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Calcio

Pensieri sparsi su Juventus-Napoli

Sette autori si avventurano tra i molteplici significati di questa sfida, dai protagonisti in campo alle connessioni tra i due mondi.

Juventus' Italian goalkeeper Gianluigi Buffon fights for the ball with Napoli's French defender Kalidou Koulibaly during the Italian Serie A football match SSC Napoli vs Juventus FC on January 11, 2015 at the San Paolo stadium in Naples. AFP PHOTO / CARLO HERMANN (Photo credit should read CARLO HERMANN/AFP/Getty Images)

Abbiamo chiesto a sette autori di raccontarci Juventus-Napoli, mescolando i loro aneddoti, punti di vista, speranze.

Lo scudetto e Cavani

Se devo scegliere da che parte far pendere il mio tifo durante Juventus-Napoli, sarebbe dalla parte della Campania. Per un motivo, però, che esula dalla dimensione del campo, e che appartiene a quello del romanticismo e della narrazione (o narrativa?). Deriva, il tutto, da una fascinazione avuta una mattina di pochi giorni fa. Il calciomercato invernale era ancora aperto, e sui giornali, come a ogni calciomercato estivo o invernale da tre anni a questa parte, dedicavano vari articoli speculativi a Edinson Cavani. Mi sono ricordato, allora, cos’era il Cavani di Napoli, ho rivisto il viso magro e contratto, le esultanze, le corse, i gol. Li ho confrontati con quelli di Higuaín, anche in questa stagione comunque vada memorabile per lui. Ho viaggiato in un’ucronia per alcuni minuti, ed è un’ucronia con una trama che fa così: il Napoli vince allo Juventus Stadium grazie ai gol di potenza e rabbia del Pipita. Il Napoli vince lo Scudetto, e che gioia, che festeggiamenti. Higuaín, come fece Mourinho, o come faremmo tutti o almeno farei io, cambia casacca in agosto. Il Napoli, realizzando una delle migliori plusvalenze della sua storia, riporta in Italia Cavani, che comunque aveva segnato più di Higuaín, e con più regolarità. Cavani è emozionato, piange, i tifosi del Napoli gli perdonano tutto e lui segna ancora, ancora più di Higuaín e più di Maradona, più di Sallustro e Vojak e di tutti. Non vincerà, però, ancora nulla. Tutto sommato io la vedo come una storia felice. (Davide Coppo)

E se tornasse?

Torino è dire Napoli che va in montagna

È desolante avvicinarsi allo Juve-Napoli più atteso di sempre discutendo per giorni di un arbitro che poi neanche dirigerà la partita, o leggendo in alcuni tragicomici pezzi di una tremenda rivalità che risalirebbe addirittura dalla sfida tra Borboni e Savoia (presumibilmente arbitrata da Rizzoli). È desolante non solo perché – suona un po' troppo retorico – è solo calcio. Ma anche perché, proprio parlando di calcio, se è vero che abbiamo trascorsi (e palmares!) diversi, ci legano anche tanti pezzi di storia in comune. Basterebbe pronunciare il nome di Omar Sivori, che divenne grande, grandissimo da noi e poi fece innamorare anche loro. C'è una generazione intera di juventini, quelli dai 60 anni in su, cui è inutile chiedere come mai siano diventati tifosi bianconeri. Rispondono tutti con la stessa aria sognante, con le stesse parole: «Voi vi appassionate per i giocatori di oggi, ma non avete conosciuto Sivori». E a Napoli, neanche a dirlo, avrebbero potuto non innamorarsi di un numero 10 argentino (pare li adorino, da quella parti) di quel genere, pagato 70 milioni dell'epoca e accolto già al suo arrivo da migliaia di persone impazzite?

