Calcio

Re di coppe

Unai Emery stasera insegue la terza Europa League di fila. Un coltivatore di talento che, però, in campionato ha sempre tenuto un passo diverso.

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WARSAW, POLAND - MAY 27: Unai Emery, coach of Sevilla celebrates with Ever Banega of Sevilla after the UEFA Europa League Final match between FC Dnipro Dnipropetrovsk and FC Sevilla on May 27, 2015 in Warsaw, Poland. (Photo by Martin Rose/Getty Images)

Durante una conferenza stampa del 31 ottobre del 2011, all'allenatore del Valencia Unai Emery viene posta una domanda sull'eventuale eliminazione della sua squadra dalla Champions League, e quindi su una conseguente “retrocessione” in Europa League. La risposta del tecnico valencianista fa parte di quella serie di cose che i banali rinchiudono in un macrocosmo di situazioni denominato “ironia della sorte”: «¿La Europa League? No la contemplo».

Questa sera, Unai Emery si gioca la sua terza finale consecutiva di Europa League alla guida del Siviglia. Ha vinto a Torino, nel 2014, ai rigori contro il Benfica. Poi ha vinto a Varsavia, l'anno scorso, contro il Dnipro. Quest'anno, nell'ultimo atto di Basilea, affronta il Liverpool di Jürgen Klopp. È stato in panchina per 58 match in questa competizione, un record assoluto; nel caso vincesse contro i Reds, raggiungerebbe il tecnico con più trionfi in quella che una volta si chiamava Coppa Uefa, Giovanni Trapattoni (due affermazioni con la Juventus, una con l'Inter). Ovviamente, infine, diventerebbe il primo allenatore di sempre a vincere per tre volte di fila uno stesso trofeo europeo. In un'intervista rilasciata lunedì al sito della Uefa, Emery dice che «le tre finali consecutive a cui siamo arrivati dimostrano quanto questa squadra sia concentrata e affamata quando si tratta di far bene in Europa League, e di vincere questa competizione». No la contemplo. L'ironia della sorte. E del calcio.

Siviglia-Dnipro 3-2.

Poco dopo il suo arrivo al Siviglia, nel gennaio del 2013, Nick Turner scrive di come l'allenatore basco possa essere «l'uomo perfetto» per salvare gli andalusi: «Ha la capacità di tirare fuori la qualità di tutti i suoi calciatori, e di fare veri e propri miracoli nonostante budget ridotti. Ci è riuscito a Lorca, portando per la prima volta il club nella seconda divisione spagnola; ce l'ha fatta con l'Almeria, cogliendo la prima promozione in Liga nella storia degli andalusi. E poi a Valencia, dove è riuscito a portare la squadra per tre anni consecutivi al terzo posto e in Champions League nonostante una situazione finanziaria difficile, che costringeva il club a cedere ogni anno i suoi migliori calciatori». Turner avrà ragione, in tutto e per tutto. Siviglia sarà la bellissima quinta tappa di una carriera che nel frattempo si è concessa anche un breve, suggestivo ed esotico passaggio in Russia, allo Spartak Mosca. Cinque mesi e 26 partite alla guida del “club del popolo” della capitale russa, un'esperienza da dimenticare che però lo stesso Emery, in un'intervista, ha definito come «positiva, nonostante l'inevitabile frustrazione per come sia andata a finire».

L'avventura in Andalusia, giunta alla quarta stagione, ha in qualche modo riproposto lo stesso copione di Valencia. Ad ogni sessione di trasferimenti una rivoluzione, una diaspora del talento. Solo che, in questo caso, viene da “incolpare” più lo stesso Emery piuttosto che le condizioni economiche del club: il tecnico basco, ogni anno, riesce a inventare letteralmente gli uomini più ricercati del successivo calciomercato. Nelle ultime tre estati, gli andalusi hanno ceduto, nell'ordine: Cáceres, Negredo, Jesús Navas, Kondogbia, Medel, Luis Alberto, Moreno, Rakitic, Fazio, Perotti, Bacca e Aleix Vidal. Un piccolo esercito di campioni, tutti approdati a grandi club. Anche perché Siviglia e il Siviglia sono visti come una tappa di passaggio, pure dagli stessi giocatori. Lo spiega benissimo Grzegorz Krychowiak nel dicembre del 2014, pochi mesi dopo il suo arrivo dallo Stade Reims. In un'intervista, il polacco parla del Siviglia come «un grande club, ma anche come un luogo da cui è possibile fare il salto a un livello più alto. Se riesci a metterti in mostra a Siviglia, tanti club importanti possono apprezzare meglio le tue qualità».

