Calcio

Ancora tu

Le bizze già in Primavera dell'Inter, poi quelle al City, il periodo non al top al Milan. Ma c'è qualcosa in Balotelli che ci fa riaprire, sempre, la porta di casa.

Il calcio ti dà sempre un’altra opportunità. Provando a cercare un’espressione credibile nel campionario della mimica, Adriano Galliani ha la sua: «Certi amori tornano, io e il presidente siamo persone romantiche». A quell’ora il ritorno di Mario Balotelli al Milan è già nero su bianco e l’omertà del calciomercato lascia spazio ai dettagli e ai retroscena. E anche al giuramento che questa volta Mario ha fatto sul suo onore. Ha promesso che terrà la cresta a posto e non combinerà più guai. Basta con le idiozie. Balo è diventato buono. Ma nessuno gli crede più, a Mario. Alla presentazione dirà quel che va detto. Che il Milan è come casa, tornare è stata la scelta giusta mica l’unica che aveva, ricorderà a tutti la voglia di vincere, e che è cambiato, questa volta è davvero cambiato. Io amo il Milan. Io amo l'Italia, dirà.
Come no. Un uomo ha tradito la moglie decine di volte. È stato pizzicato, seguito e infine scoperto. Lei lo ha cacciato di casa gettandogli dalla finestra le camicie sciancate e i jeans slavati. «Fottiti», ha gridato mettendosi a piangere. Ma tutte le volte che lui bussa alla porta con quel suo sguardo languido e tenebroso, lei se lo riprende in casa. Le amiche le dicono sei pazza. Ma cosa vuoi, è l’amore. Mario è il traditore che bussa alla porta del calcio italiano con un mazzolino di gol e una lettera di scuse. «Che cosa diavolo vuoi ancora?», poi lo lasciamo entrare sperando di vedere finalmente quello che noi, soltanto noi, stiamo aspettando da tempo: un campione. E se non lo fosse? Se tutti quanti ci fossimo illusi?

Prima

A 25 anni Balotelli ha già avuto molto dalla letteratura sportiva: Google dà 28 milioni di risultati e tutti contengo il suo nome, e se ne combina una delle sue Twitter e Facebook fioriscono di cinguettii e post. È tra i giocatori più citati del mondo e fa notizia qualsiasi cosa decida di fare o non fare. Balo qua, Balo là. Non viene da chiedersi se possa essere parte integrante del progetto del Milan (ormai ne fa parte punto e basta), ma come ne prenderà parte, questo sì. Personalmente di Balotelli mi viene sempre in mente un’azione. È il 2011, Mario gioca da un anno nel Manchester City. Quell’estate la squadra di Mancini affronta i Los Angeles Galaxy nel solito giro negli States. È un’amichevole, non vale nulla. Fa soltanto molto caldo. A un certo punto Balotelli si fa spazio in area, non è marcato né disturbato, ma anziché calciare come si deve si avvita su se stesso e colpisce il pallone con il tacco. Un altro allenatore gliel’avrebbe forse fatta pesare più tardi, negli spogliatoi, ma Roberto Mancini è un uomo vulcanico e i conti li regola subito. Infuriato, lo cambia. È vero, sono passati anni.

Era il 2011

Di certo anche il Milan non è lo stesso di due stagioni fa. Quella squadra, che soprattutto in attacco ancora si appoggiava sulle malinconie di Kaká, avvertiva l’assenza di un vero leader. Una casellina vuota, triste, che Balo aveva occupato più per fascinazione e necessità che per meriti. Secondo Whoscored.com, il sito di statistiche più grande del mondo, nella stagione 2013/2014 Balotelli ha provato a tirare in porta una media di 5,1 volte a partita. Piuttosto alta, se confrontata con quella delle altre stagioni di Serie A o Premier, quasi sempre sopra i 3. È probabile che Balotelli sentisse su di sé l’attesa del gol, la vedesse negli occhi della gente, un desiderio al cuoio: lui a segno, o nessun altro. Alla fine, però, il Milan è ottavo e fuori dalle coppe. «Tutti mi dicevano che era fortissimo, io ci ho giocato e posso dire che è forte, ma non mi è parso un giocatore di classe mondiale. È un giocatore normale, non un fenomeno». A parlare è Adel Taarabt, ex compagno di Balotelli, evidentemente deluso dalle prestazioni di Mario. Queste dichiarazioni risalgono a dicembre, in quei giorni Mario è già al Liverpool da un pezzo, ma non sta incidendo come si aspettavano i dirigenti inglesi.