Stagione 1988/89, uno dei Juventus-Napoli più divertenti: otto gol

In comune c'è Altafini, idolo di Napoli, terzo in campionato proprio con Sivori, fino al percorso inverso: da Napoli a Torino, gol decisivo al San Paolo dopo essere stato fischiato per tutta la partita da tanti cori 'ngrati. C'è Zoff, che fa tappa a Napoli prima di diventare leggenda nella Juventus – e immortale in un'estate spagnola. Ferrara e Cannavaro, fantastici difensori, napoletani orgogliosi, juventini fantastici. E Quagliarella, che ha fatto tanti gol ma se ne è goduti pochi. C'è un allenatore, Lippi, prima alla guida di un ottimo Napoli post Maradona, poi della Juve più forte che io ricordi, portato a Torino da un dirigente, Luciano Moggi, che aveva vinto a Napoli il secondo scudetto della storia azzurra. E nel primo c'era lo zampino di Italo Allodi, anch'egli protagonista e vincente in entrambe le squadre. Giocatori, allenatori e dirigenti. E, se proprio non bastasse, c'è perfino Venditti, il quale canta che “Torino è dire Napoli che va in montagna”, tralasciando per una volta la sua Roma (che però, non vi allarmate, riesce a infilare in una strofa successiva della canzone). Ma quale odio. Meglio pensare a Sivori e Altafini, Higuain e Dybala, Hamsik e Pogba, e provare a dimenticare, almeno per una sera, l'annosa rivalità tra Borboni e Savoia. (Massimo Zampini)

Antonello Venditti canta “Torino”

Il mio amico Calle

Il giovedì facevamo filone (bigiavamo, come dite voi stranieri) a scuola, via verso Soccavo per l’allenamento del Napoli. Il giovedì succedevano due cose: c’era la partitella e Maradona si presentava al centro sportivo. Per noi ragazzi era una specie di miracolo. La mistica prima del privilegio. Uno di quei ragazzi avrebbe potuto essere Callejón. Io e José che guardiamo Diego palleggiare col bicchierino di plastica accartocciato. Lo spagnolo con quella faccia da scugnizzo vero, da uno che “vive” in mezzo alla strada, mi ricorda i miei amici e le partite giocate ovunque. Callejón potrebbe essere di Soccavo o di Giugliano, che è da dove vengo io. Certo lui usa un gel migliore rispetto a quelli che usavamo noi, mettevamo in testa delle robe che non sarebbero venute via nemmeno se ci avessero tolto lo scalpo. Me lo vedo Callejón mentre facciamo la gara di colpi di testa, sullo scivolo dei garage dietro casa di mia zia, me lo vedo che prende la rincorsa, stacca a metà discesa e colpisce spizzando la palla, inchiodando il portiere, che si finge juventino per l’occasione, tutto questo senza che nemmeno un capello si muova. Callegel. A Napoli tutti amano Callejón perché è napoletano, come Reina, come Mertens, gioca con la stessa determinazione e gioia che mettevamo nelle partite infinite nei cortili, sull’asfalto. Callejón non sarebbe mai rientrato in casa al primo richiamo della madre, avrebbe fatto ancora qualche tiro, avrebbe continuato a giocare. Ieri era il compleanno del mio amico Callejón, giochiamo come se fossimo per strada, giochiamo sempre così. (Gianni Montieri)

Callejón ha appena segnato all'Empoli. Maurizio Lagana/Getty Images
Callejón ha appena segnato all'Empoli. Maurizio Lagana/Getty Images

Juventus Warriors

La Juventus che vince da 14 partite di fila (già che ci siamo, soddisfiamo la nostra curiosità: il record in A è dell’Inter 2006/2007 con 17) l’ho vista da qualche altra parte, quest’anno. Ma quest’altra Juventus non prendeva a calci un pallone, piuttosto lo infilava da tre: sì, quei matti dei Golden State Warriors, che in Nba hanno realizzato la miglior partenza di sempre con 24 “w” accatastate una dietro l’altra. Non basta essere bravi: bisogna essere clamorosamente solidi mentre tutt’intorno la gente non fa altro che chiedersi quando arriverà il primo stop. E bisogna avere un controllo di sé, del momento e delle contingenze, fuori dal normale, inconcepibile per uno come me che andava nel panico persino quando il livello a brick si innalzava un tantinello.