FC Sevilla Training Session - UEFA Europa League Final

Nel frattempo, però, il Siviglia continua a vincere. Nelle competizioni che non sono la Liga, ma continua a vincere. Nonostante i continui ribaltamenti dell'organico. Tra Emery e tutto l'ambiente del club andaluso si è stabilita una totale empatia. Tanto che, quasi come se volesse in qualche modo rispondere a Turner, nel dicembre del 2014 Emery definisce il Siviglia come «il club perfetto per me». Il rapporto triangolare tra il tecnico basco, la società e il pubblico del Ramón Sánchez Pizjuán si basa sugli ottimi risultati ottenuti, certo. Ma riesce anche ad andare oltre. Questo è sicuramente un fatto positivo, e ci mancherebbe. Del resto, proprio il tecnico basco, in un'intervista a Canal Plus, dichiara che «la vera felicità sta nel processo di crescita, non nel risultato». Questo andare oltre rappresenta però anche un grosso dubbio, perché i numeri dell'esperienza sevillana di Unai Emery devono essere in qualche modo separati: da una parte l'eccezionale rendimento nelle coppe, dall'altra una serie di campionati tutt'altro che esaltanti. Le cifre: in 133 partite di Liga, 63 vittorie, 30 pareggi e 40 sconfitte, per una percentuale di affermazioni del 47% e zero qualificazioni dirette alla Champions; in Europa League, 42 partite per 26 vittorie, 10 pareggi  appena 6 sconfitte, per una percentuale di successi vicinissima al 62%. Un sistema a due velocità, anche considerando le 15 vittorie su 20 match di Copa del Rey, competizione di cui i Rojiblancos disputeranno la finale contro il Barcellona. Unica eccezione la Champions, a cui il Siviglia ha avuto accesso in una sola occasione (l'edizione in corso, grazie al posto riservato per il club vincitore dell'Europa League): nelle 6 partite del gironcino di quest'anno, 2 vittorie e 4 sconfitte. Ma qui siamo su un altro pianeta. E il problema è proprio questo.

Il Siviglia sembra non riuscire ad esprimersi al meglio oltre i confini del proprio paesello incantato, l'Europa League. In cui, ironia della sorte (toh), è entrata in punta di piedi sfruttando un ticket altrui. Il momento Sliding Doors è la tarda primavera del 2013: il Malaga degli sceicchi, sesto in classifica, viene escluso dalle competizioni europee per non aver rispettato i parametri del fair play finanziario; dovrebbe a questo punto subentrare il Rayo Vallecano ottavo in classifica, a cui però la federcalcio spagnola non concede la licenza Uefa. Al nono posto c'è il Siviglia di Unai Emery. Che ringrazia e prende la fortuna, la impacchetta perbene e inizia a portarla con sé fin dal secondo turno preliminare, inizio agosto del 2013. Gli avversari sono i modesti macedoni del Mladost Podgorica, schiantati con un aggregate di 9-1. Nella conferenza stampa successiva al match di andata, vinto 3-0 in Andalusia, Emery indossa una camicia bianca che fa risaltare l'abbronzatura. Dice di essere contento del risultato e del gioco mostrato dalla sua squadra. Non può immaginare che oggi, quasi tre anni dopo, la sua squadra non sia ancora mai stata eliminata dall'Europa League.

Mladost Podgorica-Siviglia 1-6. Sembra un'amichevole, è un preliminare di Europa League.

In questi tre anni, oltre ai calciatori del Siviglia, sono cambiate molte cose. Le più immediate e tangibili riguardano la bacheca del club andaluso, che ha ripetuto l'exploit del biennio 2006/2007 e si è portata a casa altre due riproduzioni in scala della vecchia Coppa Uefa. Nelle cavalcate verso le finali di Torino e Varsavia, tante partite da incorniciare nei ricordi: la remuntada e la vittoria con i cugini del Betis ai rigori, il 4-1 casalingo al Porto, il pericolo scampato di Valencia, nella semifinale del 2014 (2-0 in Andalusia, 1-3 ai supplementari al Mestalla); e poi il cammino quasi in surplace dello scorso anno, sublimato dalla semifinale di assoluta supremazia contro la Fiorentina di Montella (aggregate di 5-0).

Un vero e proprio dominio, ripetutosi quest'anno dopo l'uscita dalla Champions per mano di Juventus e Manchester City. Gli andalusi hanno eliminato con facilità il Molde ai sedicesimi, il Basilea agli ottavi e soprattutto l'Athletic Bilbao ai quarti, dopo un incredibile turno con doppio successo esterno ed epilogo ai rigori. L'ultima impresa in semifinale: vittoria di misura in Ucraina contro lo Shakthar e poi il 3-1 del Ramón Sánchez Pizjuán, con le reti di Gameiro e Mariano. Il tutto, attraverso calcio di intensità e pressione predicato da Emery: uno che, come confessato in un'intervista a Tuttosport, allena la sua squadra alla fase di non possesso correndo su e giù per il campo , portando palloni sottobraccio e lanciandoli all'improvviso in una certa zona d'azione. Uno che vuole calciatori desiderosi di essere «protagonisti del gioco con la palla e di recuperarla il più velocemente possibile». Un basco purosangue, con otto cognomi diversi e uno di questi che si può tradurre in “falegname”. Non poteva che essere un artigiano, anche se del calcio.