L’iniziale entusiasmo dei Reds, dell’allenatore Brendan Rodgers e dell’intera città non dura molto. Mario Balotelli non piace agli inglesi, è svogliato, lento, superficiale. Balo non balla. Si crede un trascinatore, invece è un macigno. E rischia di trascinare tutti sul fondo. L’unico gol in Premier lo segna contro il Tottenham, un tocco a due metri dalla linea di porta, un gesto elementare, privo di rabbia, opportunismo o eleganza. Un appoggio con la gamba rigida, una carambola. Nient’altro. Il resto sono panchine, malanni, non convocazioni (ben 11), un’infinità di tweet. Balo sconfina nel virtuale. C’è, è fatto di pixel. «Dovrebbe giocare di più», risponde Antonio Conte, il ct dell’Italia, a chi gli chiede se Mario abbia chance di essere convocato di nuovo in Nazionale. E poi arriva l’estate, il Liverpool vuole sbarazzarsi di lui, lo lascia a casa dalla tournée americana, fuori squadra, reprobo del calcio. L’abisso inizia a venticinque anni. «Non è un campione, è un giocatore giovane che può dare molto, ma quando gioca mi sembra sempre svogliato. I campioni non sono questi, è stato sbagliato affidarsi a lui», ha detto Totò Schillaci. E allora? La presenza di qualche leader in rosa può servirgli a svuotare la mente? Il mercato del Milan è tornato a spendere e splendere, e anche i leader sono tornati a rafforzare un top club. Nonostante la tremebonda sconfitta con la Fiorentina alla prima di campionato, Mihajlovic può contare su giocatori di carisma: Bacca, Bonaventura, lo stesso Luiz Adriano. E questo, forse, può essere inaspettatamente un vantaggio. Il Balotelli della Primavera, quello che trascinava l’Inter a suon di gol, è da tempo un ricordo lontano, un’immagine sfalsata della realtà di Mario. Tuttavia, Balotelli può avere un ruolo centrale in questa seconda vita di calciatore rossonero.

Bomber

E i gol? Un attaccante vive di quelli, sangue e gol. Ed è strano come nella storia di Mario arrivino sempre dopo, come qualche volta sembrino un elemento di contorno, un accessorio, bigiotteria presa a calci. Al Mondiale in Brasile, per esempio, Balotelli arrivò dopo la stagione e mezza giocata con la maglia del Milan, 14 reti e come al solito tante promesse. Peccato che all’estero avessero fatto tutti meglio di lui: Cristiano Ronaldo 31 gol in Spagna, Suárez 31 in Inghilterra, Lewandowski 20 in Germania. E senza guardare troppo lontano, anche in Italia la lista di chi ha fatto meglio di lui è piuttosto lunga. Spulciando le classifiche marcatori della Serie A da quando Balotelli ha iniziato a giocare, nel 2005, il vincitore ha sempre fatto almeno una ventina di gol, più di trenta in casi eccezionali. L’elenco comprende giocatori come Alessandro Del Piero, Francesco Totti, Totò Di Natale e Luca Toni. In tutti questi anni Balotelli non ha mai superato i 15 centri. Pochi? Certo che no. Però non abbastanza per sentirsi il più bravo. E qui sta il cortocircuito. In un’intervista del 2013 rilasciata alle Iene Mario disse: «Tre giocatori più forti di me? Messi, Ronaldo e Ibra». In un’altra, più recente, dichiara: «Solo Messi è più bravo di me». Ma quando gli chiedono in cosa debba davvero migliorare per essere il giocatore più forte del mondo lui risponde: «Un po’ in tutto». Una presa di coscienza? Follia? Qual è il vero Balotelli: il ragazzo consapevole delle proprie lacune e votato al sacrificio, o quello che ha di sé un’immagine distorta?

Quello che sa fare

A Liverpool in molti hanno avuto un déjà-vu. Sembrava di rivedere Mario con la maglia del Manchester City, quando – tra buone partite, epic fail e paginate di gossip – appiccava fuoco a casa sua coi mortaretti e diventava celebre per quella maglietta mostrata in un posa un po’ freak dopo il gol allo United: «Why always me?». Oggi la Puma lo ha fatto diventare uno slogan. Lo ha messo su un nuovo modello di scarpe da calcio e dietro, sul bordo posteriore, ci ha appiccato dei capelli in fibra sintetica per ricreare la famigerata cresta. La cresta di Balo. Il primo dei nuovi moicani. Il modello di scarpe è per bambini. E anche questo è un indizio. Nel mondo degli adulti non c’è più spazio per Mario. Alla rivista britannica Sport, Balotelli ha dichiarato: «Perché non sono un campione? So che potrei giocare meglio e che non sto dimostrando quanto valgo, ma non sono preoccupato. Vedo tanti bambini che tentano in tutti i modi di avere un mio autografo. Loro sono naturali, onesti. Finché mi cercheranno saprò di non essere così male né come persona né come calciatore».

