Calcio

Revolutionary Road

Dieci precedenti di piccole squadre diventate "re per una notte": quando i pronostici si azzerano e le big vanno incontro a figuracce.

MADRID, SPAIN - NOVEMBER 10: AD Alcorcon players jump off the bench celebrating after eliminating Real Madrid at the end of the Copa del Rey fourth round, second leg match between Real Madrid and AD Alcorcon at the Estadio Santiago Bernabeu on November 10, 2009 in Madrid, Spain. Real Madrid won the match 1-0 but got eliminated from the Copa del Rey by the third Division Spanish League team losing 4-1 on aggregate. (Photo by Jasper Juinen/Getty Images)

Inghilterra, Spagna, Germania, Francia, Olanda. Un po' in tutta Europa è tempo di Coppe nazionali, con le big che entrano in corsa. Tutto facile? Non proprio, a giudicare da questi precedenti.

Hereford-Newcastle 2-1. FA Cup 1971/72

I lettori del Guardian l’hanno votata miglior partita nella storia della FA Cup, il magazine FourFourTwo si è accodato parlando di “the FA Cup's greatest-ever upset”. C’è tutta la magia del calcio inglese in quel replay del terzo turno disputato all’Edgar Street il 5 febbraio 1972. Cinque rinvii per pioggia, un terzino (Roger Griffiths) che ha giocato con la gamba rotta, un poliziotto che al pareggio dell’Hereford ha dato il via all’invasione di campo, il successo di un club di Non-League (5° livello del calcio inglese), il lago di fango dal quale Ronnie Radford a 5 minuti dalla fine ha scoccato un missile finito sotto l’incrocio dei pali, portando il match all’extra time. Rocket from the Mud, lo hanno ribattezzato, e per anni ha fatto parte della clip iniziale di Match of the Day. Una rete che ha fatto dimenticare a Grenville Smith, police constable numero 578, di essere in servizio, così ha gettato il cappello al cielo ed è corso in campo, seguito da un centinaio di persone. Scena ripetutasi al minuto 103 dopo il gol di Ricky George, entrato in campo per il citato Griffiths. This is England.

Alcorcón-Real Madrid 4-0. Copa del Rey 2009/10

Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano. E Borja Perez una formica lo era davvero, quantomeno al cospetto del Real Madrid. Da ragazzino aveva anche studiato alla casa blanca, ma il livello per lui era troppo alto. Essere scaricato però non piace a nessuno, e così ogni volta che l’ex canterano si imbatteva nelle merengues, qualche graffio lo lasciava volentieri. Un paio con il Leganés (Copa del Rey 03/04), altri due con l’Alicante (Copa del Rey 07/08), fino alla pugnalata finale passata alla storia come Alcorconazo. Protagonista l’omonimo club di una cittadina, Alcorcón, sita nella comunità autonoma di Madrid, che la sera del 27 ottobre 2009, nel piccolo Estadio Santo Domingo, rifila 4 reti in 53 minuti al Real Madrid. L’Alcorcón milita in Segunda B, la terza serie del calcio spagnolo, e vanta un monte stipendi annuo pari a un milione di euro, contro i 110 dei madridisti. I blancos non schierano le riserve, bensì – giusto ricordarlo – Dudek, Arbeloa, Albiol, Metzelder, Drenthe, Mahamadou Diarra, Guti, Van der Vaart, Granero, Raúl e Benzema, con Gago, Marcelo e Van Nistelrooy entrati nel secondo tempo. Ma il vero galactico è Borja Perez, che apre e chiude le marcature. Nel mezzo, autorete di Arbeloa e gol di Ernesto. Il tecnico Pellegrini invita i suoi alla remuntada al Bernabeu. La risposta sarà un pallido 1-0.