Presi uno ad uno, le sovrapposizioni abbondano. Steph Curry è più un tipo alla Messi, e però Messi in Italia non ce l’abbiamo, così ci accontentiamo volentieri di un suo connazionale come Paulo Dybala. Entrambi, al momento del salto di qualità, hanno innalzato il livello del loro gioco in maniera non banale: oggi non fai in tempo a dire «vabbè, da lì è innocuo», sbem, gol o canestro che sia. L’eccitazione generale attorno a Curry potrebbe ricordare quella per Pogba, ma Pogba lo vedo più simile a Draymond Green, per strapotere fisico, qualitativo e mentale. È il giocatore che pervade con insistenza il tuo campo visivo, e che da lì non se ne va finché non ha combinato qualcosa di eclatante. Buffon è un Iguodala che non se n’è mai andato da Philadelphia (o che è sempre rimasto sulla Baia, fate voi): il decano, la guida, quello che ti salva il fondoschiena nei momenti cruciali della stagione (le parate su Bale a Madrid o su Glik quest’anno nel derby non equivalgono forse al titolo Mvp vinto da Iggy nelle Nba Finals?). Marchisio è Klay Thompson: magari lo spettacolo non è il suo forte, ma è solido e non tradisce. Allegri, ovviamente, è Steve Kerr, l’allenatore che, appena arrivato, non ha la fiducia di nessuno. Troppo facile sennò. (Francesco Paolo Giordano)

Paulo Dybala, a Frosinone, ha segnato ancora. Giuseppe Bellini/Getty Images
Paulo Dybala, a Frosinone, ha segnato ancora. Giuseppe Bellini/Getty Images

A che punto è la guerra, Jorginho?

Chiunque di voi sia cresciuto al sud e abbia tirato in strada i primi calci a un pallone sa che non era sempre il più tecnico, il più bravo, a venire riconosciuto come il leader dello spiazzo, del campetto, del vicolo. Era il più grosso, e quindi non il più palestrato, ma il più largo e prepotente, quello che in fase di riscaldamento mangiava due panini, uno dei quali non suo, si faceva largo mettendo le mani in faccia ai più piccoli e si faceva la telecronaca da solo chiamandosi col nome del giocatore più forte di turno. In particolare quello che spopolava nel mio spiazzo non era molto fantasioso e alternava gutturali «Weah» a più lodevoli «Stoichkov» (lodevoli per le combinazioni consonantiche di chi a malapena scandiva il proprio nome). Ho sempre pensato che, per difendermi dalle sue manate, mi sarebbe piaciuto essere Weah, Stoichkov o anche solo un Attilio Lombardo, un giocatore vero, che nessuno si sarebbe aspettato di trovare lì, e che si sarebbe guadagnato il rispetto degli altri ragazzini perché era un professionista conclamato, e soprattutto più alto del metro e 68. Ma io non ne sapevo niente.

In una sera d’estate del 2014 Jorge Luiz Frello, detto Jorginho, passeggia per le strade di Napoli, dove si è trasferito nel gennaio precedente, e si mette a scambiare qualche passaggio con dei ragazzini autoctoni, che giocano davanti al Duomo. Il ragazzino largo di turno, il capo dello spiazzo, lo riconosce e inizia a fare il prepotente anche con lui. Non tanto perché gli chiede di fargli vedere il portafogli per capire se è davvero Jorginho, ma perché quando, dopo la foto di rito, il campione del Napoli fa per allontanarsi, lui gli urla contro: «E vedi di segnare, perché sennò succer’ a uerr'».

Jorginho gioca davanti al Duomo

Ecco, Jorge Luiz Frello, dopo due anni a Napoli, non ha ancora segnato una sola rete in campionato. Però a questo Juventus-Napoli, cruciale, arriva da cuore pulsante del centrocampo azzurro, grazie ai suoi assist calibrati e alla sua abilità di intercettare e recuperare palloni vaganti che trasforma in giocabili. Nonostante la minaccia giocosa di quella sera d’estate, finora non c’è ancora stato bisogno di vederlo segnare, dati i numeri del reparto d’attacco. Ma in quella che sarà la partità più importante dell’anno, tra le due squadre più forti del campionato, proprio perché i riflettori non sono puntati su di lui ma gli equilibri del gioco sì, sarebbe divertente se gli tornassero alla mente quelle parole. E vedere a che punto è ‘sta guerr’. (Simone Vacatello)

