Calcio

Kolo viola

Due storie diverse che, per molti versi, si somigliano: Iličić e Kalinić stanno trascinando la Fiorentina.

FLORENCE, ITALY - DECEMBER 20: Fiorentina players celebrate a goal scored by Josip Ilicic during the Serie A match between ACF Fiorentina and AC Chievo Verona at Stadio Artemio Franchi on December 20, 2015 in Florence, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Nella sua storia recente la Fiorentina ha visto passare croati e serbi, sloveni e montenegrini, e ancora è la società del campionato italiano con più rappresentanti dell'ex Jugoslavia. Se pure gente come Jovetić, Ljajić, Savić e Nastasić oggi gioca altrove, la rotta continua a puntare verso Est. Per chi è rimasto, per chi si è aggiunto, ma soprattutto perché la Fiorentina di Paulo Sousa ha due pedine fondamentali in Josip Iličić e Nikola Kalinić.

24 giorni. L'intervallo fra la nascita dell'uno e dell'altro. Stesso anno, stesso mese. E un percorso completamente diverso, prima di trovarsi con la stessa maglia. Iličić ha origini croate, è nato in una città (Prijedor) appartenente alla parte serba della Bosnia ed Erzegovina, ed è cresciuto in Slovenia. All'epoca, il 29 gennaio 1988, era tutta Jugoslavia. Kalinić è di Solin, Croazia. La capitale della Dalmazia sotto l'Impero romano, il luogo di nascita di Diocleziano. Ci è nato il 5 gennaio 1988. Entrambi vengono dalla malinconia delle promesse non mantenute. Entrambi sembrano pronti ad affermarsi quando nessuno li considerava più. È grazie a loro se la Fiorentina è tornata ai vertici del campionato, addirittura con un passaggio solitario in vetta dopo 16 anni. E il loro grande avvio personale è strettamente legato all'intesa che hanno costruito sul campo.

Un gol di Iličić in Fiorentina-Chievo, festeggiato (Gabriele Maltinti/Getty Images)

 

Se la fantasia è una cosa concreta: Josip Iličić

Quando arriva a Kranj, in Slovenia, con la madre e il fratello, Iličić ha un anno. È un profugo di guerra, e suo padre è appena morto. Molto tempo dopo verrà corteggiato dalla Croazia per giocare in Nazionale, e di fronte all'ipotesi rifiuterà quasi offeso. A seconda delle necessità trequartista, ala, seconda punta, addirittura interno di centrocampo, la statura inconsueta per il tipo di giocatore (190 cm) non disturba la sua eleganza. Mancino, ottimo tiratore, efficace nel dribbling, l'accusa che gli viene mossa tradizionalmente è di essere un incostante.

Nel suo caso, la classe non coincide con un estro fumoso. È un fantasista concreto, che non si perde in ghirigori ma cerca sempre la funzionalità nelle giocate. Le sue esultanze riflettono il carattere poco avvezzo al protagonismo: senza scene, senza ruffianerie, la dimostrazione d'aver fatto solo il proprio dovere. Per Iličić questa è la sesta stagione in Italia, quasi duecento presenze tra Palermo e Fiorentina. Fu preso dopo un preliminare di Europa League contro il Maribor, vinto dagli sloveni anche con un suo gol. Nell'arco di pochi giorni, in quell'agosto 2010, la sua carriera ha una svolta: debutto con la Nazionale maggiore e firma con i siciliani.