Aneddoti

Ma la tendenza a considerare Balotelli un calciatore a cui affidare le sorti di una squadra è cambia drasticamente un pomeriggio di giugno. Quel giorno conserva anche l’ultima immagine di un Mario Balotelli umano e sentimentale. Allo stadio Das Dunas di Natal, Brasile, quelli che non piangevano sbattevano i pugni, gli altri erano rimasti ad aspettare che la delusione evaporasse insieme al gran caldo. I giocatori dell’Italia guardavano quelli dell’Uruguay festeggiare e saltare, il nostro Mondiale era finito lì. Il ct Cesare Pradelli lo aveva avvertito: «Cambia atteggiamento o devo sostituirti». Niente. Prandelli era stato costretto a rincarare la dose: «Stai zitto». Ma Mario non è uno che sta zitto. Aveva seguitato a borbottare, a dire sciocchezze, a lamentarsi, e quando gli azzurri erano tornati in campo Mario non c’era più: al suo posto era entrato Parolo. C’è un momento, dopo il gol di Godin, in cui Balotelli appare inquadrato dalla regia internazionale. Il destino va a prendersi i suoi protagonisti e li getta in pasto al pubblico. Balo non piange come aveva fatto dopo la finale persa con la Spagna a Euro 2012, né sembra essere frastornato dal pensiero che gli azzurri possano uscire dal campionato del mondo in quel modo. È peggio di così: Mario se ne rende conto. Le mani in testa, poi sulla faccia, e lo sguardo che forse per la prima volta riesce a leggere con chiarezza la più terribile delle verità: è (anche) colpa mia. È (anche) always me.

Una cosa per cui Stankovic si arrabbiò, aprile 2010

Non sempre riusciamo a renderci conto della portata delle nostre azioni, ma quando accade è come se sentissimo un peso enorme premere sulle nostre spalle. Nel primo tempo di quella partita Balotelli aveva sbagliato due gol, si era concesso qualche leziosità in ciabatte, ma nonostante tutto, nonostante il fastidio, Prandelli l’avrebbe tenuto in campo ancora un po’, almeno altri dieci minuti. Poi è finita la pazienza. In panchina, durante quei lunghi e sofferti quarantacinque minuti del secondo tempo, Balotelli deve aver avuto il tempo di comprendere la colpa, elaborarla e mostrarla attraverso quello sguardo spaventato. L’ho fatta grossa. Non sempre è successo. Nella biografia di Balotelli Luca Caioli racconta un episodio esemplare. Erano i primi giorni di Mario all’Inter, Mancini stava ancora decidendo se portarselo definitivamente in prima squadra o farlo sudare ancora un po’ con la Primavera. A raccontare l’episodio è Santiago Solari, centrocampista argentino. «Doveva essere la prima o la seconda partita con noi», dice. «Stavamo aspettando Mancini tra un tempo e l’altro e Mario stava giocando con una Playstation portatile. Gli dissi di metterla via subito. Lui mi guardò e disse incredulo: “Perché?”».

Ancora tu

Fino a due anni fa era considerato tra i 100 personaggi più influenti del mondo. Time lo aveva messo in copertina, «the meaning of Mario» il titolo. I giornalisti Catherine Mayer e Stephan Faris rimasero incredibilmente impressionati dalla timidezza di Mario, dal suo carattere, «più perspicace e intelligente di quanto possa sembrare». Mario disse di voler «aiutare l’Italia a diventare più moderna». C’è sempre stato in lui un atteggiamento di protesta, di rabbia, probabilmente nato da un’infanzia complicata. Allo stadio molti lo hanno fischiato per il colore della pelle, una cosa a cui Mario si è sempre orgogliosamente ribellato. A un certo punto Balotelli è diventato un simbolo di rivoluzione, uno in cui identificarsi, ma anche «un eroe discusso che aiuta gli altri a esprimere l’aggressività, e che esattamente come tutti i “maledetti” dello spettacolo resta intrappolato in questa dinamica», come ha detto a Linkiesta Erica Francesca Poli, psichiatra e psicoterapeuta, perito per il Tribunale di Milano, specializzata in psicoterapia dinamica breve. In pratica: una specie di carpo espiatorio.

Una cosa che difficilmente dimenticheremo, anzi, due

Possibile ci basti questo di Mario? Possibile che averlo qui, nel nostro campionato, ci aiuti a essere dei tifosi peggiori? Avevamo sperato di veder nascere un campione, una stella con il black power inciso sopra, che trascinasse l’Italia nel futuro, nel Melting Pot, o almeno nella suadente vittoria. Ma quando ci siamo accorti e svegliati da questa illusione non l’abbiamo accettato: l’abbiamo cacciato e lui se n’è andato. «Era stato un errore tornare in Italia», aveva detto dopo essersene andato via dal Milan. Il ritorno di Mario in Italia è come il viaggio di Aguirre alla ricerca dell’El Dorado, un viaggio nell’affascinante oblio, in qualcosa che non c'è ma che non possiamo smettere di ricercare, qualcosa che forse peggiora noi e aiuta lui ad accrescere quel senso di onnipotenza a cui è stato abituato. Mario che parla in terza persona, che assicura «io non esco mai di casa», che dice: «Quelli che mi fischiano, se mi incontrassero da solo, uno contro uno, fuori dalla curva, mi chiederebbero l'autografo». E ha ragione. Per battezzare come si deve questo suo ritorno al Milan, Adriano Galliani ha alzato il ditino e ammonito: «È l’ultima possibilità, l’ultimo treno per Mario». Non è vero. Ci sarà sempre qualcuno a concedergli un passaggio, in autobus, con l'autostop. È una questione sentimentale, una questione d’amore. E qualche volta fa un po’ male.

 

Nell'immagine in evidenza, Balotelli ad Anfield nel dicembre 2014, contro lo Swansea. Clive Brunskill/Getty Images


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