Jordan travestito da Butler

53 punti contro Philadelphia: Jimmy Butler, dopo un'infanzia difficile e solitaria, è la nuova stella dei Bulls. Seguendo le orme di His Airness.
di Redazione Undici 15 Gennaio 2016 alle 12:36

Un numero: 53. Un sostantivo: punti. Un oggetto: la maglia dei Chicago Bulls. Messa così, la sagoma che si visualizza è quella di Michael Jordan, e chi altri. Fino ad oggi, fino a quando Jimmy Butler ne mette a referto 53 contro Philadelphia, prestazione super e utile per recuperare 24 punti ai Sixers e piegarli all’overtime 115-111. Così tanti punti, da parte di un giocatore dei Bulls, non si vedevano da MJ, anno di grazia 1996, e nessuno a Chicago, dal 2004, era riuscito a toccare quota 50 (l’ultimo era stato Jamal Crawford).

I 53 punti contro Philadelphia

Il career high di Butler (più 10 rimbalzi, 6 assist, 50% al tiro) segue immediatamente un’altra impresa realizzata non più di dieci giorni fa contro Toronto: segnarne 40 nel secondo tempo, cosa di cui non era stato in grado nemmeno – udite udite – Sua Maestà Air Jordan, che si era fermato a 39 (contro i Bucks nel 1989). Dopo quella partita, Butler si affrettò a dire: «Non paragonatemi a Jordan, non voglio che lo facciate perché altrimenti la gente inizierebbe a pensare che ho l’arroganza di volermi accostare a MJ. Non sarò mai grande come Michael».

40 punti nel secondo tempo contro i Raptors

Una storia di riscatto. A 13 anni Butler fu cacciato di casa dalla madre. «Non mi piace il tuo aspetto, vai via». Queste sono le ultime parole che Butler ricorda di averle sentito dire. Non aveva dove andare, né soldi con cui mantenersi: così dovette vivere per strada, e quando poteva dormiva a casa di amici. Anni in cui fu costretto a sopravvivere, anziché vivere, ma con un obiettivo in testa: «L’Nba era il mio obiettivo, vivevo per arrivarci». Grazie al basket conobbe Jordan Leslie, e fu accolto nella sua famiglia.

Negli anni della Tomball High School, mise in mostra tutto il proprio talento, sfornando prestazioni da 30-40 punti e diventando il punto di riferimento della squadra. Il passo successivo fu accettare l’offerta dell’Università di Marquette, scartando numerose soluzioni come Kentucky, Mississippi e Iowa State. Dopo un primo anno non esaltante, Butler giocò due annate importanti, chiudendo l’ultima con 15,7 punti di media e diventando eleggibile per l’Nba Draft del 2011. Tra le lacrime, disse: «Di me hanno sempre dubitato. Mia madre. Al collegio, dove dicevano che ero troppo basso. E ora pensano che non vada bene per l’Nba. Ma io ho imparato che tutto è possibile, e niente mi carica di più di qualcuno che dubita di me».

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