Calcio

L'altra metà della Siria

Una Nazionale ufficiale, leale ad Assad, più una rappresentazione ribelle che spera di fare come l'Algeria nel 1958: come funziona il calcio in Siria.

È il 29 Marzo e allo stadio Saitama si gioca Giappone – Siria. La posta in palio è alta: chi vince si aggiudica il primo posto nel Gruppo E delle qualificazioni asiatiche ai Mondiali di Russia 2018. Le due contendenti sono divise da 67 posizioni nel ranking Fifa e da un divario tecnico abissale. Come prevedibile, non c’è storia. I nipponici polverizzano gli avversari con categorico 5 a 0. Segna anche il milanista Keisuke Honda.

Nonostante la pesante sconfitta, per la formazione siriana è un giorno da ricordare. Con sei vittorie e ventisei goal segnati, si sono assicurati un posto nel secondo turno di qualificazione. Un traguardo raggiunto raramente in passato. Ed è un successo ancor più inaspettato visto che il Paese da cinque anni è spaccato da una guerra civile che non accenna a fermarsi o rallentare. Tuttavia, a più 8.800 chilometri di distanza dal Giappone, il risultato lascia indifferenti i tanti siriani che, dopo essere fuggiti dai bombardamenti, hanno messo radici a Mersin, città costiera della Turchia. Per loro, come per molti altri siriani, la rappresentativa ufficiale è sempre stata solo la squadra del presidente Bashar al-Assad. E così qui un gruppo di esuli, oppositori del regime, ha fondato una Nazionale alternativa. Tra di loro si contano diversi ex giocatori professionisti della Premier League siriana, i quali, dopo aver vissuto le atrocità della guerra, si sono rifiutati di scendere con la Nazionale ufficiale.

Oggi il calcio, in Siria, è uno degli specchi in cui rimirare il conflitto. Sul rettangolo di gioco si proiettano le fratture interne di una guerra che non si attenua. Il governo di Bashar al-Assad da una parte e le forze di opposizione dall’altra. Lo sport diventa uno strumento per legittimare la propria posizione e attirare nuovi seguaci. Come spiega James Dorsey, esperto di calcio mediorientale e autore del libro The Turbulent World of Middle East Soccer, per gli osservatori esterni la Nazionale siriana non è nient’altro che il giocattolo di Assad – a cui non dispiace sfruttarla come strumento di propaganda: «Non c’è dubbio che la Nazionale siriana sia il team di Assad», mi dice. «Il regime la usa come mezzo per mostrare la propria “normalità”. Per far vedere al mondo che, nonostante tutto, sia ancora in grado di funzionare come un governo».

La campagna di qualificazione ai Mondiali di Russia 2018 simboleggia questa ricerca di una presunta normalità. Anche se tutto, ovviamente, si dispiega in un’atmosfera opposta, irreale. Di fatto la Siria ha giocato tutti i match del Gruppo E in trasferta. Damasco è una città in guerra e nessun giocatore straniero accetterebbe di metterci piede. Per di più se lo stadio Abbasyyn, un tempo casa della Nazionale, è stato da tempo trasformato in una base militare, come ha riportato Al Arabyia. Così le partite vengono disputate in Oman, a più di 3.000 chilometri da “casa”, di fronte a uno sparuto gruppo di spettatori. A guardare le immagini sembra quasi che si giochi a porte chiuse.

Un gol di Aldouni nel deludente pareggio (1-1) contro l'Oman, nel 2012 (Hoang Dinh Nam/Afp/Getty Images)
Un gol di Aldouni nel deludente pareggio (1-1) contro l'Oman, nel 2012 (Hoang Dinh Nam/Afp/Getty Images)

Eppure lo scorso settembre il capitano Abdulrazak Al Husein raccontava al Guardian che, anche se sugli spalti manca il calore del pubblico, i siriani di tutto il mondo fanno sentire il proprio sostegno attraverso i social media. «Proveniamo da tutti gli ambiti della Siria», diceva. «Non importa che uno sia cristiano, musulmano o fedele di qualsiasi scuola dell’Islam, siamo tutti un’unica famiglia, giochiamo per una sola squadra e un solo Paese». Ma le parole di Al Husein, per quanto ottimistiche e positive, nascondono la realtà dei fatti. Dal 2011 parlare di unità in Siria – anche se soltanto nello sport – non ha alcun senso.

