Calcio

Il demiurgo Gasperini

Da Sculli a Falque: il tecnico rossoblù è l'artefice delle ali offensive. Viaggio nel 3-4-3 del Gasp, tra dettami tattici ed esaltazione del singolo.

GENOA, ITALY - AUGUST 30: Gian Pietro Gasperini manager of Genoa CFC gestures during the Serie A match between Genoa CFC and Hellas Verona FC at Stadio Luigi Ferraris on August 30, 2015 in Genoa, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

È difficile trovare il fattore e padre di quest’universo, e, trovatolo, è impossibile indicarlo a tutti. Pertanto questo si deve invece considerare intorno ad esso, secondo qual modello l’artefice lo costruí. (Platone, Timeo)

I Dialoghi rappresentano la quasi totalità della produzione letteraria di Platone e nel Timeo il filosofo greco cerca di spiegare, grazie al mito del Demiurgo, la problematica cosmologica della creazione dell’universo. Secondo Platone, il Demiurgo non è propriamente un dio generatore, ma una forza divina il cui soffio vitale collega il mondo delle idee al mondo fisico, vivificando la materia e dandole una forma, un ordine e un’anima. Platone non personifica mai la figura divina del Demiurgo, ma in un’ipotetica connessione filosofico-calcistica, questo concetto astratto avrebbe sicuramente le sembianze di un brizzolato cinquantottenne di Grugliasco. Gian Piero Gasperini ha sempre avuto questa capacità di plasmare ad immagine e somiglianza del suo credo tattico, molte delle ali offensive che nel corso degli anni sono passate sotto le sue mani. Il suo soffio vitale sono stati i dettami tattici rigidi ma creativi, che hanno sempre esaltato le caratteristiche dei suoi giocatori, portandone alcuni ad un livello superiore alle loro capacità. La materia informe preesistente che il Demiurgo plasma e ordina, in Gasperini ha chiaramente quattro nomi e cognomi: Giuseppe Sculli, Rodrigo Palacio, Iago Falque e Diego Perotti.

GENOA, ITALY - DECEMBER 14: Gian Pietro Gasperini head coach of Genoa CFC gestures during the Serie A match between Genoa CFC and AS Roma at Stadio Luigi Ferraris on December 14, 2014 in Genoa, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)
Gasperini e il Ferraris (Gabriele Maltinti/Getty Images)

 

Ma come la materia è il risultato della forza divina e non il contrario, allo stesso modo i nomi e cognomi sono il risultato dei dettami tattici di Gasperini e non gli artefici di un’idea di calcio radicata e funzionale. Gasperini gioca con il 3-4-3, sia che abbia Sneijder, Ilicic o Sculli. L’interprete non è centrale, sicuramente aiuta avere i giocatori giusti, ma c’è una idea di calcio superiore che va seguita e perpetrata. All’Inter e a Palermo non è andata bene, lo sa anche Gasperini. Ma in entrambi i casi ai poteri demiurgici non è stato dato il tempo di plasmare la materia e più che una forma, un ordine ed un’anima, a Milano e Palermo l’allenatore piemontese ha portato solo caos. «Con il tridente Palacio, Milito ed Eto’o ero pronto a sfidare il mondo», disse poi Gasperini. Vendettero il camerunense dandogli Forlan e Zarate, con cui giocò quattro partite di campionato prima di essere allontanato. Dati per scontati i poteri divini, anche per i miracoli sarebbe servito tempo.

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La duttilità e una buona gamba sono requisiti fondamentali per giocare sulle fasce di Gasperini. Ovviamente a seconda delle caratteristiche, chi ha più qualità difensive viene inserito ai lati del centrocampo a 4, mentre qualsiasi giocatore qualitativamente superiore, capace di saltare l’uomo, fa parte del duo ai lati della prima punta. La proposta offensiva non può prescindere da una costante ricerca degli spazi esterni. I centrocampisti laterali si sovrappongono ininterrottamente alle ali offensive, creando superiorità e attaccando di volta in volta il lato debole concesso dalla retroguardia avversaria. Tutto questo può nascere dalla difesa in azione manovrata, ma quando riesce il pressing alto sul portatore avversario, si esprime tutto il credo di Gasperini: velocità, verticalizzazioni e finalizzazione. Il gol contro il Cesena dello scorso anno ne è la massima espressione. Aggressione di Iago Falque al limite dell’area avversaria, aiuto del centrocampista che subito verticalizza per Matri. Stop, tiro e gol. In 5 secondi un’azione difensiva si trasforma in rete.

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I dettami tattici che l’allenatore piemontese impartisce alle sue ali offensive, sono complessi e lunghi da digerire, soprattutto in questo pendolo continuo tra attacco e centrocampo, ma chiunque abbia creduto nelle sue capacità “plasmatiche” ne ha ricevuto benefici. Giuseppe Sculli è l’emblema di questo risultato. Motorino instancabile nel primo Genoa di Gasp, assist man e goleador per quasi cinque anni, il calabrese si è lasciato totalmente forgiare dall’allenatore rossoblù. Lo stesso che ciclicamente lo ha riportato con sé nelle varie avventure genoane, quasi fosse un feticcio da mostrare ai discepoli. L’amore platonico, appunto, che Gasperini aveva per lui, gli ha permesso di raggiungere dei picchi mai più toccati nella sua carriera. Sculli è l’esempio forte di quanto sia vincente lasciarsi “costruire” da Gasperini, abbandonando ogni precedente certezza sulla propria identità calcistica.

