Calcio

Mister Ranieri

Un'intervista al mister del Leicester: di lui dicevano che avesse chiuso con il calcio, invece Claudio Ranieri ha costruito una squadra seduta al tavolo delle big.

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Qui nacque e parò Peter Shilton, il portiere con le sopracciglia più folte del curriculum. Qui nacque e segnò Gary Lineker, il suddito della Corona che più di ogni altro onorò l’Inghilterra nel Mondiale in cui Maradona divorò bandiere, leoni e simboliche rivincite fuori tempo massimo. In Messico, nel 1986, a confondere il profilo della Coppa disegnata da Silvio Cazzaniga con quello delle Falkland, Claudio Ranieri non c’era. L’isola di allora, «la prima in assoluto», si chiamava Lamezia Terme. Quella di oggi, trent’anni dopo, con la preistoria calabrese non ha in comune soltanto la lettera iniziale della città, ma una filosofia da cui Ranieri non ha mai derogato: «Puoi vincere o perdere, puoi giocare bene o giocare male, l’importante è mettercela tutta, lottare su ogni pallone, non uscire dal campo con la sensazione di aver dato la metà di quanto avresti potuto».

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Novembre se ne è andato. L’aria è umida. Eccitata. I poster di Vardy, ex operaio ed ex mestierante riemerso dalla quinta serie per diventare dio, sono ovunque. Pub, edicole, bandiere alle finestre. Leicester, la Leicester delle mille etnie, del Rugby e dei cori polifonici: “Ranieri, Ranieri, Ranieri, he’s taking us to Europe, that’s the way we like it” ha aspettato il Manchester United in pieno centro, al City Stadium e lo ha fermato sotto un cielo scuro davanti a trentamila persone prossime a levitare. Il Leicester è primo. In estate, a partire dai più stretti familiari di Ranieri, non c’era uno che potesse prevederlo. Claudio da Testaccio, l’ultimo della nidiata: «Il più fortunato, il primo figlio di una famiglia di lavoratori che oltre a dare una mano con le consegne della ditta, poteva giocare anche a pallone senza sentirsi in colpa». Dice che a Leicester, a un’ora da Londra dove è cresciuto lo scrittore Julian Barnes e dove in molti, spiegando il senso di una fine che non c’era, lo raccontavano come un bolso condottiero giunto a strappare l’ultimo contratto di un’onorata carriera sta benissimo. Non ha vendette da consumare né magie da promettere: «Così non può durare, per ora ce la godiamo, progettiamo e stiamo calmi. Tra 3 anni magari, quando i giovani cresceranno, potremo competere con i dominatori della Premier. Adesso aspettiamo, facciamo un bel respiro e non perdiamo la concentrazione».

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Dopo l’infelice esperienza con la Grecia, dicevano che lei fosse stato ferito a morte.

Ne hanno dette tante, ma la verità è che alla Grecia non mancava soltanto un bravo allenatore, mancava tutto il sistema. Un tecnico da solo non è niente. Per ottenere risultati c’è bisogno di tutti e in Grecia, tra il ritiro della vecchia generazione dei Karagounis e dei Katsouranis e i tempi stretti, ammetto di essermi sentito solo. In tre mesi ho potuto stare con i giocatori soltanto 15 giorni. In certe condizioni essere utili è difficile, risolutivi impossibile.

Non si rimprovera niente?

Sono sempre molto critico con me stesso e non conosco autoindulgenza, quindi sì, qualcosa mi rimprovero.

Che cosa?

La fretta di scegliere. Allenare una Nazionale era una mia vecchia aspirazione. Forse avrei dovuto riflettere meglio, aspettare, valutare più a fondo vantaggi e svantaggi di un’avventura senza rete. Ho sbagliato.

Nel suo mestiere l’unica rete sono i risultati.

Ho iniziato nel 1986 e alleno da trent’anni. A volte ho fatto male, altre non sono riuscito a far quadrare i conti. Accetto tutte le critiche, non la malafede.

O posso lavorare come dico, oppure arrivederci e grazie. Posso stare antipatico, ma tutto ciò che ho ottenuto l’ho ottenuto da solo

Prima tappa, Lamezia. Campionato Interregionale. Come già detto, 1986.

