Calcio

Europei in fuorigioco

Dieci nomi non convenzionali che avrebbero meritato di giocare l'Europeo e invece non ci saranno: da Tadic a McCormack, fino a Janssen e Oblak.

Denmark's William Kvist (R) celebrates after scoring with Denmark's Crhistian Eriksen during their FIFA 2014 World Cup Qualifier between Italy and Denmark on October 16, 2012 at the San Siro stadium in Milan. AFP PHOTO / GIUSEPPE CACACE (Photo credit should read GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Per molti ma non per tutti, a dispetto del discutibile formato extra-large di Euro 2016. Giocatori reduci da una stagione ricca, per i quali la presenza in Francia avrebbe potuto rappresentare il degno epilogo di un’annata da ricordare. Ma l’intrinseca debolezza della propria nazionale (Scozia, Israele), la dura legge dei play-off (Bosnia, Danimarca, Norvegia, Slovenia) e pessime politiche federali (Olanda, Serbia) li hanno costretti a restarsene a casa. Protagonisti mancati non per demeriti propri.

Munas Dabbur (Israele)

Tra il nuovo che avanza (Embolo) e l’usato sicuro (Kallstrom), la stagione svizzera da poco conclusa ha proposto anche una via di mezzo. L’attaccante Dabbur, inserito assieme ai personaggi sopra citati nel trio di candidati al premio di miglior giocatore della Super League, poi vinto – molto probabilmente per amor di patria – dal basilese Embolo. Al Grasshopper aveva fatto bene fin dal suo arrivo, nel febbraio 2014 da campione di Israele con il Maccabi tel Aviv, debuttando con 2 gol e 1 assist in 45 minuti, e chiudendo con 9 centri in 15 incontri. Ma il botto è arrivato nella stagione appena conclusa, rivelando una versatilità sul fronte offensivo che pochi gli riconoscevano. Goleador (22 reti) e rifinitore (13), ovviamente favorito da una squadra a trazione anteriore come il GC, ma per il resto è tutta farina del suo sacco. Il connazionale Zahavi si è fermato a Palermo, lui – che dal prossimo mese indosserà la maglia del Red Bull Salisburgo – promette di fare più strada.

Christian Eriksen (Danimarca)

Eriksen è il perfetto esempio di come l’immagine, nel calcio, conti ancora parecchio. Raramente al centro di trattative di mercato, mai sulle pagine del gossip, tanto meno in una qualsiasi top 11 di fine stagione, sul fondo delle classifiche dedicate a talenti/emergenti/prospetti (nel 2015 era 100° nella graduatoria del Guardian sui migliori giocatori mondiali, quando Depay – tanto per dire – occupava la posizione numero 86). Si potrebbero citare tonnellate di statistiche per descrivere l’eccezionale apporto del play danese ai meccanismi gioco degli Spurs (e in passato dell’Ajax), ma il primo a non gradire sarebbe proprio il diretto interessato. «Sono solo numeri», ha risposto a un giornalista che gli citava alcuni dati Opta, «il calcio è pensiero». Uno come lui, la Premier avrebbe potuto schiantarlo. Invece è lì, a un passo dalla cima. Quando arrivò ad Amsterdam, Michael Laudrup disse che in Danimarca lo chiamavano Tenerello perché non beveva birra, né giocava biliardo, e i tatuaggi lo impressionavano. Poi, quando il discorso si spostò sul campo, aggiunse: «Eriksen è pura classe».

Markus Henriksen (Norvegia)

Rambo 2, la vendetta. L’originale era il padre Trond “Rambo” Henriksen, icona del miglior Rosenborg di sempre, dal quale il figlio non ha ereditato la posizione in campo (difensore il primo, centrocampista all-round il secondo) ma l’approccio verticale alla partita. Papà correva su e giù lungo la fascia, lui taglia il centrocampo a più riprese nel corso del match: mediano, interno, trequartista. Una duttilità perfezionata in Olanda nell’Az, ma sulla quale lavorava già nel Rosenborg, quando ogni mezza stagione era necessario tappare i buchi provocati dal mercato in uscita. In Nazionale lo si è visto anche schierato come prima punta (vedi il play-off di ritorno contro l’Ungheria), soluzione meno bizzarra del previsto se si guarda la sua ultima stagione ad Alkmaar: 12 gol in Eredivisie, 4 in Europa, 19 complessivi. Numeri da attaccante di razza.

