«Inseguivo la droga, non l’Nba»

La difficile infanzia di Caron Butler, raccontata nella sua autobiografia. I soldi facili, il riformatorio, un agente di polizia che gli cambiò la vita.
di Redazione Undici 09 Dicembre 2015 alle 13:15

«Essere come Michael Jordan? Io volevo essere Junebug. Volevo essere uno spacciatore, non una stella Nba». Lo racconta Caron Butler, giocatore di Nba da 13 anni e oggi ai Sacramento Kings, nella sua autobiografia Tuff Juice. «Da bambino, puoi andare a scuola otto ore al giorno, ma non vedi risultati immediati. Se invece stai per strada a vendere droga, in quattro o cinque ore riesci a guadagnare 1500 dollari».

Butler, che nel 2011 ha vinto l’anello con i Mavs e vanta due convocazioni all’All Star Game in carriera, è nato nel 1980 a Racine, in Wisconsin, uno dei più grandi mercati americani della droga. È lì che viene a contatto con il pusher Junebug: «Viveva secondo quelle che sarebbero state le mie regole. Quando lo incontrai, mi disse: “Non sono mai stato schiavo della droga. Sono schiavo del denaro”. Quando avevo quindici anni, un sacco di miei amici si drogavano. Ho provato la marijuana poche volte, ma non ne sono mai stato dipendente. La vendevo, ecco tutto».

Le top 10 schiacciate della carriera di Caron Butler.

Cresciuto senza un padre, la figura di riferimento di Caron divenne suo zio Carlos, trafficante di droga: ne vedeva il suo stile di vita, il suo portafogli sempre pieno, e cominciò ad emularlo. Butler cominciò a spacciare all’età di 11 anni, in un parco vicino casa: il primo giorno portò a casa 38 dollari. All’età di 15 anni, Butler era già stato fermato dalla polizia per ben 14 volte, sempre per possesso di droga. Qualche mese dopo, finì in un riformatorio, mentre la polizia aprì una scheda su di lui: tra le implicazioni giudiziarie, oltre alle sostanze stupefacenti, figurava anche la detenzione illegale di una pistola calibro 32.

In riformatorio, Butler ci rimase per undici mesi. Da subito fu protagonista di una rissa con un coetaneo di una banda rivale, che gli costarono 15 giorni di isolamento in una cella senza finestre, con appena un’ora d’aria in tutta la giornata. Nel 1996, quando ne uscì, promise a sua madre che non sarebbe più finito nei guai.

Qualche tempo dopo, mentre Caron dormiva, la polizia irruppe a casa sua. Era rimasto fuori dal giro della droga, ma la polizia trovò comunque del crack in casa. Butler, piangendo, continuava a professare la sua innocenza: la colpevolezza gli sarebbe costata 10 anni di carcere. Rick Geller, l’agente che comandava le operazioni di polizia, credette alle sue parole: al suo superiore disse che, se avessero arrestato quel ragazzino, avrebbero commesso uno degli errori più grandi.

Dieci anni dopo, in un’occasione di beneficenza, l’asso Nba incontrò Geller: «Mi disse perché prese quella decisione nella notte che cambiò il corso della mia vita. Gli sono estremamente grato».

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