Gli Alex Sandro si trovano

Balzaretti, Molinaro, Grosso, Traoré, De Ceglie, Peluso: scorrere la lista dei nomi dei terzini sinistri schierati dalla Juventus negli ultimi dieci anni è un’esperienza dolceamara, probabilmente più amara che dolce. Lo scorso agosto un grande interprete di quel ruolo in bianconero, Antonio Cabrini, allargava le braccia sul Corriere dello Sport: «La realtà è che non si trovano». Pur non volendo necessariamente inferire conclusioni sulle proprietà medianiche di Cabrini, cinque giorni dopo il suo intervento rassegnato la Juve ufficializzava l’acquisto di un ragazzo nato nel 1991 a Catanduva, città dello Stato brasiliano di San Paolo nota soprattutto per una fiorente coltivazione di canna da zucchero. Si chiamava Alex Sandro, veniva dal Porto, era costato 26 milioni di euro. I più ottimisti tra gli juventini che conosco, o forse solo i più wannabe autoironici, avevano commentato dicendo più o meno “ecco, il nuovo Athirson”, con riferimento al laterale sinistro dei primi anni Duemila che doveva essere un altro Roberto Carlos e diventò presto una molto anonima riserva. Eppure no, Alex Sandro da Catanduva sembra avere in comune con Athirson soltanto il passaporto: dopo un inizio di stagione senza grandi clamori, da riserva di Patrice Evra, ha iniziato a mettersi in mostra come ottimo interprete di entrambe le fasi: in attacco è veloce e preciso nei cross, in difesa è attento e pronto sulle diagonali. Più gioca, più ti vien voglia di vederlo giocare (e questo dev’essere più o meno anche il pensiero di Allegri, a giudicare dalle ultime partite della Vecchia Signora). Ha già fatto segnare due gol e quattro assist, dati e medie più che incoraggianti, e, non da ultimo, ha appena compiuto 25 anni. Lasciamo da parte toni trionfalistici troppo anticipati, ma sfatiamo finalmente un mito: i terzini sinistri si trovano. (Davide Piacenza)

Alex Sandro nel derby. Valerio Pennicino/Getty Images
Alex Sandro nel derby. Valerio Pennicino/Getty Images

E poi entrano loro

Alla partita di sabato chiedo di essere, se non imprevedibile, un po’ meno scontata di come temo sarà. E penso che il modo meno banale in cui questo possa accadere sia più o meno così. Zero a zero tiratissimo fino al 65’. La menomata difesa allegriana riesce, sostenuta dallo Stadium, a contenere le incursioni di un inibito trio Insigne-Higuain-Callejon. Hamsik è viola in viso, le vene del collo pronunciate, Marchisio ruba anche i palloni persi dai suoi compagni, Cuadrado su tutti. Albiol e Koulibaly ostentano una sicurezza che non hanno, così come Dybala, che la pressione l’avverte, e Morata, che nel primo tempo ha fallito un comodo tap in. Sarri, l’apposito form per i pareggi ancora in bianco, opta per l’azzardo. Dentro Gabbiadini e i suoi occhi languidi in luogo di un mal servito Gonzalo, dentro i guizzi di Mertens per un bizzoso Insigne. Il copione vuole poi che Pogba si permetta, a ottantesimo inoltrato, di rischiare una veronica su Allan, salvo essere contrastato da un Jorginho in grande spolvero, che avvia un contropiede sulla sinistra. Trova Hamsik, che innesca Mertens. Lichtsteiner, centrale d’assalto, si muove con il consueto tempismo in direzione del furetto belga, che riesce però a saltarlo e ad accentrarsi giusto un attimo prima che Manolo da Bergamo tagli d’istinto verso il centro. Il piccolo lovaniese lo vede e rinuncia ad un tiro che in miliardi di riproposizioni della stessa azione avrebbe lasciato partire senza remore. Manolo, servito, fa sponda: non se ne rende conto ma sta riproponendo, sul piede perno, il movimento mutuato in allenamento dal più illustre collega Gonzalo. Si crea lo spazio, Barzagli nulla può. Destro viscido, alla sinistra di Gigi. Orsato fischia. La morale è che se sei Gabbiadini e hai scelto di sacrificarti, il sacrificio non sarà stato vano: avrai pur perso un Europeo che avevi in tasca, ma una soddisfazione te la sei tolta. Morale nella morale: anche quando non segna Higuaín, segna comunque Higuaín. (Alessandro Fabi)

 

Nell'immagine in evidenza, uno scontro tra Buffon e Koulibaly del Napoli-Juventus dell'11 gennaio 2015. Carlo Hermann/AFP/Getty Images. Nell'immagine in testata, Paul Pogba e Marek Hamsik. Warren Little/Getty Images


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