Calcio

Una piccola, solo una

Ovvero tifare per una squadra che lotta per non andare in B o che in B c’è, o peggio. Significa convivere con la certezza che il traguardo non sarà mai vincere una coppa. Si può. L’orgoglio di non cadere nel doppiofedismo, l’idea di aver scelto o di essere stati scelti. Senza snobismo, senza autocommiserazione.

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La seconda domanda è la peggiore. Arriva dopo la prima: per che squadra tifi? «Bari». Ecco la seconda: «Ok, Bari, e poi?». L’alternativa è: «Ok Bari, ma di Serie A?». Tu rispondi sempre allo stesso modo da 31 anni e mezzo, con una cortesia che si riduce in maniera direttamente proporzionale all’età che aumenta: «Solo Bari». Perché c’è una cosa che il tifoso di una piccola detesta più delle altre squadre: l’idea che ci siano altri che si spacciano per tifosi della sua squadra, ma che in realtà la usano per mascherarne un’altra. Grande, ovviamente. Doppiofedisti, che non sono diversamente tifosi, la verità è che non sono per niente tifosi. Si sintetizzano in un coro che fa parte dell’esistenza di molti, declinato ovviamente con luoghi e squadre diverse. Il mio faceva e fa così: «Barese juventino, vattene a Torino». Perché la geografia aveva, negli anni Ottanta e Novanta, una qualche importanza. E perché per un meridionale spedire uno al Nord equivaleva, in quella fase, ad augurargli il peggio possibile.

La realtà ha detto invece il contrario e cioè che tanti monofedisti, cioè quelli veri, autentici, sani vanno via: lasciano la città, ma non la squadra. E questo rende ancora più odiosi quelli che dicono di essere sia di una piccola, sia di una grande. Perché il problema non è il barese che tifa la Juve, il Milan, o l’Inter: scelta sua. Il problema è chi non sceglie, chi mente a sé e agli altri. Il calcio non prevede concessioni, si sta con uno o con l’altro.

Come si può tifare per una squadra che sai già non vincerà niente?

Ecco, chi ha scelto (o è stato scelto) una piccola sa perfettamente come sarà il suo futuro. Anche questo si condensa in una domanda, un’altra: come si può tifare per una squadra che sai già non vincerà niente? Non c’è una risposta teorica, se non qualche pezzetto di retorica sparso che mette insieme l’orgoglio, la sfida, la diversità. La risposta vera è pratica ed è il fatto stesso che si continui a tifare. Quella domanda è tipica di qualche stronzetto che qualcosa può vincerla, ma non si rende conto che la sua vita calcistica, come la mia avrà sempre e comunque più delusioni che gioie. Perché il paradosso di chi tifa una grande è che è esposto al rischio della sofferenza quanto e come me, ma s’illude di essere diverso. Ne fa una questione statistica, come se perdere 10 partite di seguito sia peggio che perderne una sola, ma magari quella decisiva.

Un tifoso è un tifoso, punto. Ma è evidente che chi tifa una piccola entrerà sempre in conflitto con chi tifa una grande. L’irrazionalità è comune, la sua declinazione è opposta. Tifare una piccola significa mettere in conto l’idea di retrocedere. Anche in questo caso il dramma vero non è poi quello. In fondo retrocedere significa soltanto ricominciare. È come con i giocatori del Subbuteo: traballano, barcollano, basculano e si rimettono in piedi; poi se lo scossone è troppo forte vanno giù: retrocedere è così, non è che finisca il gioco, è solo che si complica. Devi prendere il giocatore e rimetterlo al suo posto con le mani. Lo fai e ricominci. La Serie B è un dramma, ma non una tragedia: non è la morte, è una malattia. Ti puoi riprendere. Ecco il vero problema, allora: puoi.