Arrivai in un clima di restaurazione. Il presidente aveva allontanato qualche personaggio poco raccomandabile dalla società e mi aveva dato carta bianca. Avevo appena smesso di giocare, conoscevo il Sud e la Calabria, mi trovai subito benissimo. Dopo tre mesi stupendi, quando eravamo primi in classifica, me ne andai.

Perché?

Le condizioni erano cambiate. I personaggi allontanati in precedenza erano tornati in società. Andai dal presidente: «I patti non erano questi», dissi. «Evidentemente non ha più bisogno di me».

Un bel caratterino.

Un carattere, che è una cosa diversa. Io la mattina ho bisogno di guardarmi in faccia senza dovermi sputare. È un’esigenza che ho sempre avuto. Una linea di confine. Non l’ho mai oltrepassata.

Cosa c’era oltre il confine?

Il rispetto per se stessi. La forza – credo – del mio carattere. Non mi sono mai piegato e quando un progetto non mi convinceva o cambiava di segno, me ne sono sempre andato. Ho solo chiesto, ovunque andassi, di poter sviluppare le mie idee. Quando non è stato possibile, ho salutato.

Prima tavola del decalogo ranierano?

O posso lavorare come dico, oppure arrivederci e grazie. Posso stare antipatico a qualcuno, ma tutto ciò che ho ottenuto l’ho ottenuto da solo. Non sono salito né sui carri né sui carretti.

Da Lamezia emigrò a Pozzuoli.

Alla terza di campionato incontriamo il Cagliari. È appena retrocesso in Serie C, è la squadra più forte, quella da battere, l’indiscussa regina del torneo. Li vedo riscaldarsi, i calciatori sardi. Sono distratti, svogliati, supponenti. Pensano si tratti di una pura formalità. Vado dai miei e gli parlo come mi sarebbe piaciuto che mi parlasse un fratello maggiore: «Ragazzi, guardate bene i vostri avversari. Guardateli negli occhi: pensano di essere ancora in Serie B, non svegliateli da quel sogno».

4 Ottobre 1987, Stadio Domenico Conte di Pozzuoli, quartiere di Arco Felice. Campania Puteolana-Cagliari 1-0. Dai palazzi intorno al campo, la partita si vede meglio che in tribuna. 

Venni esonerato, richiamato e alla fine dell’anno retrocedemmo. Ma quella partita fu importante perché Tonino Orrù, il Presidente del Cagliari, rimase colpito da quella sconfitta. A metà stagione, quando la sua squadra si trovò nell’inattesa mediocrità, pensò a quel pomeriggio di Pozzuoli e decise di puntare su di me. Fissammo un appuntamento a Roma. Ero convinto si trattasse di uno scherzo e quando vidi Orrù in carne ed ossa restai sorpreso. Cagliari è stata fondamentale.

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Tre anni dopo arrivò la chiamata del Napoli.

Con Orrù c’era un patto tra gentiluomini. Se fosse arrivata una chiamata importante sarei stato libero di andare via. La chiamata arrivò e Orrù mantenne la parola.

Era il primo Napoli demaradonizzato. Diego aveva chiuso con la Serie A in marzo, dopo il controllo antidoping seguito a una mesta sfida con il Bari.

Il fantasma di Maradona era ingombrante. Nel provare ad attenuare il dolore popolare, un dolore che si poteva respirare, avvertire, toccare, Gianfranco Zola fu francamente straordinario.

Nella stagione 1991-1992, lei lo schierò in 34 occasioni.

Non ho mai avuto il problema di uccidere la fantasia. Ho allenato Zola, ma anche Totti, Rui Costa, Del Piero e Francescoli. Con quei campioni mi sono trovato benissimo e credo che loro possano dire lo stesso.

Ci dica perché…

Gliel’ho già detto. Ho sempre cercato di dare un’organizzazione cercando di integrare la fantasia nell’equilibrio, il colpo di genio nell’insieme, il guizzo singolo nel lavoro in comune. Il tutto, tenendo presente un assunto fondamentale.

Quale, Ranieri?

Il calcio è dei talenti, il calcio è anche e soprattutto imprevedibilità e i campioni devono essere liberi di fare quello che gli riesce meglio. Inventare, trovare il colpo utile a cambiare il corso di una gara, provare a immaginare una soluzione a cui non ha pensato nessun altro.