Iago Falque con la maglia del Genoa

«Gasperini è l’allenatore più difficile che abbia affrontato. In un Inter-Genoa ha cambiato cinque volte modulo per crearmi problemi. Io cambiavo, lui si adattava. È il migliore». L’incoronazione viene direttamente da Mourinho. Il portoghese ha sintetizzato al meglio l’altra faccia del soffio vitale di Gasperini: dettami tattici rigidi sì, ma creativi. Appunto. La facilità di modificare in corsa le pedine in campo, sfruttando al meglio le loro caratteristiche in base all’avversario, ha fatto le fortune delle altre due “materie informi preesistenti” passate per le sue mani: Diego Perotti e Iago Falque. L’argentino, grande promessa al Siviglia ma troppo spesso infortunato, ha scommesso su se stesso due estati fa, scegliendo la maglia rossoblù per rilanciarsi. Lo spagnolo invece stava lentamente perdendosi girovagando per l’Europa, senza trovare una squadra capace di valorizzare le qualità messe in mostra nella cantera del Barcellona. Due profili diversi con obiettivi diversi, ma due giocatori che hanno trovato nel Genoa e in Gasperini un’occasione per capire meglio loro stessi la propria dimensione. Qui il lavoro dell’allenatore piemontese è stato più rifinito. Ha eliminato le insicurezze che i due si portavano dietro, dando loro fiducia e possibilità di sbagliare. Gli ha insegnato il pressing alto, l’idea di ripiegamento difensivo e aiuto nella fase di non possesso. Concetti totalmente inesistenti in ogni “extremo” del calcio spagnolo. Consentendogli poi di aggiungere tutte le loro qualità offensive, la mano del demiurgo Gasperini  ha dato loro, in un solo anno, un nuovo progetto di vita. Per lo spagnolo sono arrivati 13 gol in una stagione, mentre per l’argentino una ritrovata continuità in campo con prestazioni sempre eccellenti, conditi da 4 gol e 5 assist.

Le migliori giocate di Diego Perotti nella scorsa stagione

«Gasperini è stato il mio maestro. All'inizio non è stato facile, giocavo da esterno e non mi piaceva. Poi mi ha ha insegnato a marcare meglio, a correre sulla fascia e poi attaccare. Tutte cose che non avevo mai fatto in carriera». Parola di Rodrigo Palacio. Il quarto prodotto perfetto dell’allenatore rossoblù. L’argentino è un po’ la via di mezzo tra la costruzione da zero di Sculli e la rifinitura data a Perotti e Iago Falque. Qui Gasperini ha sfruttato a suo favore la classe e il fiuto del gol di un attaccante puro venuto dal Boca Juniors, mixandola a tutti gli insegnamenti per cui Palacio gli è grato. L’ha trasformato da seconda punta a perfetta ala del suo 3-4-3, con l’apice dei 19 gol in 32 partite della stagione 2011-2012. Anche qui, come per Iago Falque, Sculli e probabilmente Perotti, subito dopo l’exploit definitivo, è arrivata la cessione ad una “grande”, quasi come un riconoscimento dell’avvenuta trasformazione demiurgica di Gasperini.

Iago Falque, Perotti e Palacio, a differenza di Sculli, hanno sempre avuto le qualità per offendere. Quello che Gasperini ha inculcato nella loro testa, rendendoli oggettivamente giocatori migliori, è la cultura dell’aiuto difensivo. La convinzione che senza un ripiegamento in copertura, un aiuto al compagno di reparto, la proposta offensiva successiva sarebbe monca, soltanto parziale. Aiuta e riparti è meglio di aspetta e parti. In quest’immagine della partita tra Genoa e Palermo c’è tutta l’essenza della fase di non possesso. Tutti aiutano la difesa, si scala in blocco nel reparto che si ha alle spalle. Le ali ripiegano a centrocampo, i centrali scalano in mediana, facendo ulteriore filtro e gli esterni di centrocampo si trasformano in terzini. Qui vediamo come Laxalt e Ansaldi diventino quarto e quinto di difesa, mentre Suso e Perotti siano a ridosso dell’area di rigore, avendo fatto filtro fino alla tre quarti, pronti a ripartire appena riconquistata palla. L’azione poi si concluderà con un nulla di fatto.

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Ci sarebbero altri nomi da fare, come Bosko Jankovic, Raffaele Palladino o Marco Rossi, solo per rimanere nelle due ali del tridente. Se poi volessimo contare anche tutte le varie punte ed esterni di centrocampo, che con Gasperini hanno trovato una propria identità calcistica, o vissuto una seconda giovinezza, probabilmente non basterebbero tutti i Dialoghi di Platone. Rimanendo all’attualità, però, è giusto provare a scommettere sull’ennesimo miracolo di Gasperini: rivitalizzare Alessio Cerci e creare un’identità allo spagnolo Suso. Entrambi in prestito da un Milan ormai rassegnato all’idea che più di Milan Lab ci sono solo i poteri divini del demiurgo Gasperini.

 

Nell'immagine in evidenza, Gian Piero Gasperini durante Genoa-Verona, agosto 2015 (Gabriele Maltinti/Getty Images)


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