Pensieri prima della finale di Basilea (Javier Soriano/AFP/Getty Images)
Pensieri prima della finale di Basilea (Javier Soriano/AFP/Getty Images)

Grazie a queste sedute di allenamento, avviene il lancio definitivo dei due calciatori-simbolo del biennio sevillano di Emery e delle due vittorie europee: Ivan Rakitic e Carlos Bacca. Non a caso, rispettivamente, Mvp della finale di Torino e autore di una doppietta in quella di Varsavia, in un ideale passaggio di testimone a distanza di un anno. Il croato, in un'intervista, ha paragonato il suo attuale allenatore proprio al tecnico basco: «Unai Emery, es similar a Luis Enrique en términos de entrenamiento y preparación. Es muy claro con sus ideas. Explica cada detalle. Nada queda en el aire».

Oltre al palmarés Rojiblanco, è mutata anche la narrazione di Unai Emery. La spinta dei risultati ottenuti, soprattutto nel pieno risalto delle due vittorie europee, ha contribuito a trasformare l'allenatore di Hondarribia, piccolo centro della Baskonia al confine con la Francia, in un vero e proprio fenomeno mediatico. Il Guardian, l'anno scorso, alla vigilia della finale col Dnipro gli dedica un pezzo dal titolo eloquente: «Sevilla’s obsessive Unai Emery has his eye on another Europa League title». In quell'obsessive, c'è tutto Unai Emery: c'è la sua passione per la video analysis («Per ogni partita, spendo 12 ore di montaggio. In un'ora i miei calciatori devono capire il maggior numero di informazioni che è possibile legare alle immagini»), c'è la responsabilità di un lavoro che gioca con le emozioni dei tifosi («Quando faccio allenamento con i miei giocatori, sento molto seriamente il peso che possiamo avere nei confronti dei nostri sostenitori. Per me, vivere il calcio vuol dire passione»). Facile trovare in rete altri ritratti su questa lunghezza d'onda, in realtà pure precedenti agli exploit andalusi. Già ai tempi di Valencia, sempre il Guardian pubblicava un articolo in cui Sid Lowe, pur non apprezzando la totalità dei metodi e degli atteggiamenti di Emery, ne metteva in risalto l'efficacia in un ambiente complicato come quello del club Taronges, che più volte aveva in qualche modo contestato il suo lavoro.

La rifinitura del Siviglia prima della finale di Basilea (David Ramos/Getty Images)
La rifinitura del Siviglia prima della finale di Basilea (David Ramos/Getty Images)

Emery si è ripetuto a Siviglia, ma ha messo tutti d'accordo con i risultati. Fino a quest'anno, almeno. Perché anche in Andalusia, durante la stagione, hanno iniziato a sottolineare l'eccessiva differenza di rendimento tra il Siviglia impegnato nelle coppe e quello della Liga. Mentre il primo raggiungeva le finali di Basilea e del Vicente Calderón, il secondo disputava un campionato sottotono, da settima piazza, a distanza siderale (12 punti) dal quarto posto Champions. E da zero vittorie in trasferta, unica squadra di tutto il campionato. Non isolati i momenti di contestazione, anche nei confronti tecnico basco. Che, durante l'annata, ha in qualche modo contribuito ad aumentare la sensazione di instabilità e indecisione sul futuro del Siviglia. Sul cosa, questo club, vuole diventare da grande. A febbraio, Emery individuava la Liga come «la madre di tutte le competizioni», per poi retrocederla a «tercera» in maggio, una volta che la corsa al quarto posto si era compromessa mentre proseguiva senza intoppi il cammino in Europa League e Copa del Rey.

Forse, però, la quote che più di tutte inquadra il momento di incertezza di Unai Emery è stata pubblicata l'altro ieri, dal Daily Mail: «La Champions League è bellissima, e noi vogliamo giocarla il prima possibile. Però si incontrano squadre molto forti, superiori alla propria. La concorrenza è più agguerrita, ed è molto difficile pensare di superare i vari turni di qualificazione. Quando invece si disputa l'Europa League, si sa che si può vincere». Tutto giusto, finché poi non ti capita di perdere. Pure i tifosi del Siviglia, e forse di ogni altra squadra del mondo, la pensano proprio così. Loro no contemplan la derrota.

 

Nell'immagine in evidenza, Unai Emery abbraccia Ever Banega dopo la finale di Europa League 2015 (Martin Rose/Getty Images)


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