(Shaun Botterill/Getty Images)
(Shaun Botterill/Getty Images)

Vincent Janssen (Olanda)

Il Vardy olandese, dalla B oranje a Wembley in dieci mesi. Lo scorso anno Vincent Janssen, scarto del settore giovanile del Feyenoord (a dispetto di ottime medie realizzative), pensava già di aver coronato il sogno di una vita firmando per una squadra di Eredivisie dopo due stagioni, le prime da pro, nel piccolo Almere City. A dicembre, con 6 reti all’attivo nell’Az Alkmaar, poteva già ritenersi moderatamente soddisfatto: altri bomber della B olandese avevano fatto peggio al primo impatto con la massima categoria. A gennaio è scattata la molla, quasi si fosse reso conto che un Paese dalla notevole tradizione di attaccanti quale l’Olanda non poteva ridursi, in chiave nazionale, al ballottaggio De Jong-Dost-Huntelaar. Sono quindi arrivati 22 gol in cinque mesi e lo scontato debutto nell’Olanda, dove in 5 partite ha già timbrato il cartellino tre volte, la prima nella citata trasferta a Wembley.

Il Vardy olandese

Kevin Kampl (Slovenia)

Sulla lavagna tattica, movimenti e posizioni di Kampl ricordano il tabellone di Forza Quattro: una pedina utilizzabile pressoché ovunque. Le sue radici affondano nel meraviglioso Red Bull Salisburgo di Roger Schmidt, la macchina da 164 gol in stagione con Soriano, Mané e Alan. Il trapianto in Bundesliga però non è stato facile, a Dortmund non ha lasciato il segno e c’è voluto un doppio ritorno al passato (è tornato a Leverkusen, dove ha iniziato a giocare da pro, e ha ritrovato il mentore Schmidt) per riannodare i fili del proprio talento. Schmidt lo ha riportato nel cuore del gioco, in mezzo al campo e non più defilato sulle ali come nel Borussia, e alla fine del girone di andata di Bundes lo sloveno era nella top 5 di Kicker per miglior media voto assieme a Douglas Costa, Müller, Mhkitaryan e Xabi Alonso. Quando a febbraio si è rotto il perone, le Aspirine sono uscite dall’Europa League e hanno balbettato più del solito in campionato.

Kevin Kampl (Paolo Bruno/Getty Images)
Kevin Kampl, perplesso (Paolo Bruno/Getty Images)

Ross McCormack (Scozia)

Il talismano del Championship inglese, con 96 tra reti e assist totalizzati. dall’agosto 2013 a oggi. in 138 partite con le maglie di Leeds e Fulham. Numeri che non solo si contano, ma soprattutto si pesano. Nei disastrati Cottagers edizione 2015/16 (20° posto finale), le sue prime sette marcature hanno coinciso con altrettante vittorie – le prime – del Fulham, mentre i suoi primi sette assist hanno sempre portato punti alla squadra dell’ovest di Londra. Per contro, nelle 25 partite in cui non ha segnato, il Fulham ha raccolto i tre punti in sole due occasioni. Unica avvertenza: non va schierato da solo al centro dell’attacco, per rendere al meglio ha bisogno di un punto di riferimento nel cuore del reparto avanzato. Un concetto che i ct scozzesi non hanno mai assimilato in toto, o forse la Tartan Army è talmente disastrata da annullare il potere di qualsiasi feticcio.

Jan Oblak (Slovenia)

Ad un primo, superficiale livello di lettura, potrebbe sembrare strano includere Oblak in un’ipotetica lista dei migliori portieri d’Europa, soprattutto avendo ancora negli occhi la brutta performance ai rigori in finale di Champions contro il Real Madrid, che ha fatto il pari con quella, altrettanto poco incisiva, agli ottavi contro il Psv Eindhoven. Nemmeno contro gli olandesi ne prese mezzo, ma i pali furono dalla parte dell’Atletico Madrid. Se però i rigori non sono la specialità dello sloveno, soprattutto quelli post-supplementari (nei 90’ di gioco Oblak ha infatti fermato, tra gli altri, Messi, Thomas Muller e Jackson Martinez), tutto il resto è di prim’ordine. Reattività, sicurezza, concentrazione. Non si potrebbero giustificare altrimenti i numeri mostruosi con i quali ha chiuso la stagione: 32 clean sheets in 51 partite, la miglior media di sempre (0,47) per un vincitore del Trofeo Zamora, premio al miglior portiere della Liga: 38 incontri, appena 18 reti incassate, e record di Francisco Liaño (Deportivo la Coruna 93-94) eguagliato.