Perché ciò che ti angustia l’anima, quando retrocedi, è l’incognita: avere la possibilità significa non avere certezze, “puoi” sì, ma non è detto che tu ci riesca. È il punto interrogativo della vita sportiva. Un dilemma del quale non vedi la fine. Quanto? Sì, quanto? È qui che si gioca tutto, questa è la vera partita: il tempo è più importante dello spazio e del luogo. Questi si accettano: la Serie B significa che vai a vedere il Carpi, l’Entella, il Cittadella proprio quando t’eri abituato al Milan, all’Inter, alla Roma, alla Juventus. Però lo accetti: una trasferta a Chiavari può restare nella memoria più di una a Napoli. Possibile e pure affascinante. Però non otto anni di seguito. Perché anche tra i tifosi delle piccole c’è una scala. C’è chi tifa una piccola-grande, chi una piccola-piccola: la differenza sta nell’ambizione di tornare in Serie A e nella possibilità statistica e storica che ciò si concretizzi. Ecco perché è il tempo a essere centrale.

La durata di questa discesa o permanenza tra i dannati è tutto quello attorno a cui ruota lo stato d’animo di un tifoso di una piccola-grande. Quello del Bari, quello del Brescia, quello del Bologna, quello del Catania. Una stagione si può: scendi e risali, ti purifichi la coscienza. È come una visita a un santuario, oppure come un periodo in una comunità di disintossicazione: ti fa pensare a quello che avevi e che hai perduto. Ti fa soffrire e quindi godere, perché la delusione resta il cardine dell’identità tifosa. È il confronto costante con l’amarezza, l’attesa di una partita con l’incubo della sconfitta più che col sogno della vittoria. Ci piace soffrire: vale per chi vince o ha vinto come milanisti, interisti, juventini; vale per chi non vincerà mai, come tutti gli altri. Siamo figli di una cultura sportiva che fa della fregatura il suo punto più alto: godiamo più del riscatto da un pensiero negativo, che della felicità di un momento di gloria. Fa esultare di più un rigore fischiato contro, ma sbagliato dall’avversario, di uno fischiato a favore e segnato da te. Questione di aspettative: meglio ribaltare una potenziale sofferenza che assecondare un’ipotetica gioia. Perché sai che alla fine i momenti neri saranno quelli che ti porterai dentro.

La Serie B è un dramma, ma non una tragedia: non è la morte, è una malattia.

Il tifoso di una piccola ha parametri di giudizio diversi. Non può guardare solo il campo. Ricorda aneddoti che trascurano il risultato: «Ti ricordi quando abbiamo invaso Roma? Eravamo 11mila». La trasferta di massa è un punto di forza, è l’orgoglio dell’appartenenza da mostrare a chi è numericamente e non solo più forte di te. Ti fa giocare sullo stesso piano, almeno sugli spalti. È l’idea che se solo avessi una società ricca e dei giocatori strapagati, anche tu potresti essere una grande. Perché “guarda quanti siamo”. Anche qui c’è piccola e piccola. C’è città e città. Ciascuno parla per sé e ovviamente qui si sta parlando di Bari e della Bari. Che ha quella caratteristica: la gente, la folla, l’entusiasmo. Ha gli emigrati che la raggiungono dal Nord. Ha uno stadio che si riempie su sollecitazione. Ha anche troppi doppiofedisti, quindi infedeli da espellere al primo giro di tornello. Fuori, perché loro non sanno che cosa significhi la fatica vera di un tifoso: trasmettere ai figli la stessa passione, la difesa di un valore, di un’identità. Però magari vive lontano dalla città della sua squadra. Però magari ha anche la sua squadra in B. Però magari vive in una città con grandi squadre. Però sa che a scuola i compagni del figlio potrebbero ridere a sentirgli dire, in quella città “straniera”: «Sono tifoso del (o della) Bari». Un amico ha scritto che tifare per la propria squadra è in fondo tifare per la propria vita. È vero, ma non si sa come né perché per il tifoso di una piccola riesce a non essere tutto. 

Dal numero 3 di Undici

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