Che calciatore era Claudio Ranieri?

Da ragazzo avevo ambizioni da attaccante, ma non segnavo mai. Così Luciano Tessari, storico vice di Liedholm che già alla fine degli anni ’60 era il secondo di Helenio Herrera alla Roma, mi fece la proposta indecente: «Ma se ti chiedessi di giocare in difesa?».

E lei ubbidì?

Valutai l’opportunità e la sperimentai senza mai pentirmene. Da dietro vedi tutto, da dietro capisci meglio le cose, il gioco, il calcio.

Quando vedo gente che non ha la testa per sostenere il dono che ha avuto, io mi incazzo

Qual è il suo metodo? Quale il calciatore che con lei non gioca mai?

Quello che si specchia nel proprio talento e lo disperde. Non sono moralista e non sono un poliziotto. Non mi troverà mai sull’uscio di casa a controllare se il mio centravanti va a dormire all’ora giusta né a controllare se il portiere passa la notte in discoteca. Dopo i diciott’anni ognuno è responsabile delle proprie azioni.

E chi non si dimostra responsabile?

Peggio per lui. Ho visto e continuo a vedere tanti calciatori perdersi e mi dispiace. Anzi, di più. Quando vedo smarrirsi un bravo calciatore io divento pazzo. Quando vedo gente che non ha la testa per sostenere l’immenso dono che madre natura gli ha donato, io mi incazzo.

È vero che nel calcio ha pochi amici?

Verissimo.

Perché?

Perché nel calcio un giorno sei di qua e l’altro ancora di là. Però la domanda è equivoca. Avrebbe dovuto chiedermi: «Ha conservato qualche amicizia nata sui campi di calcio?».

E lei cosa avrebbe risposto?

Che qualche amico, qualche meraviglioso amico dei tempi in cui giocavo a Catanzaro, è una parte importante della mia vita. Siamo un gruppetto affiatato, da Pellizzaro a Palanca, ogni anno, passiamo insieme qualche giorno.

Quando Massimo Palanca, piede da fiaba numero 37, batteva i suoi calci d’angolo, Claudio Ranieri dov’era?

Nell’area avversaria, a disturbare il portiere. Bisognava salvarsi, non mi pento di niente, è andato tutto in prescrizione (ride).

Cosa non va in prescrizione?

I ricordi. Ho sempre guardato avanti stando molto attento a non dimenticare mai niente.

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I suoi presidenti li ricorda? Partiamo da Cecchi Gori.

Incontrai Marione, il patriarca, nel ’93 a Saxa Rubra. All’epoca, un po’ diversamente da oggi, vedere le partite in bassa frequenza negli studi Rai era un gran lusso.

Non proprio come andare allo stadio.

Ma io allo stadio non volevo andare.

Perché?

Perché ero certo che facendomi vedere in tribuna sarebbero immediatamente iniziate le illazioni sulla panchina del collega di turno, i titoli di giornale: “Ranieri pronto a subentrare?”, il tipico teatro dell’assurdo di un mestiere che solido, per definizione, non è mai.

Che mestiere è il suo?

Un mestiere incerto. Mentre voli, non sai mai se il paracadute si aprirà o meno. Certezze non ce ne sono.

Eravamo a Cecchi Gori.

Parlammo, ci piacemmo, dopo Mario incontrai anche Vittorio e in breve mi ritrovai a Firenze.

Cosa pensa di Vittorio Cecchi Gori?

Gli ho voluto bene, penso che abbia pagato soprattutto l’entusiasmo da tifoso. Alla Fiorentina Vittorio teneva veramente.

Ranieri il cosmopolita. Valencia, Madrid, Londra.

Per farmi andare al Valencia i dirigenti le provarono tutte: «Abbiamo una splendida scuola italiana per sua figlia». Ci credetti, poi una volta giunto in città mi accorsi che non era vero. A Valencia mi divertii. Con due lire raggiungemmo grandi risultati.

Ranieri ha vinto poco, dicono.

Per indole non mi accontento mai e se mi guardo indietro mi dico: «Hai fatto tanto, ma non sei mai arrivato al momento giusto».