Oblak Saves Show

Miralem Pjanic (Bosnia)

L’assenza più pesante targata Serie A, anche se tra i giocatori inclusi in questo articolo Pjanic è quello che meno di tutti avrebbe bisogno di una vetrina internazionale per certificare il suo status di elemento di prim’ordine. All’Europeo sarebbe stata un’altra musica rispetto al Mondiale brasiliano, con la Bosnia non più timida debuttante in un grande ballo e il Piccolo Principe irrobustito da un biennio di ulteriore maturazione, dove i problemi di discontinuità sono diventati un ricordo sempre più lontano – è stato protagonista assoluto nella Roma sprint di inizio stagione, quindi punto fermo in quella di Luciano Spalletti per quantità e qualità di rendimento. Una crescita certificata anche dai numeri: secondo anno consecutivo in doppia cifra negli assist, nell’ultima stagione ne ha realizzati 13, la sua miglior prestazione di sempre. Identico discorso per i gol: 10 in campionato, 12 complessivi.

Il gol su punizione di Miralem Pjanic in Bosnia-Svizzera dello scorso marzo (Philipp Schmidli/Getty Images)
Il gol su punizione di Miralem Pjanic in Bosnia-Svizzera dello scorso marzo (Philipp Schmidli/Getty Images)

Kasper Schmeichel (Danimarca)

Una storia nella storia, quella degli Schmeichel, la prima famiglia biologica a condividere un titolo di Premier League (nell’unico precedente, Shaun Wright-Phillips era figlio adottivo di Ian Wright), vinto alla stessa età (29 anni), nella stessa festività (il Bank Holiday dei primi di maggio) e, in entrambi i casi, senza scendere in campo. Quasi un quarto di secolo ha separato le imprese di Peter e Kasper Schmeichel, quest’ultimo protagonista (15 clean sheets in campionato) dei glory days del Leicester City dopo anni di calcio minore, caratterizzati da un lungo e poco fruttuoso peregrinare tra le divisioni inferiori inglesi ben sintetizzato da una frase del suo agente, che una volta disse di essere “perennemente alla ricerca di qualcuno a cui serva un portiere”. Ci ha provato in tutti i modi, Schmeichel jr, a regalarsi un’appendice alla sua stagione d’oro, parando tutto il parabile nel play-off contro la Svezia, ma Ibrahimovic era davvero troppa roba per la retroguardia danese.

Dusan Tadic (Serbia)

Cosa accomuna il trequartista serbo a Thierry Henry, Eyal Berkovic e Cesc Fabregas? Risposta: il multiplo tris di assist in Premier League. In una singola partita. In poche parole, due triplette, come non è mai capitato a due re dell’ultimo passaggio quali Eden Hazard e Mesut Ozil. Tadic sforna assist come noccioline, da sempre. Il primo lo ha fatto registrare a 16 anni, al Karadordev Park di Zrejanin, in trasferta con il suo Vojvodina. Ne ha fatti tre in una partita nella Super Liga serba, nella Eredivisie olandese – con punta massima di 22 durante la sua prima stagione a Groningen – e in Premier, dove nell’ottobre 2014 ha voluto strafare scrivendone a registro 4 nell’8-0 del Southampton al Sunderland. Decisamente più pesante la tripletta dello scorso prima maggio nel 4-2 al Manchester City, che gli ha permesso di chiudere in doppia cifra per la quinta volta nelle ultime sei stagioni. Nel frattempo ha bisticciato con Ronald Koeman e rotto con l’ex ct serbo Curcic (in carica fino allo scorso 5 maggio). Un tipo esplosivo in tutti i sensi.

 

Nell'immagine in evidenza, William Kvist e Christian Eriksen (Giuseppe Cacace/AFP/Getty Images)


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