Calais-Bordeaux 3-1. Coupe de France 1999/2000

Una coppa alzata dai capitani di entrambe le squadre finaliste, Mickael Landreau del Nantes e Reginald Becque del Calais. Un omaggio che i primi hanno voluto riconoscere agli sconfitti, arrivati allo Stade de France di Parigi per l’ultimo atto dopo aver superato 13 turni. Nei primi mesi del 2000 il Calais, da anonimo club che stazionava a metà classifica in quarta divisione, era diventato la seconda squadra di ogni francese. Dilettanti tutt’altro che allo sbaraglio, sulla loro strada avevano incontrato società di Ligue 1 quali Lille, Strasburgo e Bordeaux, e le avevano battute. I girondini erano campioni nazionali in carica, e annoveravano tra le proprie fila il quartetto Ramé-Micoud-Wiltord-Dugarry, che un paio di mesi dopo avrebbe festeggiato la vittoria a Euro 2000. Ma il Calais resiste tenacemente e porta la partita ai supplementari, sbloccandola con Jandau, uno che lavora per il club come impiegato. 8 minuti dopo pareggia Laslandes, eppure Les Sangs et Ors trovano ancora la forza per un nuovo sorpasso, firmato dal maestro elementare Millien. Allo scadere Gerard fa 3-1. Paese in visibilio per la cenerentola Calais, che passa in vantaggio anche in finale, salvo poi arrendersi al 90’, punita da un rigore dubbio.

Vestenbergsgreuth-Bayern Monaco 1-0. DFB Pokal 1994/95

Bitte. Danke. Vestenbergsgreuth. Queste, secondo la Bild-Zeitung, le uniche parole imparate da Giovanni Trapattoni durante le prime settimane da allenatore del Bayern Monaco. Parole intinte nel curaro, ma il Trap l’aveva davvero combinata grossa il 14 agosto 1994 al Frankestadion di Norimberga, diventato per un giorno la casa di una sconosciuta squadra squadra di Regionalliga proveniente da un villaggio di 400 abitanti della Franconia. Dilettanti puri, quelli del Vestenbergsgreuth. Ci sono medici, studenti, elettricisti, impiegati di banca, poliziotti. Come avversari si ritrovano Kahn, Matthäus, Papin, Scholl, Babbel, Hamann, e non possono fare altro che chiudersi a riccio in attesa di tempi migliori, che arrivano al minuto 43 quando Roland Stein, di professione meccanico, trova sottomisura il tap-in vincente su cross di Wolfgang Hüttner. I campioni di Germania in carica, con metà squadra in ritardo di preparazione, reagiscono tardi e male, sbattendo puntualmente contro il portiere Scherbaum. E quando al 3’ di recupero Papin lo supera con un pallonetto, Lanz con un disperato salvataggio calcia il pallone sul palo. «Adesso dovremo convivere con la vergogna», dichiara Matthäus a fine gara. Per evitare che qualcuno dimentichi, il Vestenbergsgreuth fa scolpire un piccolo cippo, dall’aspetto alquanto lugubre. Come l’atmosfera che si respirava a Monaco di Baviera in quel primo scorcio di gestione trapattoniana.

Bournemouth-Manchester United 2-0. FA Cup 1983/84

7 gennaio 1984: il terzo turno di FA Cup si presenta come una mera formalità per il Manchester United di Ron Atkinson, detentore del trofeo e in lotta per il titolo in First Division, contro una squadra come il Bournemouth che arranca al 21esimo posto due livelli più sotto, in Third Division. Da un paio di mesi alla guida dei Poppies c’è un giovane tecnico emergente, Harry Redknapp, ex assistente di Don Megson, licenziato con la squadra sull’orlo del baratro. Nulla di cui preoccuparsi per i Red Devils, anche se un piccolo campanello di allarme era suonato 19 giorni prima, quando un altro club di Third Division, l’Oxford United, li aveva buttati fuori dalla Milk Cup (così era chiamata la Coppa di Lega). Nei primi minuti di gioco l’olandese Muhren calcia alta una punizione dal limite che solitamente avrebbe insaccato a occhi chiusi. I campanelli si moltiplicano, ma non scuotono gli uomini di Atkinson dal mix di torpore e autosufficienza che accompagna le loro azioni. Il resto lo descrive benissimo il Guardian. «Gary Bailey, girovagando in area come un ubriaco che tenta di prendere il bus, e Bobby Robson, muovendosi come un ubriaco che invece il bus l’ha perso, regalano gloria a Milton Graham e Ian Thompson. 2-0 e tanti saluti a Big Ron».