 

2011: anno zero del calcio siriano

L’avvento della Primavera Araba, e il successivo scoppio della guerra civile, hanno segnato l’anno zero per il Paese. Fuori, e anche dentro il campo. Davanti alla distruzione della normalità, anche ai calciatori è toccato fare una scelta politica. È successo ad Abdel Basser al-Sarout, che fino al 2011 difendeva i pali dell’Al-Karamah, il club più prestigioso della Siria, e della Nazionale under 20. Quando il Paese viene invaso dallo spirito della rivoluzione, l’allora 19enne portiere appende i guantoni al chiodo per diventare uno dei leader dei movimenti di opposizione di Homs. Ben presto Al-Sarout finisce nel mirino del governo che fino a pochi mesi prima lo stipendiava. La sua casa viene ridotta in polvere dai bombardamenti mentre – a detta sua – quattro dei suoi fratelli rimangono uccisi negli scontri. Nella vita di al-Sarout il calcio non gioca più nessun ruolo. Ma se lui non avesse chiuso anticipatamente la sua carriera avrebbe potuto prendere il posto di un altro protagonista della rivolta: l’ex portiere della Nazionale maggiore Mosab Balhous. Nell’agosto del 2011 Balhous viene arrestato dalle autorità siriane con l’accusa di aver dato rifugio a bande armate di ribelli. Il 31enne portiere svanisce nel nulla per un anno prima di riapparire misteriosamente tra i pali della Nazionale siriana alla fine del 2012.

Un poster di Assad a Damasco, marzo 2016 (Louai Beshara/Afp/Getty Images)
Un poster di Assad a Damasco, marzo 2016 (Louai Beshara/Afp/Getty Images)

Chi non si ribella, invece, segue la strada della sopravvivenza: prende la sua famiglia e scappa. Secondo le stime di Mohammed Nasser, un esperto di calcio siriano, più di 200 calciatori hanno abbandonato la propria terra dopo l’avvio delle ostilità. Tra di loro Firas al-Khatib, una delle stelle del calcio siriano. Era stato lui a segnare contro il Giappone all’inizio del 2011, l’ultima volta che le Aquile di Qasioun avevano affrontato i nipponici primi di questo round di qualificazioni. Qualche mese più tardi, però, di fronte alle atrocità della guerra al-Khatib dirà addio: «Non scenderò in campo con la maglia della Nazionale finché ci sarà anche solo un cannone pronto a fare fuoco su qualsiasi zona della Siria», diceva allora il centravanti a The Daily Beast. Dopo un breve passaggio dai cinesi dello Shanghai Shenhua, oggi al-Khatib gioca per l’Al-Arabi, un club qatariota. Per il governo, ormai, è un traditore.

Tifosi siriani a Saitama, Giappone (Kaz Photography/Getty Images)
Tifosi siriani a Saitama, Giappone (Kaz Photography/Getty Images)

 

Le Nazionali in esilio che aspettano la caduta di Assad

Tra i numerosi giocatori scappati all’estero, c’è anche chi ha deciso di lanciare una sfida diretta ad Assad: creare una Nazionale alternativa, in netta contrapposizione a quella del regime. Nell’estate del 2014 a Tripoli, in Libano, nasce il Free Syrian National Team. Rappresentativa legata al Free Syrian Army, uno dei più importanti gruppi di opposizione formato nel 2011 dai disertori dell’esercito regolare siriano.

Composta da ex giocatori professionisti, rifugiati e alcuni che con il braccio armato del gruppo hanno effettivamente combattuto, la squadra scende in campo con una divisa bianco-nera con la bandiera della rivoluzione cucita sul petto. Le risorse sono molto limitate: i 10.000 dollari donati da alcuni ricchi siriani residenti in Libano gli hanno permesso di acquistare l’attrezzatura e di affittare un campo per giocare contro le selezioni locali. L’esistenza della squadra, tuttavia, assume prima di tutto un valore simbolico, un punto fondante delle operazioni di contro-propaganda degli oppositori del regime. «Quando la crisi finisce voglio che sia questa squadra a rappresentare la Siria, una Siria libera», diceva Nour al-din Khatan, uno dei giocatori del Free Syrian National Team. «Se Dio vuole ci sarà una Nazionale senza corruzione e senza settarismo, che sia di tutti i siriani».

