marco giochi da numero 8 anche perché non credo che abbia la pazienza necessaria per giocare da numero 6. Chiede sempre la palla e cerca sempre la soluzione offensiva, per questo è molto importante per noi. Può tranquillamente giocare con Rabiot oppure con altri tre centrocampisti sempre da numero 8». In occasione della gara contro di Champions contro il Napoli, ad esempio, la scelta di impiegare Di Maria nei tre di centrocampo (di fatto riproponendo uno degli esperimenti fallimentari della gestione Emery che, in quel ruolo, aveva provato ad adattare senza successo anche Julian Draxler) ha compromesso tutti gli equilibri di squadra, con Verratti e Rabiot costretti a rincorrere per tutto il campo Allan, Hamsik e Fabian Ruiz e ritrovandosi costantemente in inferiorità numerica in fase di non possesso. Ancora una volta, quindi, a carenze strutturali che paiono endemiche, si è aggiunta l’incapacità di occupare preventivamente gli half spaces e l’impossibilità di liberare attraverso il possesso palla i giocatori demandati a farlo nei modi e nei tempi giusti: in pratica tutto ciò di cui avrebbe bisogno Verratti per esprimere il suo calcio di visione e di lettura.

Un discorso a parte merita l’aspetto psicologico e della durezza mentale. Verratti, trasferendosi in Francia nemmeno ventenne e dopo appena due stagioni di calcio professionistico alle spalle, ha passato i suoi “anni formativi” in un contesto in cui la vittoria finale risultava quasi scontata a causa della soverchiante superiorità della sua squadra, di fatto saltando a piè pari quel minimo di gavetta che avrebbe potuto aiutarlo nella progressiva comprensione dei suoi limiti e nel lavoro da fare per superarli. Circostanza che, ancora oggi, unitamente alla reticenza a lasciare la comfort zone parigina, impedisce di capire quanta e quale sia la capacità di (ri)mettersi in gioco del pescarese e la sua effettiva competitività ad un livello medio-alto. Provando ad andare oltre la differenza di prestazioni tra club e Nazionale e le relative polemiche – «Nessuno, a cominciare da Messi, gioca allo stesso modo» disse dopo la convincente vittoria dell’Italia contro la Polonia in Nations League – la sensazione è quella di essere al cospetto di un calciatore ancora irrisolto in molti dei suoi aspetti chiave sia dentro che fuori dal campo e che sembra tendere a cullarsi nella comoda attesa dello switch decisivo da imprimere alla sua carriera. Senza che però, siano stati compiuti passi significativi in tal senso.

A fine settembre, Buffon ha definito Verratti «l’unico vero talento del calcio italiano per la personalità con cui gioca le partite, per il tipo di qualità di tocco e di veduta di gioco. Qua ha la fortuna di giocare con dei campioni che al primo sguardo riescono a capire dove la palla andrà e dove la vogliono. È facilitato in tutte le sue giocate». Forse il nocciolo della questione sta proprio in questo persistere nel voler utilizzare un termine, “talento”, normalmente associabile a un giovane promettente che si sta affacciando al grande calcio e non certo a un giocatore ormai nel pieno della sua maturità tecnica e atletica, oltre che dalle caratteristiche perfettamente riconosciute e riconoscibili. Marco Verratti ieri ha compiuto 26 anni, anche se nessuno sembra essersene accorto.