Mirandés-Espanyol 2-1. Copa del Rey 2011/12

Un bancario così lo avrebbe apprezzato persino Podemos, ma nel gennaio 2012 il movimento non era ancora nato. Il direttore di banca più amato di tutta la Spagna: così era ribattezzato all’epoca Pablo Infante, un tizio che si smazzava 50 chilometri al giorno per raggiungere il posto di lavoro, e altri 50 per rientrare a casa, preparare la borsa e raggiungere l’Estadio Anduva per gli allenamenti. Infante era la stella del Mirandés, club di Segunda B spagnola (equivalente alla nostra LegaPro) che nell’edizione 2011/12 di Copa del Rey aveva già eliminato Villarreal e Racing Santander. Poi era andato al Cornellà-El Prat di Barcellona e gli avevano negato due rigori solari: Espanyol-Mirandés 3-2. Infante non si sentiva così frustrato nemmeno quando rimaneva imbottigliato nel traffico su una delle autovìe in uscita da Miranda de Ebro. E dal momento che nel Mirandés tutto gli gira attorno, non può che toccare a lui indicare ai compagni la via per la remuntada nel ritorno all’Anduva, prima pareggiando la rete di Rui Fonte, poi servendo al minuto 92 la palla per il gol decisivo di Caneda. Puro orgoglio. Purtroppo il sorteggio delle semifinali abbina il Mirandés con un club che sulla parola orgoglio ha costruito la propria esistenza, l’Athletic Bilbao. Fine della favola.

Milan-Modena 0-1. Coppa Italia 1961/62

Edizione atipica di Coppa Italia, vinta per la seconda e ultima volta da una squadra di B, il Napoli. Il primo botto arriva però il 15 ottobre 1961 a San Siro, dove il Milan di Nereo Rocco (ma il Paròn è assente perché si trova a Cardiff per visionare l’attaccante del West Ham Phil Woosnam, e quindi panchina affidata al suo vice Marino Bergamasco) ospita il Modena fresco neo-promosso in Serie B. Tra i rossoneri rientra l’oggetto misterioso Greaves – che tale rimarrà per tutta la durata dell’incontro; per il resto formazione sperimentale con Barison retrocesso dall’ala ad esterno basso e conseguente spostamento di Trebbi sulla fascia opposta, a destra. Il terzino David infine gioca da libero. Primo tempo anemico, con tentativo di autogol di Barison (palla sul palo) e traversa del rossonero Pivatelli. Nell’intervallo Rivera rimane negli spogliatoi in favore di Ferrario, e nel Milan la luce si spegne completamente. I canarini prendono coraggio, Barison atterra ingenuamente in area Leonardi: rigore netto, trasformato da Cuttica, uno dei protagonisti della promozione dalla C. Per il Modena ne arriverà un’altra a fine stagione, ma anche il Milan farà festa per la conquista dello scudetto numero 8.