Arrivare a guidare una squadra al momento giusto non può essere considerata una colpa. Rientra nell’arte divinatoria.

Lei dice? La ringrazio. Smetterò di colpevolizzarmi allora. Allora diciamo che non sono mai stato nel posto giusto al momento giusto.

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Ranieri che alla Juve preferì Poulsen a Xabi Alonso.

Una balla totale. Ma quando mai? Xabi è stato sempre uno dei miei calciatori preferiti. Ma io sono un dipendente. E non vado a lamentarmi in giro. Certe cose rimangono tra me e la società. Non demolisco la credibilità di chi mi dà un lavoro a colpi di interviste o dissociazioni a mezzo stampa. Non l’ho mai fatto.

Sono sempre i calciatori a decidere il proprio destino e quello del loro allenatore?

Se lei vuole insinuare che sono i calciatori a decidere se un allenatore rimane in sella o meno, le rispondo che no, a questo non ho mai creduto.

Mai sospettato che qualcuno per liberarsi di lei tirasse indietro la gamba?

Mai. Può succedere un’altra cosa: se non hai feeling con un allenatore, magari inconsapevolmente, dai di meno di quanto non sarebbe lecito. Ma è un meccanismo involontario. Non credo al dolo. Ai complotti. Alle Idi di Marzo.

Lei è nato il 20 di Ottobre del 1951.

Mica vorrà dire che sono vecchio solo perché ho i capelli bianchi? (ride)

Al Chelsea mi portò un gentiluomo, Ken Bates, un uomo eccezionale

E ride spesso. Quanto è importante essere psicologi prima che allenatori?

Nello spogliatoio, soprattutto per noi latini, la psicologia è importantissima. La parola in più, il sorriso, la pacca sulla spalla. Il rapporto con il calciatore è prima di tutto un rapporto umano. In Inghilterra già è diverso. Basta uno sguardo. Ci sono meno sovrastrutture sentimentali, mettiamola così.

Riprendiamo dai presidenti? Eravamo curiosi del suo rapporto con Jesus Gil e Abramovich.

Al Chelsea mi portò un gentiluomo, Ken Bates, un uomo eccezionale che comprò il Chelsea per una sterlina nel 1982 e molti anni dopo mi volle al suo fianco. Con Abramovich il rapporto era rispettoso. Scendeva negli spogliatoi, si divertiva, peccato non essere stati al Chelsea quando sul Chelsea decise di investire davvero. Prese la società in un’epoca in cui il Chelsea era a un passo dal portare i libri in tribunale.

Tribunali che aveva già rischiato di affrontare a Madrid.

Jesus Gil era simpatico. Veniva da me ogni giorno: «Compreremo tantissimi campioni, voleremo», diceva. E io ci credevo. Poi arrivarono i gendarmi e l’amministrazione controllata. Gil sparì di scena e a vegliare sul destino dell’Atlético arrivò un giudice. Una sorta di curatore fallimentare. Una volta mi convocò alla vigilia della gara con l’Oviedo: «Se non vince oggi sono costretto ad allontanarla». Fui più rapido: «Non si è mai visto un giudice che esonera un allenatore. La sollevo dal peso, me ne vado io».

Ranieri il coraggioso che all’intervallo di un derby romano, eretico, sostituì Totti e De Rossi in un sol colpo.

Glielo dissi. «Francé, Danié, ora riposate». Non furono esattamente felici. Per fortuna vincemmo, altrimenti non so cosa sarebbe successo.

Il manifesto di Ranieri?

La chiarezza. Con tutti: presidenti, giocatori, giornalisti.

Le sarebbe piaciuto essere qualcun altro?

Ammiravo in silenzio gli estrosi. Gli Zigoni, i Cordova, i Bobo Vieri, i Chinaglia. Giocatori stupendi che esprimevano una personalità affascinante. Io ero timido e riflessivo e certi esempi mi rapivano.

È strano sentirglielo dire. 

Perché? Mai e poi mai li avrei imitati, ma mi piacevano da pazzi proprio per questa ragione. Li ammiravo e li osservavo, come si ammira e si osserva un’opera d’arte.

 

Dal numero 7 di Undici. Fotografie di Francesco La Porta


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