Le sue esultanze riflettono il carattere poco avvezzo al protagonismo

In realtà al Maribor era arrivato da poche settimane, dopo due stagioni all'Interblock Ljubljana (la prima sotto la guida di Alberto Bigon). A giugno 2010 l'esperienza con quella che ha definito «squadra di ragazzini» è conclusa, lui guarda in tv il fallimento della Slovenia ai Mondiali. Ha ventun anni, fa un provino con un club moldavo, addirittura riflette se mollare il calcio e ripiegare sul calcetto. Il passaggio al Maribor è improvviso e gratificante. Dai viola di Slovenia viene accolto con grande fiducia, e ne resta talmente colpito che anni dopo accetterà la Fiorentina «anche per il colore». Ma altrettanto improvvisa è la sua cessione, un'incredibile plusvalenza: pagato a luglio centomila euro circa, ad agosto Iličić vale oltre due milioni. Il ds del Maribor, colui che lo ha voluto e gli ha fatto superare la fase più critica, è stato il più forte calciatore nella storia della Slovenia: Zlatko Zahovič. Trequartista con una tecnica sublime e un carattere difficile, nel 2000 abbandonò la Nazionale a Mondiale in corso, dopo una clamorosa lite col ct Katanec. Di certo Iličić non è Zahovič. Lo ricorda magari per il ruolo e per i contrasti con Katanec, tornato ct nel 2013. Non è riuscito a emularlo, nello spareggio Slovenia-Ucraina che replicava il confronto di sedici anni prima fra le stesse Nazionali: nel novembre '99 Zahovič fu decisivo per l'accesso a Euro 2000, nel novembre scorso Iličić non ha evitato la disfatta.

Best of Josip Iličić, 2015/16

In rosanero Iličić resta tre anni a corrente alternata, fra periodi anonimi e gioie da trascinatore (la fascia di capitano, una doppietta nel derby col Catania). E nelle prime due stagioni alla Fiorentina, che per lui paga 9 milioni, il copione sembra lo stesso: intermittenza, lampi felici, delusioni. I tifosi lo fischiano. Montella gli dà poco spazio. «Non ha fame» lo accusa Katanec, che lo esclude dai convocati. Lui risponde opponendo il suo orgoglio e la personalità che, secondo l'ex compagno Miccoli, è quella di un leader. Con la nuova stagione, di colpo, si è imposto come in pochi si aspettavano fosse in grado di fare. Gol, assist, intensità. Ma soprattutto la costanza che sempre gli era mancata. Paulo Sousa, che in estate aveva posto il veto sul suo trasferimento, lo schiera sulla trequarti, alle spalle di Kalinić, lasciandolo libero di svariare ma anche esigendo sacrificio in fase di non possesso.

Oggi il rapporto con Firenze sembra aver trovato la chiave giusta. Al tempo stesso la crisi con Katanec è rientrata: a marzo il ct lo aveva inserito di nuovo fra i convocati, a ottobre lo paragonava all'ex compagno Roberto Mancini. Il mancato accesso agli Europei della prossima estate non toglie l'impressione che la Slovenia sia una squadra in crescita. E Iličić potrebbe avere la forza di portarla ai Mondiali del 2018.

Iličić, in gol contro il Chievo Verona, dicembre 2015 (Gabriele Maltinti/Getty Images)
Iličić, in gol contro il Chievo Verona, dicembre 2015 (Gabriele Maltinti/Getty Images)

 

Il bomber insicuro: Nikola Kalinić

A inizio stagione ci si chiedeva chi fosse. In questo momento è l'attaccante rivelazione del campionato, già da gennaio in doppia cifra. Una leggenda del calcio croato, Zvone Boban, si è spinto a dire che i suoi gol possono portare lo scudetto a Firenze. Prima punta di manovra, fisico, generoso in appoggio ai compagni e in pressing sulle difese avversarie. Ma non paragonabile ai grandi centravanti di peso. Sempre in cerca della profondità, svelto, abile a prendersi gli spazi. Ma non paragonabile ai grandi attaccanti di movimento. Altruista senza essere un vero assist-man, finalizzatore senza essere (finora, almeno) il bomber da venti reti e più. Perderà i confronti ma il suo è equilibrio, non irresolutezza.