Lusitanos-Bordeaux 2-0. Coupe de France 2001/02

A Saint-Maur-des-Fossés, nel nord della Francia, una nutrita comunità di portoghesi fonda, nel 1966, l’Union Sportive des Lusitanos. Fuggivano dal pumbleo regime di Antonio de Oliveira Salazar e da un Portogallo dove mancava tutto: soldi, lavoro, libertà. Calcio come svago, ma anche come momento di aggregazione per combattere la nostalgia di casa. Le cose si fanno serie il 19 gennaio 2002, ai 16esimi di Coppa di Francia, quando questi amatori franco-portoghesi incrociano i tacchetti contro il Bordeaux di Dugarry, Pauleta, Ramè e Dhorasoo. Dopo un inizio disarmante, con i girondini che schiacciano i Lusitanos nella loro metà campo e creano palle gol in serie, il modulo 3C (catenaccio-contropiede-calci) adottato dai padroni di casa inizia a funzionare, aiutato anche dalla pioggia. Doudou Kamada colpisce al minuto 19, Dugarry si innervosisce per le continue botte, Pauleta ha un moto di solidarietà nei confronti dei connazionali e decide di scomparire dalla partita. Allo scadere raddoppia Pimenta. Quando l’arbitro annuncia 10 minuti di recupero, sulle tribune del Dominique-Duvauchelle di Creteil un tifoso viene colto da malore. «Siamo passati», gli diranno una volta ripresa conoscenza.

Juventus-Bari 1-2. Coppa Italia 1983/84

Tra il 1982 e il 1985, la Juventus vinse tutto quello che c’era da vincere: scudetto, Coppa Campioni, Coppa Italia, Coppa delle Coppe, Supercoppa Europea. Era una squadra zeppa di campioni, che mandava in campo gente come Platini e Boniek, più l’ossatura dell’Italia che vinse i Mondiali del 1982, Rossi, Scirea, Tardelli, Cabrini, Gentile. Nel 1983/84, i bianconeri, allenati allora da Giovanni Trapattoni, uscirono a sorpresa dalla Coppa Italia, agli ottavi contro il Bari, che militava in Serie C1. All’andata, a Torino, i pugliesi si imposero per 2-1: in svantaggio con una rete di Messina, la Juve pareggia i conti nella ripresa con Scirea. Proprio allo scadere, arriva il 2-1 del Bari, con un gol di Totò Lopez. Al ritorno, il Della Vittoria è una bolgia: la Juve va ancora sotto, con un rigore di Messina. Servono tre reti ai bianconeri per qualificarsi, che si scrollano e segnano due volte, prima con Platini e poi con Tardelli. Si andrebbe ai supplementari, ma all’ultimo minuto Scirea atterra Sola: Lopez va sul dischetto e trasforma, regalando la qualificazione al Bari, che si sarebbe arreso solo in semifinale contro il Verona.

Jong Ajax-Twente 2-1. KNVB Beker 2001/02

Forse è un record, forse no, ma una squadra Primavera in semifinale di coppa rimane un evento rarissimo. Nella stagione 2001/02 lo Jong Ajax sembra un casting di Saranno Famosi: ci sono Sneijder, Stekelenburg, Nigel de Jong, Heitinga, Pienaar, Nando Rafael, Krohn-Dehli, Quansah, Pasanen, Culina, Van Damme, Stefano Seedorf. Futuri campioni i primi, titolari di un’onesta carriera pro gli altri. Comunque, tanta roba. L’ottavo contro il Twente del 12 dicembre 2001 è il sesto turno di coppa che i piccoli ajacidi si trovano ad affrontare. In quello precedente avevano eliminato il De Graafschap, club di Eredivisie, e anche i Tukkers vengono puniti dai ragazzini di terribili di Amsterdam grazie a un colpo di coda nel finale: al 90’ pareggia Culina, nei supplementari Stekelenburg abbassa la saracinesca e il brasiliano Walker realizza il penalty del sorpasso. Proprio Americo Fronio Walker, centrale/mediano alla Rijkaard di grande temperamento e personalità, sembrava il giocatore più pronto per una carriera di alto livello, tanto che all’epoca nell’ambiente era più quotato di Sneijder. Una classica storia di calcio giovanile. Lo Jong Ajax uscirà dalla competizione imbattuto, superato in semifinale solo ai rigori dall’Utrecht di Dirk Kuijt. Se fosse passato, l’ultimo atto sarebbe stato una partita in famiglia con la casa madre.

 

Nell'immagine in evidenza, i giocatori dell'Alcorcón esultano al termine della gara contro il Real Madrid, nel 2009. Jasper Juinen/Getty Images


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