Il ct Fajr Ibrahim (C) e due giocatori con una t-shirt di Assad prima della partita di qualificazione contro Singapore, novembre 2016 (Roslan Rahman/Afp/Getty Images)
Il ct Fajr Ibrahim (C) e due giocatori con una t-shirt di Assad prima della partita di qualificazione contro Singapore, novembre 2016 (Roslan Rahman/Afp/Getty Images)

Ma il Free Syrian National Team non è l’unico che ambisce a spodestare la rappresentativa ufficiale all’indomani di un futuro, possibile, crollo del governo siriano. A Mersin, in Turchia, la storia si ripete pressoché identica: qui la scorsa estate un gruppo di ex giocatori e rifugiati siriani ha dato vita a un’altra Nazionale d’opposizione in segno di sfida al regime di Assad. Guidato dall'allenatore Marwan Mona, un allenatore di Latakia, il team avrebbe addirittura presentato una richiesta alla Fifa per essere riconosciuta come la rappresentativa ufficiale. A detta di Mona, la federazione calcistica turca avrebbe supportato l’iniziativa fornendo attrezzature e un campo di allenamento.

 

Il precedente illustre: la lotta per l’indipendenza dell’Algeria

Il sogno delle due formazioni è quello di replicare il successo del binomio calcio-rivoluzione sperimentato nell’Algeria della metà degli anni ‘50. Il nemico, in quel caso, era lo straniero, il potere coloniale francese. Ma anche all’epoca al calcio fu consegnato un ruolo speciale. Siamo nel 1956 e Algeri è attraversata dai moti indipendentisti. Al Fronte di Liberazione Nazionale, il principale movimento politico anticolonialista, viene un’idea: riunire tutti i giocatori algerini impegnati nel campionato francese in un’unica squadra che avrebbe sensibilizzato l’opinione pubblica mondiale. Tutte le stelle algerine della Ligue One sono entusiaste dell’iniziativa. Giocatori come Rachid Mekhloufi, fresco vincitore del titolo francese con il Saint Etienne, aderiscono al progetto.

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Giocatori della Nazionale siriana prima della partita di qualificazione contro l'Afghanistan nella città di Mashhad, in Iran (Behrouz Mehri/Afp/Getty Images)

Gli algerini abbandonano i propri club e, in segreto, si mettono in viaggio verso la Tunisia, dove la squadra sarebbe stata presentata ufficialmente. Ci vogliono più di due anni per completare il tragitto, ma nel 1958 finalmente “l’undici dell’indipendenza” prende forma. Per i quattro anni successivi la squadra gira il mondo in lungo e in largo, da Budapest a Pechino, disputando più di novanta partite e vincendone la maggior parte. Gli accordi di Evian del ‘62 mettono fine al conflitto e concedono all’Algeria lo status di nazione indipendente. La rappresentativa del Fronte Nazionale si scioglie andando a formare la spina dorsale della neonata nazionale algerina.

Esattamente come per le Nazionali siriane esiliate in Libano e in Turchia, a metà degli anni ‘50 il calcio in Algeria diventò uno dei tanti strumenti di lotta contro il potere. Come molte anni più tardi Mekhloufi racconterà a France Football, «all’inizio nessuno credeva che potessimo formare una squadra competitiva, ma man mano che ottenevamo le vittorie, tutti iniziarono a vederci come militanti». Lo studioso James Dorsey, però, dubita che la storia si possa ripetere: «Le “Nazionali” dei ribelli non si avvicinano nemmeno a quella squadra (Fronte di Liberazione Nazionale, ndr). Il loro tasso tecnico non è così elevato», dice. «Al momento non riescono neanche a disputare delle partite. Ci stanno provando, ma è complicato perché le amichevoli devono essere approvate dalla Fifa e finché la federazione non prende provvedimenti nei confronti della Nazionale ufficiale, quella è l’unica rappresentativa siriana».

Anche nel caso dell’Algeria, la Fifa, allora su pressione della Francia, non aveva inizialmente riconosciuto ai giocatori del Fronte Nazionale lo status di “Nazionale”. La Federazione internazionale arrivò a minacciare di escludere dai Mondiali svedesi del ’58 tutti i Paesi che avrebbero affrontato la formazione indipendentista. Il discorso, però, oggi si complica. Perché, se all’epoca si lottava contro una colonia straniera, oggi la battaglia è interna. In Algeria non esisteva nessuna Nazionale prima dell’avvento dell’undici dell’indipendenza. In Siria, invece, c'è una squadra che rischia addirittura di qualificarsi per i Mondiali di Russia 2018.

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