La Croazia si è qualificata a Euro 2016 senza bisogno di spareggi. Lui aveva esordito a vent'anni con Bilić, che lo definiva «il futuro della nazionale croata». Da allora è stato nel giro, pur senza partire quasi mai dall'inizio (7 gol in 24 presenze, ma 910 minuti effettivi). La mancata convocazione a Euro 2012 e i lunghi mesi senza Nazionale (dall'autunno 2013 al giugno scorso) si spiegano con gli inciampi del suo percorso nei club. L'arrivo a Firenze gli ha dato nuova luce. Il nuovo ct, Ante Čačić, addirittura sembra preferirlo a Mandžukić. In Francia, la prossima estate, potrebbe essere lui il titolare.

Kalinić esulta dopo un gol contro il Chievo (Gabriele Maltinti/Getty Images)

A ventun anni, Kalinić vale la bellezza di 7 milioni. Viene da 33 reti in due stagioni all'Hajduk Split e già ha esordito in Nazionale maggiore. Il Blackburn lo strappa alla concorrenza internazionale. In Inghilterra però non si ambienta: per due anni gioca molto e segna poco (53 gare, 13 gol). I Rovers lo scaricano con il marchio del flop. È il 2011, lui sembra aver bruciato la sua possibilità. E torna all'Est. Va in Ucraina, al Dnipro, che non è la Dynàmo Kyïv né lo Šachtar Donec'k. Dnipropetrovs'k sembra un esilio, o almeno un brutale ritorno nella provincia del calcio europeo. Ci resterà per quattro anni. All'esordio, subentra a mezz'ora dalla fine, segna un gol e viene espulso. Tra il 2011 e il 2014 ha i numeri di un attaccante da campionato minore, a un certo punto nemmeno è più titolare. La quarta stagione è un'alzata di testa (19 gol), che da sola non basterebbe comunque a rilanciarlo.

Nel 2014/15 il Dnipro arriva in fondo all'Europa League. La prima tappa del percorso è il preliminare contro l'Hajduk: nel doppio confronto è decisivo il gol di Kalinić, che non esulta contro il club che l'ha cresciuto. Gli ucraini eliminano squadre come l'Ajax, il Napoli, e il Basilea di Paulo Sousa. Kalinić segna anche il gol che apre la finale contro il Siviglia, persa poi in un rocambolesco 2-3. Senza l'exploit in una competizione europea, molto probabilmente non sarebbe mai arrivato alla Fiorentina. Che lo acquista, invece, per 5 milioni e mezzo. Molti per uno sconosciuto di ventisette anni destinato alla panchina. I compagni slavi lo aiutano a cercare casa e scoprire la città, mentre l'attenzione mediatica si disinteressa di lui.

Gol e molti colpi di tacco: Kalinić in Serie A

Pronti, via: alla conferenza di presentazione dice di ispirarsi a Drogba e Ibrahimović. Sembra la sparata di un presuntuoso, a ben vedere è il bluff di un insicuro. Perché deve rendersene conto, che questa seconda grande occasione è anche l'ultima. Perché da outsider sta caricandosi sulle spalle il numero 9 di Batistuta. In questo senso vanno altre dichiarazioni, più schiette. Come quando spiega di non poter ricordare l'avvio della trattativa per il trasferimento a Firenze («Ero entrato in agitazione»). O quando confida i pensieri che aveva da ragazzino all'idea di diventare calciatore: «Dentro di me non credevo di farcela». Pronti, via: alla sesta di campionato, contro l'Inter, esce da San Siro con tre gol, un assist e un rigore procurato. «È la migliore prestazione della mia vita» dice.

Pronti, via: 16 presenze, 10 gol e 5 assist. Esterni velenosi, colpi di testa, inserimenti in scivolata. La varietà del suo repertorio ha un filo rosso: in campionato finora ha sempre segnato con un solo tocco. Se non si volta a leggere il numero che ha sulla maglia, se non si ferma a sentire paragoni, se continua a guardare avanti, può mantenere una promessa di molti anni fa.

 

L'articolo è apparso sul numero 7 di Undici


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